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mercoledì 9 ottobre 2024

The new "Ipotiposi"

  «L’entusiasmo passivo, che rimuove i pericoli della ipertecnologizzazione, e per converso l’apocalittismo difensivo che rimpiange un’immagine del mondo trascorsa, impugnando un’ideologia della crisi che si percepisce come processo alla tecnica e al futuro intese come una minaccia»

«Si tratta di pensare: Pitagora, Dante, Petrarca, Botticelli, Verdi, insieme con Leonardo da Vinci e Galilei, Torricelli, Volta, Fermi, Meucci e Marconi, e al di là della declamazione dei grandi nomi della cultura umanistica e scientifica italiana, è necessario rifarsi a questa concezione circolare e integrale del pensiero e della vita che costruisce lo specifico della cultura»

Alessandro Giuli


Un fenomeno!


sabato 29 gennaio 2022

Se serve ci sono... anche se avevo altri piani

"La situazione politica in Italia è grave ma non è seria".
Ennio Flaiano, Diario notturno, Era il 1956.


Il livello della “politica” italiana è davvero imbarazzante.


Salvini, che neanche 12 ore prima aveva aperto all’ipotesi Belloni, ha ora proposto di andare tutti a pregare Mattarella di fare un altro mandato da Presidente della Repubblica. Allucinante. E non è neanche il colpevole maggiore di questo sfacelo. Ha colpe enormi il Pd, che si è sfilato su Belloni perché (obbedendo a Renzi) non voleva dare il ruolo di vincitori a Conte e Salvini. E ha colpe notevoli quella (ampia) parte di 5 Stelle che trama da sempre contro Conte, ben sapendo che (giustamente) non verrà mai più ricandidata.

Il risultato è che la politica italiana tornerà a pregare Mattarella di fare il bis. L’ennesima sconfitta della classe dirigente nostrana. L’ennesima forzatura costituzionale. L’ennesima stortura, identica a quella del 2013 al di là della profonda differenza tra Napolitano e Mattarella (tutta a vantaggio del secondo, ovvio).

Il Mattarella bis, in questo sfacelo, è addirittura lo scenario migliore, anzi il solito “meno peggio”. Tramontate Belloni e nomi “terzi”, tutto il resto è peggiore del Mattarella Bis: Casini, Amato, Cartabia. Orrore puro. Oppure Draghi, la cui elezione significherebbe trasformarsi in repubblica presidenziale. Follia pura.

Il bis di Mattarella garantirebbe la fine della legislatura e renderebbe ancora saldo Draghi (che potrebbe fare il Capo dello Stato nel 2023, laddove Mattarella uscisse di scena come Napolitano nel 2015). Insomma: al netto delle grandi qualità di Mattarella, sarebbe una mera scelta di comodo e di calcolo fatta da questo schifo di politica italiana.

Ribadendo la stima per Mattarella, che in questa vicenda è vittima pure lui, siamo davvero alla canna del gas. Abbiamo una classe dirigente che fa quasi sempre pena, schifo e tristezza. Game over. 

Scanzi su Facebook


sabato 13 febbraio 2021

Un uomo per bene - (Conte se ne va da palazzo Chigi, ed un po' a me dispiace...)



Ho lavorato nel “Palazzo”, occupando la “poltrona” più importante. Ma tra i corridoi e gli uffici di Palazzo Chigi, anche alla fine delle giornate più dure e dopo le scelte più gravose, ho sempre avvertito l’orgoglio, l'onore e la responsabilità di rappresentare l'Italia.

Sono grato a Voi cittadini per il sostegno e l'affetto, che ho avvertito forti e sinceri in questi due anni e mezzo. Ma vi sono grato anche per le critiche ricevute: mi hanno aiutato a migliorare, rendendo più ponderate le mie valutazioni e più efficaci le mie azioni.
La forza e il coraggio dimostrati dalla intera comunità nazionale soprattutto durante quest’ultimo anno di pandemia sono stati davvero incredibili: ci hanno dimostrato che ogni ostacolo, anche il più alto e insidioso, può essere superato, scacciando via le paure e i calcoli di convenienza, fidando nel coraggio dell’azione, nella determinazione dell’impegno, nell’etica della responsabilità. Io stesso ho cercato di far tesoro di questa esperienza, pur con i miei limiti, ma - vi assicuro - con tutto il mio impegno e la mia massima dedizione.
Da oggi non sono più Presidente del Consiglio. Torno a vestire i panni di semplice cittadino. Panni che in realtà ho cercato di non dismettere mai per non perdere il contatto con una realtà fatta di grandi e piccole sofferenze, di mille sacrifici ma anche di mille speranze che scandiscono la quotidianità di ogni cittadino.
È davvero necessario che ognuno di noi partecipi attivamente alla vita politica del nostro Paese e si impegni, in particolare, a distinguere la (buona) Politica, quella con la - P - maiuscola, che ha l’esclusivo obiettivo di migliorare la qualità di vita dei cittadini, dalla (cattiva) politica, intesa come mera gestione degli affari correnti volta ad assicurare la sopravvivenza di chi ne fa mestiere di vita.
Insieme a tanti preziosi compagni di viaggio abbiamo contribuito a delineare un percorso a misura d’uomo, volto a rafforzare l’equità, la solidarietà, la piena sostenibilità ambientale. Il mio impegno e la mia determinazione saranno votati a proseguire questo percorso. La chiusura di un capitolo non ci impedisce di riempire fino in fondo le pagine della storia che vogliamo scrivere.
Con l’Italia, per l’Italia. Grazie.



Conte e la compagna Olivia Paladino mano nella mano: l’ex premier lascia Palazzo Chigi tra gli applausi



Al termine della cerimonia della campanella Conte ha ufficialmente lasciato Palazzo Chigi - Agtw/Ansa /CorriereTv

Il premier uscente, Giuseppe Conte, ha lasciato palazzo Chigi con gli onori militari. I dipendenti della Presidenza del Consiglio hanno tributato a Conte un lungo applauso dalle finestre che si affacciano sul cortile del palazzo. Conte ha salutato commosso e ha lasciato palazzo Chigi mano nella mano con la sua compagna Olivia Paladino subito dopo il passaggio della campanella con il nuovo presidente del Consiglio Mario Draghi. Poco prima il nuovo esecutivo ha giurato al Quirinale davanti al Capo dello Stato Mattarella (qui la cronaca della giornata).

sabato 6 febbraio 2021

Draghi



Questa è Berk.

È dodici giorni a nord di disperazione e pochi gradi a sud di morire di freddo: si trova esattamente sul meridiano della miseria.

Il mio villaggio, in una parola: solido, ed è qui da sette generazioni, ma ogni singola costruzione è nuova.

Abbiamo la pesca, la caccia e un'incantevole vista del tramonto.

L'unico problema sono le infestazioni: in molti posti hanno topi, zanzare, noi abbiamo... i draghi!

Hiccup - Dragon Trainer (2010)


giovedì 4 febbraio 2021

Un gran signore


Buongiorno a tutti.

Desidero innanzitutto ringraziare il Presidente Mattarella, è stato un prezioso interlocutore negli anni dei miei mandati sia per quanto riguarda i rapporti istituzionali che per quanto riguarda i rapporti personali. Desidero anche ringraziare tutti gli amici della coalizione che hanno lealmente collaborato per il nostro progetto politico.

Ieri ho incontrato il presidente neoincaricato Mario Draghi, è stato un colloquio lungo, un colloquio molto aperto al termine del quale gli ho fatto gli auguri di buon lavoro. 

In queste ore qualcuno mi descrive come un ostacolo alla formazione di una nuova esperienza di governo. Evidentemente non mi conosce o parla in mala fede.

I sabotatori cerchiamoli altrove io ho sempre lavorato per il bene del Paese e perché si possa formare un nuovo Governo per risolvere le urgenze sul piano sanitario economico-sociale nell’interesse dei cittadini, per il bene del Paese.

Da questo punto di vista auspico un governo politico che sia solido e che abbia quella sufficiente coesione per operare scelte politiche perché le urgenze del Paese richiedono scelte politiche, non possono essere affidate a squadre di tecnici.

Mi rivolgo ora agli amici del Movimento: io ci sono e ci sarò e come pure dico agli amici del PD e di LeU, dobbiamo continuare a lavorare tutti insieme perché il nostro progetto politico che ho sintetizzato nella formula “alleanza per lo sviluppo sostenibile” è un progetto forte, concreto, che aveva già iniziato a dare buoni frutti.

Dobbiamo continuare a perseguirlo perché offre una prospettiva reale di modernizzare finalmente il nostro Paese nel segno della transizione energetica, della transizione digitale e dell’inclusione sociale. 

Grazie.



Quello che avrebbe voluto davvero dire...


mercoledì 3 febbraio 2021

Sopracciglio




domenica 31 gennaio 2021

Matteo Renzi e il fallimento della sua politica estera


Di Paola Caridi - POST ORIGINALE

È stato sempre un problema, per la Firenze di oggi, il rapporto con la sua storia. E che storia, letteraria e culturale e di pensiero! Uno di quei pesi che ti schiacciano, se non li sai usare nella maniera giusta. Uno di quei pesi che hanno reso, per molti aspetti, Firenze una città più provinciale di quanto si pensi, incapace di liberarsi – appunto – degli antichi fasti. Compreso il Rinascimento. Compreso Machiavelli.

C’è chi, invece, pensa che si possa ancora cavalcare la pesantissima eredità fiorentina, sicuro che il suo stereotipo possa ancora aprire una breccia in un parterre internazionale. E d’altro canto, come fargliene una colpa, a Matteo Renzi? Firenze ospita fior di università americane ed è la sede della più prestigiosa istituzione europea di studio e ricerca, l’Istituto Universitario Europeo di Fiesole. C’è la tradizione dei cosiddetti anglobeceri, della comunità intellettuale non solo anglofona che ha scelto Firenze come sua nuova patria culturale e spirituale. E anche chi scrive a Firenze deve molto di quello che sa, per i quasi cinque anni trascorsi a formarsi e vivere in un museo a cielo aperto, per un dottorato in storia delle relazioni internazionali.

Parto dunque proprio da Firenze. E parto da un altro sindaco che aveva una visione internazionale, una visione decisamente antitetica a quella di Matteo Renzi. Parto da Giorgio La Pira, l’uomo della pace. Non perché tutti si debba essere santi, idealisti e visionari. Ma perché, come La Pira, si cammini. Non è un esercizio poi così difficile. Si mette un piede appresso all’altro e si cammina, si percorrono le strade, si incontrano le persone, si guardano i luoghi, si impara molto della terra e della dignità degli altri.

Giorgio La Pira, come Matteo Renzi, andava oltre i confini della città di Firenze. Andava nella Mosca sovietica assieme a Vittorio Citterich, Vittorino, come lo chiamava lui. Erano i tempi in cui le chiese erano sostanzialmente chiuse e vigeva l’ateismo di Stato, e quando – durante la visita in una chiesa ortodossa di Mosca – Vittorio Citterich si lamentò col suo mentore che a pregare c’era solo una vecchina, La Pira lo rimproverò perché proprio quella vecchina dimostrava che c’era una chiesa viva (lo raccontò proprio Citterich negli ultimi anni di vita, con il suo solito sorriso sornione).

Quando invece andava al Cairo –  perché La Pira andava anche al Cairo, a Gerusalemme, ad Algeri, spesso accompagnato proprio da Citterich -, il sindaco di Firenze si recava a Shubra, alla scuola dei salesiani, quella che ancora oggi forma i ragazzi egiziani a diventare meccanici, falegnami, tecnici. Incontrava, insomma, la gente, le persone. Non visitava solo i palazzi del potere, ma per aiutare la pace e la comprensione degli equilibri mediterranei, incontrava la realtà e di questo si faceva forte per i suoi colloqui di pace che poi, questi sì!, resero famosa e molto meno provinciale Firenze, tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Anni, è bene ricordarlo, in cui il peso specifico della nostra politica estera ed energetica era di altro tipo e spessore. C’era La Pira. C’era Enrico Mattei, l’ex partigiano cattolico Enrico Mattei che, con l’Eni, stravolgeva gli equilibri petroliferi delle Sette Sorelle e si poneva come nuovo interlocutore con i regimi che stavano uscendo dal giogo coloniale. Un interlocutore che, per esempio in Algeria, in Libia, sino in Iran, offriva dividendi maggiori  e decisamente più dignitosi ai governi che stavano aprendo una nuova stagione nazionale e di decolonizzazione.

Si sa come andò a finire, per Enrico Mattei. E neanche il sogno del Mediterraneo come un nuovo lago di Tiberiade, immaginato da Giorgio La Pira, ha poi visto la luce. Forse per questo Matteo Renzi ha scelto una strategia opposta? Forse per questo, durante tutta la sua carriera politica e di governo, Renzi ha pensato di poter mettere nel cassetto la questione dei diritti e di mediazioni equilibrate di pace? Perché tanto con gli ideali non si fa politica e neanche affari economici, e quindi meglio schiacciarsi sulla solita Realpolitik? D’altro canto, viene considerato un sempreverde con cui non si sbaglia mai. I soldi arrivano, gli affari pure, e il Cairo e Ryadh valgono bene un funerale celebrato sui diritti umani.

Il problema è che, a ben guardare, per ciò che Renzi ha fatto da presidente del consiglio dei ministri e ora da senatore della Repubblica, il guadagno per l’Italia non è stato un granché. Siamo stati, se proprio ci è andata di lusso, semplici esecutori senza una strategia di spessore, a scapito – peraltro – della nostra immagine costruita in decenni di vecchia politica dell’equidistanza.

Gli esempi sono sempre lì, nel Mediterraneo, proprio il Mediterraneo che La Pira conosceva così bene.

AL SISI, L’INELUDIBILE ALLEATO DI RENZI

Partiamo dall’Egitto, visto che siamo alla vigilia di un triste anniversario, il ritrovamento – il 3 febbraio del 2016 – del corpo di Giulio Regeni sull’autostrada alla periferia del Cairo. Allora Renzi era presidente del consiglio dei ministri. Guidava un governo che con il regime di Abdel Fattah al-Sisi andava d’amore e d’accordo, sin dalla prima ora. Perché Renzi non si schierò semplicemente con la politica dell’Unione Europea, che si digerì senza battere quasi ciglio il golpe militare dell’allora generale al-Sisi nel luglio del 2013. La stessa Unione Europea che poco o nulla disse sul massacro brutale di quasi mille persone nel giro  di due giorni nella periferia bene del Cairo, a Rabia al Adawiyya, a opera delle forze militari egiziane comandate proprio da al-Sisi. Le vittime: i militanti della Fratellanza musulmana (ma non solo loro) che protestavano per la rimozione e dalla carica di presidente e il conseguente arresto di Mohammed Morsi, primo capo di Stato democraticamente eletto in Egitto. Eppure, né Bruxelles né Roma potevano affermare di non sapere: le immagini di quel massacro, a onta dell’Unione Europea e di tutta la comunità occidentale, sono state mostrate su tutte le tv e i quotidiani del mondo, grazie alla testimonianza di giornalisti e giornaliste che ancora oggi reggono il peso di un vero e proprio trauma.

Nonostante tutto quel sangue sparso al Cairo nell’estate 2013, Matteo Renzi è  il primo capo di governo a livello internazionale, e il primo europeo, a volare al Cairo all’inizio di agosto 2014. Ad appena un mese e mezzo da quelle elezioni presidenziali vinte da al-Sisi con quelle che un tempo si sarebbero definite ‘percentuali bulgare’.  Nella peggiore tradizione elettorale egiziana degli scorsi decenni, prima della rivoluzione di Tahrir.

“La mia presenza qui è di chi riconosce alla leadership egiziana un ruolo cruciale per la stabilità dell’area e il futuro delle nuove generazioni”, dice Renzi. Chissà a quale generazione si riferiva, visto che un numero impressionante di ragazzi e ragazze, la nuova generazione egiziana, quella della rivoluzione di Tahrir, erano già stati arrestati, torturati, ammazzati durante quell’anno, oppure erano scomparsi in una nuova versione mediorientale del fenomeno dei desaparecidos (ancora continua, anche oggi, quella pratica). E anche questo lo si sapeva bene, in Italia e in Europa. Alaa Abdel Fattah, forse la figura più nota della rivoluzione, era stato arrestato nel novembre del 2013 per manifestazione non autorizzata e aveva sfiorato per un pelo l’assegnazione del Premio Sakharov da parte del Parlamento europeo.

Tutto risaputo, tutto conosciuto. Tutto documentato. Tutto denunciato dalle massime organizzazioni internazionali per i diritti umani. Tutto denunciato, con ancor più coraggio, dalle associazioni egiziane per la difesa dei diritti elementari delle persone.

Ma come rinunciare a quello che significa l’Egitto? Il Cairo è perno della stabilità regionale, l’Egitto  copre il fianco sud di Israele, è mediatore insostituibile nelle faccende di Gaza, e poi l’ENI ha da poco ottenuto la concessione per esplorare un pezzo di mare che, di lì a pochi mesi, avrebbe condotto alla scoperta del più grande giacimento di gas naturale di tutto il Mediterraneo.

La politica estera è un esercizio difficile anche perché gli interessi nazionali si devono bilanciare con i nostri valori e con il nostro ruolo, pena il rischio di sminuire proprio il nostro peso. E così è stato. Siamo stati proni, inutilmente proni verso un capo di Stato che aveva già mostrato il suo lato autoritario. Non c’era bisogno che Renzi fosse così prono verso al-Sisi, che fosse il primo a volare al Cairo e il primo leader del Vecchio Continente a ricevere al-Sisi su terra europea, nel novembre 2014. Non c’era bisogno che usasse nei suoi confronti in modo reiterato aggettivi altisonanti, come se al-Sisi fosse il campione della stabilità dell’area. Purtroppo Renzi è stato anche in buona compagnia, se persino  Romano Prodi era stato colpito da al-Sisi nella versione “riformatore dell’islam” in un famoso editoriale sul Messaggero all’inizio del gennaio del 2015.

Dal sostegno senza dubbio alcuno ad al-Sisi non ci abbiamo guadagnato nulla. L’Eni non aveva e non ha bisogno del nostro appoggio per il suo ruolo in Egitto. Sulla Libia, leggere nuovamente quello che diceva Renzi allora ad al-Sisi vuol dire comprendere quanto tempo abbiamo perso in una mediazione per la quale avevamo scelto il cavallo sbagliato.

Dal Sole 24Ore del 13 marzo 2015: «Apprezziamo la leadership di Al Sisi. Questo vale anche per la crisi libica e siriana» ha detto Renzi. E al presidente egiziano ha detto: «Sosteniamo la sua visione, la sua lotta alla corruzione e il suo lavoro per la stabilità. L’Egitto può andare avanti in un processo di consolidamento istituzionale. La stabilità dell’Egitto è la nostra stabilità, non soltanto per questa area del mondo. Rinnovo l’impegno dell’Italia a lavorare con Lei per portare avanti una soluzione alla crisi siriana e alla crisi libica».

Risultato, a quasi sei anni di distanza. Nulla. Al-Sisi ha sempre utilizzato la Libia per acquisire un ruolo sempre più forte nell’area e verso gli alleati occidentali. Ha impiegato anche la sua forza militare per sostenere il leader ribelle della Cirenaica, Khalifa Haftar. E Haftar è stato il più grande ostacolo contro l’ipotesi di una composizione dello scontro interno libico – sponsorizzata dall’Onu e per un certo periodo mediata dall’Italia – concentrata sull’appoggio al governo di Tripoli.

Libia, Siria, accordi economici e di sicurezza a parte, il capitolo ‘diritti umani’ non è un riempitivo, in questa storia, né una fissazione da anime belle. Fa parte della contrattazione diplomatica, per così dire. Si contratta, si preme, si usa la propria autorevolezza per negoziare non solo alleanze strategiche su nodi rilevanti come i conflitti dell’area, ma anche per chiedere in cambio che si rispettino le convenzioni internazionali. Quelle che ha firmato l’Egitto e che ha firmato, se qualcuno se lo fosse dimenticato, l’Italia.

E per avere un peso di questo tipo, in negoziati così difficili, la storia recente e la cronaca dei Paesi con cui si ha a che fare bisogna conoscerla. Quella dell’Egitto. E quella dell’Arabia Saudita.

MBS, O DELLA NUOVA GENERAZIONE AL POTERE

“Non è mica solo una questione di ricambio generazionale. Se vogliamo sbarazzarci di nonno Silvio, io così lo chiamo e non caimano, dobbiamo liberarci di un’intera generazione di dirigenti del mio partito. Non faccio distinzioni tra D’Alema, Veltroni, Bersani… Basta. E’ il momento della rottamazione. Senza incentivi”.

E’ il 2010. Renzi lancia la campagna per la quale è divenuto famoso: la campagna per la rottamazione. Nel 2010 ha la stessa età che oggi ha Mohammed bin Salman, il principe ereditario saudita divenuto anche lui famoso come il rottamatore di un certo potere nel regno degli Ibn Saud. È rimasto nella storia del Paese uno dei suoi atti più eclatanti: la reclusione dorata di 11 principi della famiglia reale e quattro ministri (queste almeno le figure più rilevanti) nel Ritz Carlton di Ryadh. Arresti domiciliari di lusso, per quella che è stata definita, allora, una campagna anticorruzione. Nei fatti, MBS (così lo conoscono tutti in Medio Oriente e oltre) stava consolidando non solo il suo potere interno, ma anche la sua figura di interlocutore nei confronti degli Stati Uniti sotto la presidenza Trump e di guida di una parte della regione araba.

Le due cose, il rapporto con gli USA e la leadership nella penisola arabica, sono indissolubilmente legate. MBS il rottamatore appartiene a una nuova generazione al potere nel Golfo, in Arabia Saudita, negli Emirati Arabi Uniti, anche nell’inviso Qatar, che sta rimescolando le stesse dinamiche politiche. Sono giovani leader che non aderiscono a quel modo di far politica della vecchia generazione che aveva guidato la penisola arabica per decenni. Con loro, sono saltate anche alcune pregiudiziali.

La prima pregiudiziale sostenuta dai vecchi leader: non farsi la guerra. L’intervento militare dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti contro lo Yemen è paradigmatico per comprendere quello che i nuovi leader possono fare, non solo in termini di potenza di fuoco, ma anche in termini di violazione dei diritti umani, visto che quella yemenita è la peggiore crisi umanitaria a livello mondiale.

La seconda pregiudiziale: tenere unito il Consiglio di Cooperazione del Golfo, anche solo di facciata. È una pregiudiziale saltata, guarda caso, nel 2017, quando l’Arabia Saudita, assieme a Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto, sottopone il Qatar a un embargo totale, chiudendo l’unica frontiera di terra di Doha e impedendo agli aerei qatarini di sorvolare lo spazio aereo di Ryadh. L’accusa formale  contro il Qatar è di sostenere il terrorismo, ma nei fatti l’embargo (fallito) è un’altra mossa per contenere l’influenza iraniana nella penisola arabica, in linea con la strategia trumpiana (e soprattutto di un altro ‘giovane’, suo genero Jared Kushner) concentrata sulla rottura dell’accordo nucleare del 2015 con Teheran.

La terza pregiudiziale: mai un accordo con Israele che non passi prima attraverso una pace giusta con i palestinesi. La pregiudiziale è saltata pochi mesi fa, attraverso la normalizzazione attuata, nel Golfo, da Emirati Arabi Uniti e Bahrein. A cui, molto probabilmente, seguirà qualcosa di simile da parte dell’Arabia Saudita.

Nella rapida ascesa di MBS verso il potere a Ryadh, però, nel 2018 si frappone – per così dire – un ostacolo. O meglio, un boomerang. Il 2 ottobre di quell’anno Jamal Khashoggi, uno dei più conosciuti giornalisti e intellettuali sauditi, entra nel consolato saudita a Istanbul per ottenere alcuni documenti. Non sarebbe mai più uscito da quel portoncino: nel consolato del suo Paese è stato torturato, ucciso e fatto letteralmente a pezzi da membri dei servizi di sicurezza di Ryadh. Opinionista per il Washington Post, Jamal Khashoggi era uno dei più strenui oppositori di MBS. E contro il principe ereditario, accusato di essere il mandante dell’assassinio di Khashoggi, puntano tutti il dito. Sin dall’inizio. A tal punto che la conferenza della Future Investment Initiative (sì, proprio quella) viene boicottata nel giro di pochissimi giorni da quasi tutti coloro che aveva garantito la partecipazione e la Davos nel Deserto, programmata per il 23 ottobre 2018, viene cancellata perché si rivela un incredibile fiasco. La Future Investment Initiative, proprio quella nel cui board of Trustee siede Matteo Renzi, senatore della Repubblica, componente prima della commissione Affari Esteri e ora della commissione Difesa, un ruolo per il quale può accedere a documenti sensibili sul Paese dei cui cittadini è rappresentante.

Piccolo dettaglio: la CIA, è notizia di pochi giorni fa, ha deciso di desecretare i documenti in suo possesso relativi all’omicidio Khashoggi.

Questo lungo commento è dedicato a Loujain al-Hathloul (nella foto), 31 anni, attivista saudita per i diritti delle donne, in galera da due anni e mezzo per essere stata una delle figure più esposte nella campagna per poter guidare un’automobile (sì, guidare un’automobile). È stata condannata da poco a oltre cinque anni di detenzione. MBS è stato descritto, anche lui, come un riformatore e un uomo che avrebbe aperto il Paese ai diritti delle donne, Mai pinkwashing è stato gestito in un modo così maldestro. 

 POST ORIGINALE

martedì 26 gennaio 2021

Schiena Dritta

Questa mattina ho convocato un Consiglio dei Ministri per comunicare la mia intenzione di dimettermi. Poco dopo mi sono recato al Quirinale per rassegnare le dimissioni nelle mani del Presidente Mattarella.

La settimana scorsa, in Parlamento, il Governo ha ottenuto la fiducia in entrambe le Camere, ottenendo la maggioranza assoluta alla Camera dei Deputati e la maggioranza relativa al Senato.

Il Paese, tuttavia, sta attraversando un momento davvero molto difficile. Da ormai un anno stiamo attraversando una fase di vera e propria emergenza. Le diffuse sofferenze dei cittadini, il profondo disagio sociale e le difficoltà economiche richiedono una prospettiva chiara e un governo che abbia una maggioranza più ampia e sicura.
È il momento, dunque, che emergano in Parlamento le voci che hanno a cuore le sorti della Repubblica.

Le mie dimissioni sono al servizio di questa possibilità: la formazione di un nuovo governo che offra una prospettiva di salvezza nazionale. Serve un’alleanza, nelle forme in cui si potrà diversamente realizzare, di chiara lealtà europeista, in grado di attuare le decisioni che premono, per approvare una riforma elettorale di stampo proporzionale e le riforme istituzionali e costituzionali, come la sfiducia costruttiva, che garantiscano il pluralismo della rappresentanza unitamente a una maggiore stabilità del sistema politico.

Questo conta. Che il nostro Paese si rialzi in fretta e possa mettersi alle spalle la pandemia e le tragedie che essa ha arrecato, in modo da far risplendere la nostra nazione nella pienezza delle sue bellezze.

Per parte mia, anche in queste ore continuerò a svolgere gli affari correnti fino all’insediamento del nuovo governo. Continuerò a svolgere il mio servizio al Paese, con senso di responsabilità e con profondo impegno.

Sono queste le caratteristiche che hanno caratterizzato il mio operato, quello dell’intero governo e delle forze di maggioranza che ci hanno sostenuto, anche quando i risultati raggiunti e le risposte date non sono apparsi all’altezza delle aspettative dei cittadini.

L’unica cosa che davvero rileva, al di là di chi sarà chiamato a guidare l’Italia, è che la Repubblica possa rialzare la testa. Allora avremo vinto tutti, perché avrà vinto l’Italia. Quanto a me, mi ritroverete sempre, forte e appassionato, a tifare per il nostro Paese.

Giuseppe Conte

giovedì 14 gennaio 2021

Scendo il cane che lo piscio

- Insomma, ieri stavo giù a pisciare il cane.
- L’alano.
- Sì, l’alano. Sto lì con lui tranquillo e a un certo punto arriva quest’altra donna.
- Okay.
- Che al guinzaglio ha pure lei un cane. Un cagnetto. Un cagnetto minuscolo.
- Tipo un volpino?
- Ecco, tipo. Quei cagnetti lì, quelli da cappotto. Vedo che il mio lo vede e scatta un po’ quella situazione, sai…
- Quella cosa tra cani…
- Esatto, di quando due cani si vedono, si studiano. Insomma sta signora mi passa accanto e il suo cane inizia ad abbaiare.
- Tipico.
- Sto microbo si sgola, mostra le zanne, sbava. Sembra Cujo.
- Avevo letto una cosa in proposito…
- Sì, pure io. Dicono che i cani piccoli sono più aggressivi perché hanno paura e perché, a differenza di quelli grandi, non gli viene mai insegnato per bene come socializzare.
- Ma dai.
- Sì, comunque paura o non paura, sto cagnolino è incazzato come una biscia. Fa un casino allucinante. Al che mi volto verso il mio e cosa scopro?
- Cosa?
- Che è terrorizzato. Quello scemo d'un cane pesa sessanta chili ed è terrorizzato da sto botolo. Lo vedo proprio, con la coda fra le gambe e la faccia tutta impaurita. Pensa, tremava.
- Poraccio.
- Ma poraccio cosa che se vuole se lo mangia quel sorcio. E allora mi son chiesto perché.
- Perché non hanno la percezione.
- Bravo, perché non hanno la percezione. Il mio stupido cane non riesce a farsi entrare in testa il fatto che lui è grosso e quest’altro è piccolo. Che lui è quello imponente, quello che ha il controllo e l'altro è bravo solo a rompere i coglioni.
- Va be’, sono animali non puoi pretendere che…
- Aspetta, perché non è finita. Tutto sto dramma canino si è svolto in mezzo alla strada e quasi ci ammazzava tutti.
- Come quasi vi ammazzava?
- Eh sì, perché io provo a portare lontano il mio, la signora prova a spostare il suo. Ma il mio quando non vuole muoversi, lo sai pure te, non lo sposti, il suo rimane piantato a terra epilettico deciso a romperci i timpani e mentre tiriamo i rispettivi guinzagli quasi ci investe una macchina a tutti e due.
- Ma dai.
- Ti giuro. La cosa più assurda è che sto cagnetto infame non si era neanche reso conto della situazione di pericolo collettiva, non si era reso conto di stare mettendo a repentaglio la vita sua e quella della sua padrona. Non gliene fregava niente, capisci? Gli fregava solo di se stesso, di abbaiare e di essere l’assoluto, inutile protagonista di quella cazzo di situazione surreale che peraltro aveva creato lui. 
- Okay, ma tutto sto discorso cosa c’entra con la mia domanda.
- Qual era la domanda?
- Cosa sta combinando Renzi?
- Allora, ti rispiego. Ieri stavo giù a pisciare il cane...

Non è successo niente su FB

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=3561548327264132&id=1136619619757027


domenica 10 gennaio 2021

Scommesse


Quello che sta facendo Renzi, per capirci, è giocare d’azzardo.
Sta scommettendo sul fatto che il M5S non permetterà di tornare alle urne perché la maggior parte dei suoi parlamentari sanno benissimo che non saranno rieletti.
Alcuni perché sono al secondo mandato, altri perché il M5S, dalle elezioni a oggi, ha più che dimezzato i voti.
E sta scommettendo, dal basso del suo 2% reale, anche a rischio di scomparire del tutto.
Perché Italia Viva è un po’ come quei virus costruiti in laboratorio: esiste solo in Parlamento.
Quindi, se Renzi ha ragione, si andrà verso un “Conte ter” o verso un governo di “intese” più o meno larghe, e in entrambi i casi lui avrà più potere politico di quanto non ne abbia adesso.
A Renzi interessa solo poter gestire i fondi del recovery fund, che sono l’unica cosa che, attualmente, potrebbe garantirgli di avere in mano una leva che, se ben sfruttata, si possa trasformare in appoggi da parte delle sue categorie di riferimento (industriali, imprenditori) e, quindi, in voti.
La sua è una lotta per la sopravvivenza, in pratica.
Certo, se si sbaglia, il governo cade e si va al voto.
E se si va al voto, lui scompare definitivamente e a Palazzo Chigi vanno Salvini e Meloni, che gestiranno i miliardi del recovery fund.
È una scommessa, la sua.
Il problema è che non la sta facendo solo sulla sua pelle (della quale, legittimamente, mi interessa il giusto), ma su quella di tutti.
Renzi sta scommettendo: se vince riacquista peso politico e (forse) elettorale, se perde fa cadere un governo a pandemia in corso e consegna il paese alla peggiore destra di sempre.
In questo momento, in pratica, tutti noi siamo delle fiches di pochissimo valore sul tavolo da gioco di uno che, politicamente, conta meno del Partito Corsaro.
Spero che almeno questo sia chiaro a tutti.

Emiliano Rubbi su Facebook





Schwarzenegger: «Trump un fallito, il peggior presidente della storia. Ha cercato il colpo di Stato con le bugie»





mercoledì 6 gennaio 2021

Il limite del politicamente corretto



Di Emiliano Rubbi.

Ultimamente è scoppiata una grande polemica, in UK, perché una ragazza di lingua spagnola, avendo smarrito il suo cane, aveva messo un annuncio online per chiedere di contattarla nel caso in cui qualcuno lo avesse visto.
Il problema è che il nome del cane della ragazza era “Ne*ro” (senza asterisco, ma altrimenti Facebook mi censura).
In spagnolo, infatti, il colore nero si chiama così. In pratica, è un po’ come se avesse chiamato il suo cane, che era nero, “Black”.
Ma la cosa non ha convinto moltissimi inglesi che, sui social, hanno seguitato per giorni a dare della “razzista” alla ragazza.
Diversi commenti sotto l’annuncio sostenevano, più o meno, che a questo punto sarebbe giusto cambiare la lingua spagnola e trovare un altro termine per indicare il colore nero. Sul serio.

L’altroieri, in Missouri, il deputato democratico Emanuel Cleaver, ha concluso la sua preghiera, in apertura dei lavori alla Camera, con un meraviglioso “Amen and Awoman”.
La sua intenzione, a quanto pare, era quella di rispettare la parità di genere, ma evidentemente ignorava che “Amen” non significa “Un uomo” in inglese, ma vuol dire “In verità” in ebraico.

Sempre in Inghilterra, diversi telespettatori sono insorti dopo la messa in onda, da parte della BBC, di Grease.
Secondo molti di loro si tratta di un film sessista, razzista e misogino.
Questo perché in “Summer Nights” il coro chiede a John Travolta se Olivia Newton John “ha lottato” quando lui dice di averla baciata, e anche perché nel film non ci sono protagonisti neri.
Il fatto che il musical si ambientasse in una scuola dei primi anni 50 e che i primi tentativi di scoraggiare la segregazione razziale nelle scuole, negli USA, risalgano al triennio 1954/1957 (ma le prime scuole multietniche “tout court” sono successive), evidentemente, non deve essergli particolarmente chiaro.
Come non deve essergli chiaro che una frase attribuita a un personaggio di finzione degli anni 50 non può e non deve rispettare i parametri del pensiero del 2020. Altrimenti possiamo decidere che Hitler, nei film, d’ora in poi si debba preoccupare di rispettare i diritti degli ebrei e Jack lo squartatore si premuri di ammazzare uomini e donne in egual misura, temendo di essere accusato di essere un serial killer patriarcale.

Potrei andare avanti a lungo, queste sono cose accadute solo negli ultimi giorni.
Ora, probabilmente, se siete qui, sapete come la penso sui diritti civili, sulla parità di genere, sull’assoluta necessità di combattere il razzismo sempre e ovunque, non credo di doverlo ribadire.
Ma questa roba fa male, malissimo, proprio a chi si batte per un mondo di pari opportunità per tutti.
Queste derive demenziali del politicamente corretto sono pericolose, visto che non ottengono nessun effetto oltre a quello di togliere credibilità a chi si batte davvero contro le discriminazioni, perché viene associato a queste maledettissime stronzate.
E la destra ha buon gioco a ridicolizzare quelli che, ogni giorno, puntano l’indice contro i numerosissimi episodi di REALE razzismo, di REALE discriminazione, di REALE sessismo, perché questo genere di idiozie finiscono inevitabilmente per screditare anche loro, trascinandoli in un vortice di cazzate politicamente corrette ormai apparentemente senza fondo.
Una volta, come ho già avuto modo di raccontare, un amico mi disse che, secondo lui, il “politicamente corretto” (che negli USA ormai è diventato una sorta di nuovo talebanesimo laico), è stato uno dei motivi principali che hanno provocato la vittoria di Trump alle elezioni del 2016.
Ai tempi mi era sembrata un’esagerazione. Più passa il tempo, più mi convinco che, in effetti, potrebbe essere dannatamente vero.

EDIT: alcuni mi fanno notare che la polemica su Grease è stata sovradimensionata, in quanto si trattava della protesta di poche persone.
Se preferite, sostituitela con la high school americana che ha appena abolito l’Odissea dal proprio corso di studi, reputandola un testo profondamente maschilista, con l’uomo bianco patriarcale Ulisse che lascia la povera Penelope a casa e se ne va a bighellonare in giro per il mondo.

lunedì 28 dicembre 2020

Natale a Rebibbia...

 

Sarà che spira aria di crisi di governo, ma è un fatto che tra il 23 e il 24 dicembre molti politici sono andati a trovare Denis Verdini, 69 anni, fiorentino, recluso nel carcere di Rebibbia dal 3 novembre, dopo la condanna a sei anni e sei mesi per la bancarotta del Credito cooperativo fiorentino. Una processione bipartisan, che va da Matteo Salvini a Matteo Renzi e Luca Lotti, passando per diversi esponenti del centrodestra.

di Luca Serranò

Se, di fatto, la visita di Salvini appare piuttosto scontata, dal momento che il leader leghista è fidanzato da due anni con la figlia di Verdini, Francesca, meno ovvia invece è quella del leader di Italia viva. Che forse ha sentito il bisogno di consultarsi con il banchiere ed ex senatore proprio nei giorni in cui teneva il premier Conte con le spalle al muro sul Recovery fund minacciando la crisi. Singolare anche la visita di Luca Lotti: il deputato renziano, già ministro dello Sport, ma rimasto nel Pd (a suo tempo motivò la sua scelta di non trasferirsi nel partito di Renzi perché "il frazionismo mina la credibilità in politica") è tra i personaggi coinvolti nel caso Consip, assieme a Tiziano Renzi (padre di Matteo) e lo stesso Verdini.

A portare un saluto a Verdini, che nel frattempo si è fatto crescere una lunga barba bianca, anche molti ex compagni di centrodestra come Ignazio Larussa, Daniela Santanché, Maurizio Lupi e Renata Polverini. Ma anche il re delle cliniche romane e forzista Antonio Angelucci.

Come accennato la condanna per Verdini per la bancarotta dell'ex Credito cooperativo fiorentino è diventata definitiva il 3 novembre. I giudici della Quinta sezione penale della Cassazione, presieduta da Paolo Antonio Bruno, hanno confermato la condanna a più di sei anni inflitta in Appello, ad eccezione di quattro mesi caduti per prescrizione. I supremi giudici non hanno accolto quindi la richiesta del sostituto procuratore generale della Cassazione che aveva chiesto per Verdini un nuovo processo d'Appello in relazione ad alcuni capi di imputazione.

Verdini in carcere, l'ascesa e la caduta del banchiere

LINK ORIGINALE

lunedì 23 novembre 2015

Una breve lista di cose da sapere, se si vuole per forza di cose iniziare una conversazione su Isis e Islam





Da Emiliano Rubbi:
"Una breve lista di cose da sapere, se si vuole per forza di cose iniziare una conversazione su Isis e Islam

  1. "Isis" non è un paese arabo.
  2. il 95% dei morti per mano del terrorismo islamico dell'Isis sono musulmani.
  3. Quelli che scappano, quelli che arrivano sui barconi, cercano di sfuggire a una realtà dove stragi come quella di Parigi sono quasi la realtà quotidiana.
  4. L'Islam è diviso tra sciiti e sunniti e i sunniti tra salafiti e wahabiti (ecc). La guerra attuale è, prima di tutto, una guerra in seno all'Islam.
  5. Noi occidentali, attualmente, abbiamo come alleati molti stati arabi che supportano l'Isis (Arabia Saudita, Emirati ecc.). E siamo nemici di paesi che ci combattono contro, come la Siria.
  6. L'esercito dell'Isis (si stima di circa 50.000 uomini) è composto in gran parte da mercenari. Pagati da paesi formalmente nostri alleati, oppure dai fondi derivati dalla vendita del petrolio da parte dell'Isis stessa a paesi occidentali.
  7. I Musulmani, nel mondo, sono più di un miliardo e mezzo. E la maggior parte di loro è vittima quanto, se non più di noi, dell'estremismo.
  8. Gli interessi in ballo sono economici. Si tratta di controllo territoriale e strategico delle risorse petrolifere.
  9. La religione è una scusa per coinvolgere l'emozione delle masse, come sempre succede con le religioni. Ma, come si diceva sopra, le masse coinvolte da questioni religiose, attualmente, sono minime. Si tratta di una frazione infinitesimale, rispetto alla totalità del mondo islamico.
  10. Chi ha interesse a fomentare, adesso, la percezione di una guerra di religioni o di uno "scontro tra culture" (noi contro l'Islam) è il primo dei terroristi. Si tratta di sciacalli senza scrupoli che sperano di ottenere più voti, trovando un nemico comune nell'Islam e aizzando l'opinione pubblica contro quei popoli che sono le vittime principali di tutto quello che sta succedendo. 
Partiamo da questo e poi, se volete, parliamo." 



Da Emiliano Rubbi:"Una breve lista di cose da sapere, se si vuole per forza di cose iniziare una conversazione su Isis...
Posted by Piero Pierotti on Sabato 21 novembre 2015