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venerdì 2 giugno 2023

PLUSVALENZE JUVENTUS: GAME OVER

La Juventus sulle plusvalenze è stata condannata (un eventuale ulteriore ricorso non cambierà la sostanza). Ho studiato la prima sentenza di condanna nel processo sportivo, perché riguardava bilanci, revisori e organi di controllo, tematiche che mi appassionano e di cui mi occupo in ambito accademico e professionale da oltre 25 anni. La complessità tecnica, unitamente all’esigenza dei media di suscitare clamore e, temo, in alcuni casi, la scarsa lucidità provocata dall’odio verso la Juve, hanno indotto molti dei primi commentatori a limitarsi a fare il copia incolla della Sentenza.

D’altra parte, per chi non si occupa professionalmente di bilanci, è davvero difficile capirla. Quando ho scritto il primo articolo (Motivazioni della Sentenza plusvalenze Juventus) non immaginavo che avrebbe suscitato tanto clamore (300k visualizzazioni Twitter), interviste su quotidiani nazionali (Corriere della Sera, ed. Torino, Tuttosport), inviti ad intervenire su Juventibus (dove ormai mi sento di casa), Colpo Gobbo, Liberi Oltre che stimo e seguo da anni, diffusione dei miei lunghi tweet dall’account twitter di Juventinovero (@JU29ROTEAM), baluardo della difesa mediatica della Juventus fin dai tempi di calciopoli.
Tutto questo è stato favorito da un fatto, a miei occhi “incomprensibile”, quasi nessuno, tra i miei colleghi professori e/o commercialisti, ha ritenuto “opportuno” esporsi (nemmeno per criticare, nel merito, i miei articoli).

A conclusione di questa vicenda, propongo alcune mie riflessioni:

NON SI CRITICA UNA SENTENZA DI CONDANNA DELLA JUVENTUS.

Conosco le regole della comunicazione, ma mi ha stupito la “condanna preventiva” della Juventus, la “scarsa” propensione dei principali mezzi di comunicazione nel dare spazio a voci critiche (con l’eccezione, per quanto mi riguarda, del dott. Nerozzi del Corriere della Sera, “non amato” dai tifosi juventini per la pubblicazione delle carte della procura, ma che ha anche dato visibilità ai miei articoli critici della Sentenza). Nessun quotidiano, che io sappia, ha pubblicato commenti tecnici sul ricorso della Juventus, un vero peccato. Ma perché non si critica la Sentenza? Non lo so. È stata un’eccezione Tuttosport, che ha pubblicato anche analisi di avvocati critici verso la Sentenza, quotidiano sportivo, però, vicino alla fede juventina.

Trovo tutto ciò piuttosto grave, perché il continuo “indottrinamento” tramite la pubblicazione di intercettazioni e tesi dell’accusa, inevitabilmente crea un clima di condanna preventiva (quel sentimento popolare citato da un noto quotidiano sportivo) e falsa la realtà dei fatti (mi auguro che non influenzi anche le decisioni di chi è chiamato a giudicare, ma non si può certo escludere). Una mia ipotesi, è che le regole della comunicazione inducano a scrivere ciò che si pensa voglia sentirsi dire il lettore che, come noto, è colpevolista sempre (ancora di più quando si tratta di Juventus). Questo non ci rende un Paese civile.

PERCHÉ ESPORSI, CHI TE L’HA FATTO FARE

Sono da sempre tifoso della Juve, ma sono il tipico tifoso juventino moderato. Questa piccola esposizione mediatica mi ha portato a essere apprezzato e seguito da tifosi juventini, ma ha anche suscitato una generale freddezza nei miei confronti da parte di molte persone. Sapevo di entrare in un terreno di gioco pericoloso, e non a caso i miei articoli, prima di essere pubblicati, non solo li ho sempre riletti chiedendomi se alcune mie affermazioni potessero essere fraintese, li ho sempre anche sottoposti all’esame attento di amici colleghi qualificati (compreso un amico interista!). Ho ricevuto numerosi complimenti “vai avanti”, “sono d’accordo con te” in privato, ma pochi in pubblico. E non mi riferisco alle opinioni dei tifosi, ma a persone qualificate da cui mi sarei aspettato meno ritrosia a esporsi.

LA JUVENTUS È ODIATA

Per me è inconcepibile, io conosco solo il tifo a favore, ma capisco che un tifoso della Juve è favorito, perché è abituato a godere delle vittorie della propria squadra del cuore. Ho letto con interesse il libro di Massimo Zampini in cui spiega il “modello di comunicazione” quando c’è di mezzo la Juventus e mi sono davvero stupito nel trovare riscontri di quello che ha scritto (es. il goal di Turone), in questi mesi in cui seguo da vicino tutto ciò che riguarda la Juve. Forse è la regola del mercato, i tifosi della Juve sono milioni, ma tutti gli altri insieme sono molti di più. Sono proprio i media, spesso, a innaffiare questo odio, per non parlare dei giornalisti/opinionisti che dell’odio verso la Juve ne hanno fatto il proprio core business (cit.)

CRITICARE UNA SENTENZA NON SIGNIFICA SOSTENERE L’INNOCENZA DELLA JUVENTUS E DEI SUOI VERTICI

Questo è l’aspetto più difficile da comunicare a chi non ha “sensibilità” giuridica o onestà intellettuale. Io non ho mai scritto o parlato in qualità di tifoso della Juventus, ma sempre e soltanto sul piano tecnico, esprimendo certamente opinioni, ma di cui sono convinto e ampiamente motivate. In molti (si pensi al “sentimento popolare”) non riescono a capire che una Sentenza di condanna non può non spiegare in modo chiaro le prove della colpevolezza. E ciò indipendentemente dall’innocenza o meno degli accusati. Io non conosco i fatti e, quindi, non potrei sostenere l’innocenza della Juve sulle plusvalenze e non l’ho mai fatto. Molti però faticano a capire che le intercettazioni non dimostrano nulla, sono solo un importantissimo strumento per le indagini.

Non capiscono che quella condanna per dissimulazione della natura permutativa e per l’alterazione dei valori dei calciatori incrociati è qualcosa che ha dell’incredibile, poco più di un’accozzaglia di affermazioni maldestre, io non vorrei mai essere tra gli estensori di quel documento. Purtroppo, proprio per l’odio di cui parlavo prima, temo che siano stati troppo pochi, tra i non tifosi juventini, ad aver avuto l’onesta intellettuale di leggere e riflettere sulle critiche che ho sollevato, ma sono sicuro che almeno una parte degli addetti ai lavori l’ha fatto e questo mi basta. Qualcuno starà pensando “Ma i giudici l’hanno condannata”. La mia risposta è che talvolta le Sentenze, anche definitive, sono sbagliate e devono essere criticate.

IL PROCESSO SPORTIVO È “STUPEFACENTE” E DEVE ESSERE RIFORMATO

Confesso, è la prima volta che analizzo così in dettaglio Sentenze in ambito sportivo. Mai avrei immaginato che potessero essere scritte così male come quella che ha condannato a 15 punti di penalità la Juve. Non lineare, complicata, con affermazioni apodittiche, affermazioni non vere, discutibili e persino con un “errore” clamoroso. E poi sono arrivate quelle successive, che non mi sono sembrate migliori, ma non voglio invadere il campo degli avvocati. Mi limito a dire che per il bene del calcio è necessaria una riforma del processo sportivoC’è un codice di diritto sportivo che viene interpretato e piegato a ciò che si vuole sostenere, è inaccettabile. Devono essere fissate delle regole chiare che non si prestino a interpretazioni “in libertà”.

A dire il vero, molte regole mi sembrano già chiare, forse è chi le applica che si muove in libertà. Se un articolo (n. 31) afferma che l’errore in bilancio è punito con un’ammenda, non bisogna essere giuristi per capire che l’errore in bilancio non può portare anche ad una penalità in punti. E questa interpretazione è rafforzata dal comma in cui si prevede la penalizzazione anche in punti qualora l’errore in bilancio sia stato strumentale all’iscrizione al campionato. Letto a contrario, significa che un errore non strumentale all’iscrizione al campionato non può essere associato alla penalizzazione in classifica.

PLUSVALENZE JUVENTUS: LA CONDANNA E IL JOLLY DELL’ARTICOLO 4

Per non parlare del famoso art. 4, che avendo natura residuale, non dovrebbe essere richiamato per fattispecie disciplinate. Si obietta che la società risponde per la slealtà dei suoi dirigenti, ma gli errori in bilancio non possono che essere commessi da persone. Oltre al fatto che, nel 99% dei casi, si tratta di comportamenti intenzionali e, conseguentemente, “sleali” nell’accezione in cui è stato utilizzato il concetto di slealtà. Ma poi mi chiedo, siamo sicuri che la slealtà sportiva (come simulare di essere stati spinti in area di rigore) sia associabile al tema dei bilanci? Per non parlare del fatto che si prevedono penalizzazioni di uno o più punti.

E nell’interpretazione di chi è chiamato a giudicare si definisce la penalità, ad esempio, 15 punti e poi 10, senza dover spiegare in alcun modo come sono stati calcolati… e molti giornalisti sportivi non trovano nulla di strano in tutto ciò, incredibile (per fortuna anche in questo caso ci sono lodevoli eccezioni).

C’è persino chi lo spiega con il fine di non consentire di giocare le coppe, questa sarebbe l’afflittività, che imbarazzo. Per non parlare di chi rappresenta l’accusa e chiede prima 9 punti e poi, sulla base delle stesse carte, passa a 11 (è qualcosa che mi fa quasi tenerezza). Non merita poi quasi nemmeno la pena di essere citato quello che è accaduto con le condanne, mi viene da ridere se penso che la celerità è prioritaria nel processo sportivo. Che le pene dovrebbero essere comminate solo a conclusione del processo sportivo come ormai sostengono diversi avvocati di diritto sportivo mi sembra non solo condivisibile, trovo incredibile che non sia già così.


LA JUVENTUS È STATA CONDANNATA, TUTTO INUTILE?

Me lo sono chiesto, ma no, anche se ovviamente sono molto amareggiato dall’esito, allo stesso tempo non ho nulla da recriminarmi. Sapevo fin dall’inizio che il successivo grado di giudizio non avrebbe riguardato il merito, ma solo questioni di diritto (e questa è una delle incredibili storture di questo processo che, nel merito, ha avuto un solo grado di giudizio). I miei articoli sono pubblicati sul blog e rimarranno a futura memoria. E nessuno, finora, ha saputo/voluto criticare, con argomentazioni valide, quello che ho scritto. Mi auguro di avere contribuito a divulgare il contenuto e le criticità della Sentenza, cercando di fare capire che in quella Sentenza di prove cosiddette concludenti, non ce ne sono, a differenza dei titoloni riportati sui quotidiani.

Ho ricevuto testimonianze di stima da parte di persone qualificate che mi hanno fatto molto piacere (anche se quasi sempre solo in privato). Forse mi illudo, ma ritengo che la consapevolezza che le Sentenze sono analizzate con spirito critico induca, alla lunga, anche gli estensori a porre maggiore attenzione. Ho poi conosciuto persone interessanti che mi auguro, in futuro, di avere l’occasione di incontrare anche di persona e non solo attraverso un monitor.

DOVE HA SBAGLIATO LA JUVENTUS E COME EVITARE PASSI FALSI IN FUTURO.

Indossare la maglia della Juve è una responsabilità, non è come indossare una maglia di un’altra squadra di calcio. E ciò vale non solo per i giocatori, ma anche per dirigenti e vertici della società. L’esito discusso (e discutibile) di calciopoli non sembra essere stato un monito sufficiente. Se lavori per la Juve devi comportarti in modo ineccepibile (e al telefono ricordarti che si può essere fraintesi). Come qualunque società, la Juve deve fare un’attenta analisi dei rischi aziendali (ex 2086 c.c., come spiego ai convegni per commercialisti) e, successivamente, valutare come gestirli al meglio, nell’ottica di ridurre al minimo la probabilità che si manifestino e/o le conseguenze.

Qual è il maggior rischio per una società di calcio? Per squadre i cui proprietari non hanno molti mezzi, il rischio potrebbe essere di tipo finanziario, considerati i diffusi squilibri di bilancio, ma non è il caso della Juve (grazie alla solidità dell’azionista di maggioranza).

L’INTERESSE MEDIATICO VERSO TUTTO CIÒ CHE RIGUARDA LA JUVE È ENORME.

E allora qual è il maggior rischio da cui deve tutelarsi la Juve? È il rischio reputazionale.

Lo so che ora qualche tifoso farà una smorfia ma, a mio parere, per la Juve la reputazione deve venire ancora prima delle vittorie sul campo. L’unico modo per difendersi in modo efficace da eventuali nuove future accuse e spazzare via questa fastidiosissima (per i tifosi juventini naturalmente) abitudine ad additare alla Juventus qualsiasi nefandezza, è essere eticamente inattaccabili. Lo devono essere i giocatori in campo, a costo di ottenere una punizione o un rigore in meno, e lo devono essere ancor di più vertici e dirigenti. Quando la Juve ci riuscirà, l’odio con il tempo scemerà e lascerà il posto soltanto all’invidia.

mercoledì 10 maggio 2023

Juve e giustizia sportiva: le 4 domande che meritano una risposta


Da TuttoSport

Juve e giustizia sportiva: le 4 domande che meritano una risposta
Il club bianconero verrà condannato a una penalizzazione nel procedimento plusvalenze, ma finora non si è capito molto e quel poco non è molto congruente

Guido Vaciago, 10.05.2023

Poi qualcuno, non importa chi, dovrebbe anche spiegare tutto con parole semplici. Perché non dobbiamo dimenticarci che stiamo parlando di calcio e che si sta giocando con i sentimenti di milioni di persone che amano il calcio e la loro squadra del cuore, che non hanno fatto niente di male e che, quindi, meritano di capire. Perché, no, finora non si è capito molto e quel poco che si è capito non è molto congruente. Per cui, proviamo a ricapitolare le domande che meritano una risposta.
JUVE E PLUSVALENZE: DOMANDE CHE MERITANO RISPOSTA
1. Perché la Juventus verrà condannata a una penalizzazione nel procedimento plusvalenze? Visto che:
a) non c’è una norma che regoli la questione delle eventuali plusvalenze fittizie;
b) come è possibile che le eventuali plusvalenze fittizie abbiamo inciso nei risultati sul campo se incidono per meno del 5% sul fatturato complessivo del periodo contestato?
c) Quali sono i vantaggi ottenuti tali da inquadrarli come «slealtà»?
2. Quali sono gli effetti diretti e gravi sulle partite giocate da giustificare punti di penalizzazione in campionato del «sistema collaudato della Juventus di scambi incrociati di calciatori con altre società sportive, finalizzati alla realizzazione di plusvalenze artificiali»?
3. In cosa differisce il «sistema Juventus» da quello di altri club che, nel recente passato, hanno utilizzato le plusvalenze come meccanismo di bonifica del bilancio?
4Perché la Juventus è l’unica squadra a essere punita per le plusvalenze, visto che per sfruttare questa pratica illegale ci si deve mettere d’accordo in due?
Giustizia e giustizia sportiva
Il problema della giustizia, qualsiasi essa sia, è quella di essere comprensibile a tutti. La trasparenza di cui parla anche la nostra Costituzione consiste nel riuscire a spiegare in modo coerente perché certe condotte portano a una sanzione e certe altre no e anche perché la sanzione può essere modulata in modo più o meno severo. Ancora di più se si tratta di giustizia sportiva che, in teoria, dovrebbe essere più comprensibile agli appassionati. Altrimenti è la giustizia dell’Azzeccagarbugli, cui sarebbe piaciuto da morire poter leggere, da una grida pescata a caso, «dosimetria sanzionatoria» in faccia all’attonito Renzo.

Note:

venerdì 5 maggio 2023

Scudetto meritato...

 

#Malagò dice che non ricorda uno #scudetto più meritato di questo e vinto con così tanto anticipo. Eppure bisogna andare non troppo lontano, alla stagione 2018/2019, per trovare una squadra che al termine del girone di andata ha fatto 53 punti (record per la #SerieA al giro di boa), ha portato il suo vantaggio sulla seconda fino a +20, battendola anche in casa sua al ritorno, e chiudendo matematicamente i giochi il 20 aprile, a 5 giornate dal termine, vincendo l'ottavo titolo consecutivo. Quella squadra si chiamava #Juventus, la seconda in classifica dominata in campo si chiamava #Napoli, ma evidentemente Malagò o non la ricorda o l'ha già estromessa dal calcio italiano, cosa che stanno tentando di fare da 20 anni. Vi prego, accontentiamoli
 #Superlega #DisdettaDaznSky



mercoledì 12 aprile 2023

Ancora articolo 4

Nino Ori su Ju29ro

Oggi la Procura Federale ha notificato alla Juventus la chiusura delle indagini per le cosiddette 'manovra stipendi, partnership e agenti'.
Nell'atto, il procuratore Chinè contesta tra l'altro al club bianconero la violazione del principio di lealtà sportiva (art. 4.1).
Chinè gioca il jolly, e contesta l'art.4, che (come abbiamo visto) finora ha permesso assoluta libertà nella determinazione della pena.
La Juventus ora ha due settimane di tempo per presentare le controdeduzioni.
La notizia vera è che hanno accorpato tutto in un unico procedimento, contrariamente alla distinzione tra manovra stipendi e partnership che molti ipotizzavano.
Nota della Società
Juventus Football Club S.p.A. comunica che la Procura Federale presso la F.I.G.C. ha notificato in data odierna a Juventus e ad alcuni suoi esponenti attuali e passati la Comunicazione di conclusione delle indagini relative alla c.d. “manovra stipendi della stagione sportiva 2019/2020”, alla c.d. “manovra stipendi della stagione sportiva 2020/2021”, ai rapporti tra la Società e taluni agenti sportivi, nonché a taluni presunti “rapporti di partnership” tra Juventus e altri club. La Procura Federale, anche in virtù di asserite violazioni contabili, ha ipotizzato la violazione dell’articolo 4, comma 1, del Codice di Giustizia Sportiva.
In virtù delle ragioni già illustrate, inter alia, nella Relazione finanziaria annuale al 30 giugno 2022 e nella Relazione finanziaria semestrale consolidata al 31 dicembre 2022, la Società ritiene di aver applicato correttamente i rilevanti principi contabili internazionali, nonché di aver operato nel pieno rispetto del principio di lealtà sportiva. Per maggiori informazioni, si rinvia alle relazioni finanziarie citate, nonché ai comunicati stampa diffusi dalla Società in data 2 dicembre 2022 e 24 marzo 2023.
Si precisa che la Comunicazione trasmessa non costituisce esercizio dell’azione disciplinare da parte della Procura Federale; la Società potrà ora avere accesso agli atti e articolare le proprie difese nei termini previsti dal Codice di Giustizia Sportiva.




sabato 4 marzo 2023

Riassunto delle analisi del prof. Bava sulla sentenza sportiva sulla Juve


 



 

lunedì 27 febbraio 2023

...a proposito di Tebas


 Ju29ro, a proposito di Tebas

"Agnelli vorrebbe ingannarci, come ha ingannato gli azionisti e i tifosi della Juventus con i suoi falsi in bilancio."
Venghino, siori, venghino! (Javier Tebas MEDRANO)

Cosa c'è dietro gli attacchi di Tebas ad Agnelli?
Secondo El Espanol le ragioni dell'acredine di Tebas verso Agnelli sarebbero da cercarsi nella reazione che Andrea oppose all'entrata in Lega Calcio di un fondo di investimento che avrebbe voluto Tebas alla guida del calcio italiano, con conseguente ricchissimo stipendio.
Qui sotto il reportage di Jorge Calabres su El Espanol e la traduzione in italiano da parte nostra.
SPOILER: e buon derby della Mole! (non in TV, mi raccomando)
Il fallito sbarco di CVC in Italia e i 30M che Tebas non ha ottenuto: la storia dietro l'attacco ad Agnelli
Il fondo ha negoziato per entrare nel Calcio Italiano con un investimento di 1.700 milioni di euro e lo avrebbe accompagnato l'attuale presidente della Liga con un cospicuo bonus
(Jorge Calabrés)
Javier Tebas, presidente de LaLiga, ha attaccato Andrea Agnelli dopo le sue dimissioni da capo della Juventus a causa dell'indagine della Procura di Torino sui conti della società bianconera. Il rapporto tra i due si è rotto molto prima della Superlega, nel febbraio 2021, quando l'italiano si è posizionato contro il fondo di investimento CVC, partner di Tebas ora in Spagna, che voleva entrare nella Serie A.
Il presidente della Liga ha dichiarato nel suo account Twitter personale che Agnelli ha passato anni "a manipolare bilanci, valutazioni, documenti, per ingannare le autorità pubbliche, sport, azionisti, tifosi...". Inoltre, ha aggiunto che l'ex presidente della Juventus vuole "ingannare il mondo del calcio con la bontà della Superlega".
Tebas ha definito le dimissioni di Agnelli "una grande notizia". Tuttavia, il motivo nascosto di questi attacchi del presidente della Liga è da cercarsi nel tesissimo contenzioso che i due hanno avuto tra la fine del 2020 e l'inizio del 2021. L'amministratore delegato della Juventus ha infatti impedito a CVC e Tebas di approdare in Serie A.
Il fondo di investimento ha fatto un'offerta da 1.700 milioni di euro per una formula quasi identica a quella che poi ha firmato con LaLiga. Questa cifra doveva andare ai club italiani per il 10% dei diritti televisivi dei prossimi 50 anni. Tuttavia, il piano di CVC era anche quello di nominare Javier Tebas presidente della Serie A, secondo fonti di vari club italiani a El Espanol.
Queste stesse fonti assicurano anche che l'arrivo di Tebas nel calcio italiano sarebbe stato accompagnato da uno stipendio importante e da un bonus alla firma di 30 milioni di euro. Vale a dire quasi 10 volte lo stipendio che guadagna attualmente il presidente della Liga e che nell'ultima stagione è stato di 3,37 milioni di euro, secondo i numeri pubblicati da La Liga.
Il grande sostenitore di Tebas e CVC in Italia è stato Urbano Cairo, proprietario del Torino e presidente di RCS MediaGroup. La Juventus di Andrea Agnelli si è però opposta con veemenza a questa operazione, che avrebbe "ipotecato" il futuro dei club. La società bianconera ha avuto anche l'Inter come grande alleata e, alla fine, ha vinto il voto nell'assemblea di Serie A poiché il progetto non è riuscito a ottenere il sostegno di almeno 14 club.
La Serie A ha quindi bocciato il CVC e con esso è finita la possibilità che la Tebas finisse nel calcio italiano su proposta del fondo.
Già nel 2018 l'attuale presidente della Liga sosteneva di avere un'offerta dal Calcio italiano, situazione di cui approfittò per farsi alzare lo stipendio. Da quando è diventato presidente de La Liga nel 2013, il suo stipendio si è quasi decuplicato, visto che gli emolumenti che percepiva per il suo ruolo allora erano di 348.000
Tuttavia, tutte le fonti calcistiche italiane consultate da El Espanol smentiscono che nel 2018 ci sia stata una proposta decisa dalla Serie A a Javier Tebas e assicurano che l'unica volta in cui Tebas è stato vicino a finire nel calcio italiano è stato tramite CVC e la proposta di Urbano Cairo.
Ora, a quasi due anni dalla reazione di polso di Agnelli, Tebas si è preso la sua personale rivincita con alcune dichiarazioni nei confronti dell'ex presidente della Juventus.
Il capo della Liga aveva anche accusato la società bianconera nell'aprile di quest'anno per non aver rispettato il fair play finanziario della UEFA ed è sempre stato molto critico nei confronti della sua figura.


domenica 6 febbraio 2022

Mercato di Gennaio...




sabato 18 dicembre 2021

Intanto in serie B...

 




sabato 27 marzo 2021

Non fu come lo raccontarono... (post in aggiornamento)

 


 


Ignazio Scardina, il giornalista incastrato da false accuse dei colleghi - Errori giudiziari: Trascinato dalle false accuse di colleghi nella vicenda Calciopoli che nel 2006 sconvolse il calcio italiano, il giornalista Rai Ignazio Scardina fu sempre assolto per non aver commesso il fatto. Ma l'amarezza che portò con sé da quella vicenda lo minò dentro fino a portarlo alla morte.



Salto nel dubbio

di Fabrizio Colarieti

«Un pensiero e una preghiera per colui che da un anno non è più con noi! Un sms perché non si dimentichi. Fatelo girare grazie».

È un sms a ricordare ai dipendenti della sede romana della Telecom di via di Torre Rossa che è trascorso un anno da quando il loro collega, Adamo Bove, è precipitato da un viadotto della tangenziale di Napoli.
Un sms inviato da un ignoto e firmato Sec Ti, Security Telecom Italia, che ha fatto il giro dei cellulari aziendali e che ha riportato la memoria a quel venerdì 21 luglio di un anno fa quando il corpo del manager della Security Governance fu rinvenuto in fondo a un cavalcavia al Vomero.
Un volo di una trentina di metri, poi lo schianto, il silenzio, che lasciano tanti, troppi dubbi sulla sua morte.
Quarantadue anni, laureato in Giurisprudenza alla Sapienza di Roma, commissario capo della polizia fino al 1998, con un passato alla Dia ricco di successi per la cattura di pericolosi latitanti del calibro di Francesco “Sandokan” Schiavone e Mario Fabbrocino.
Adamo Bove quel 21 luglio, dopo aver posteggiato a lato della rampa di via Cilea la Mini di sua moglie, Wanda Acampa, oncologa al policlinico di Napoli, si sarebbe gettato nel vuoto schiantandosi su una carreggiata della tangenziale.
Era solo, lo afferma un testimone, un motociclista che si trovava alla barriera della tangenziale e che ha assistito alla terribile sequenza.
Un uomo che si sporge e un attimo dopo precipita. L’esperto in sicurezza aziendale lascia l’auto accesa con le quattro frecce che lampeggiano, all’interno nessuna lettera d’addio, il suo cellulare registra una sola telefonata in entrata fatta da un collega circa dieci minuti prima dello schianto. 
Sembra la cronaca di una decisione presa a freddo, di un suicidio premeditato da chissà quanto tempo.
Non è così.
La storia non è questa.
Adamo Bove non aveva alcun motivo per togliersi la vita.
A non crederci è lo stesso magistrato chiamato a occuparsi del caso, il pm Giancarlo Novelli della procura di Napoli, che apre un fascicolo a carico di ignoti con l’ipotesi di istigazione al suicidio.
Non ci crede nessuno anche tra i familiari: la moglie, i genitori, il fratello gemello Guglielmo che in Telecom dirige l’ufficio legale.
Un anno dopo la loro rabbia si sfoga sulle pagine di Repubblica, in un annuncio a pagamento: «Sappiamo che prima di morire Adamo ha conosciuto suo malgrado la vergogna. La peggiore cui può essere condannato un essere umano. Quella che subisce chi non ha commesso peccato. Adamo ha conosciuto la vergogna per il vociare infamante che lo ha circondato».
Per raccontare la storia di quest’uomo è necessario fare un passo indietro e sottolineare alcune stranezze, almeno tre, che legano con un filo rosso gli ultimi mesi di vita del manager ad altrettante vicende che sono al centro dell’attenzione nazionale.

È certo, infatti, che Bove si sia occupato, collaborando attivamente con gli inquirenti, di scovare i cellulari utilizzati dagli agenti della Cia (26 quelli identificati) e dai colleghi italiani del Sismi per portare a termine il sequestro dell’imam egiziano Abu Omar, compiuto il 17 dicembre 2003 a Milano.
A dirlo sono gli stessi magistrati milanesi che indagano sul sequestro insieme alla Digos: Bove diede un contributo fondamentale indicando quali fossero i cellulari da intercettare in condizioni di estrema segretezza, trattandosi di utenze in uso ad agenti segreti.
Almeno quattro di queste utenze, si saprà poi, hanno certamente a che fare con il sequestro: tre sim risulteranno in uso al Sismi e una al gruppo Pirelli/Telecom, a Tiziano Casali, il capo della sicurezza personale dell’allora presidente, Marco Tronchetti Provera.
L’indagine, oltre a travolgere i vertici del servizio segreto militare con l’arresto del numero due, Marco Mancini, mina Telecom, i suoi vertici aziendali e la già assai discussa Security.
Bove si ritrova in trincea, turbato, stretto in una morsa: da un lato sta aiutando la magistratura a far luce su una vicenda complicata con pesanti implicazioni internazionali, dall’altro sa che non si può fidare di nessuno dentro la sua azienda, essendo evidenti i legami di alcuni suoi colleghi, il capo della sicurezza Giuliano Tavaroli per primo, con il Sismi.

Ma Bove ha fatto il suo dovere almeno in altre due occasioni: aiuta la polizia anche nelle indagini legate al cosiddetto Laziogate, l’inchiesta scattata dopo la scoperta di un caso di spionaggio ai danni dei candidati alla presidenza della Regione Lazio, Piero Marrazzo e Alessandra Mussolini, nel tentativo di favorire Francesco Storace.

Abu Omar, Laziogate, l’attività illecita di dossieraggio avviata dalla Security Telecom/Pirelli: il quadro è quasi completo.
Bove intuisce, per primo, che il marcio è proprio dentro Telecom, ma è troppo tardi.
Il Garante della privacy contesta alla compagnia l’esistenza di un sistema informatico fuori dagli standard, in grado di spiare i tabulati telefonici di utenze fisse e mobili senza lasciare traccia.
Il sistema si chiama Radar, è a Padova: è la “porta senza firewall” lasciata appositamente aperta e da cui è uscito di tutto.
Radar, secondo gli inquirenti, è l’applicativo, interrogabile dalla intranet fin dal 1999, di cui si sarebbe servito per anni anche il Sismi, grazie all’amicizia di Tavaroli con Mancini, per spiare migliaia di cittadini, imprenditori, politici, giornalisti e personaggi dello spettacolo.
La Telecom corre ai ripari: denuncia l’esistenza di un’immensa falla nei suoi sistemi e Bove contribuisce a segnalare ogni abuso, è il suo lavoro.
Tavaroli - che finirà in manette con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione di pubblici ufficiali per l’acquisizione di informazioni coperte dalla privacy - esce di scena.
Bove, verosimilmente, finisce nel mirino dell’Internal Auditing: il servizio ispettivo della compagnia telefonica getta ombre sulla sua figura, perché dal suo ufficio è possibile «operare con modalità anomale e non certificabili» sui sistemi informatici, su Radar.
L’Audit che incastra Bove porta la firma del super esperto in sicurezza informatica Fabio Ghioni (che finirà poi in manette per l’attacco ai computer dell’ex Ad di Rcs, Vittorio Colao, e del giornalista Mucchetti).
Siamo al paradosso, alla beffa: Bove passa da Telecom a Tim nel 2002, quando Radar è operativo già da tre anni e, quattro anni dopo, nel 2006, l’azienda gli sta contestando di aver coperto il suo illecito utilizzo.
È il 10 giugno 2006, Bove è assediato, nervoso, amareggiato, si sente tradito, scomodo.
Il Sole 24 ore anticipa i contenuti dell’inchiesta dell’Internal Auditing, fa il suo nome, il manager appare turbato ai suoi familiari.
Prova vergogna, ma senza aver commesso peccato. Si accorge di essere pedinato. A Roma, vicino la sua abitazione in via Federico Cesi, mentre sta rientrando con la moglie nota un furgone bianco. Si ricorda che è lì da giorni, è aperto, fruga all’interno e scopre che è intestato a un autonoleggio. Stranezze. Anche a Napoli, racconta a suo padre, qualcuno lo segue con modalità anomale, quasi volesse farsi notare.
Il 15 luglio, sei giorni prima della sua morte, Bove blocca in strada un misterioso personaggio che risponde con un what? alla domanda “Chi sei? Che vuoi?”. Ma c’è una certezza: Bove, contrariamente a quanto verrà diffuso, non è indagato da alcuna procura.
Quel 21 luglio si congeda dalla moglie con un sereno «ci vediamo dopo», sono le 11.30 e la coppia è a Parco Margherita, dove ha acquistato casa e dove vuole trasferirsi. Bove, stranamente, per raggiungere la vecchia abitazione, in via Luigia Sanfelice al Vomero, cioè a circa cinque chilometri da Parco Margherita, sceglie il percorso più lungo: prende la tangenziale a Fuorigrotta e attraversa Napoli, poi esce a via Cilea. Qualcuno lo pedina? Alle 12.40, il cacciatore di latitanti, l’uomo che fino al quel momento sa di aver fatto fino in fondo il suo dovere, è giunto all’appuntamento con la morte.
Per mania di persecuzione o per mano assassina?
Guglielmo Bove, il fratello di Adamo. «Non ci arrendiamo, vogliamo la verità e continueremo a seguire le indagini con la massima fiducia». Parla a left a nome di tutta la famiglia, Guglielmo. «Non abbiamo una spiegazione, Adamo aveva un terrore pazzesco del vuoto, soffriva di vertigini, una condizione incompatibile con la ricostruzione della sua morte.
Era assediato da vivo e lo è ancora adesso, basta digitare il suo nome su Google per rendersi conto che tutti i personaggi coinvolti nello scandalo intercettazioni continuano ad accusare esclusivamente lui.
Adottano tutti la stessa linea difensiva: nessuno accusa nessuno, né verso l’alto né verso il basso, perché il capro espiatorio è stato già individuato.
Abbiamo massima fiducia nei magistrati che stanno indagando sulla morte di Adamo, a Napoli e a Milano, siamo consapevoli che è assai difficile provare l’istigazione al suicidio, tuttavia molto lavoro è stato fatto e ce n’è ancora altrettanto da fare».

Cristina Sivieri Tagliabue, giornalista, ex collega di Adamo Bove, per cinque anni responsabile editoriale Telecom. Il giorno della sua morte gli ha scritto una poesia sul blog criativity.com. Adamo l’aveva conosciuto in Tim: «Ci siamo divertiti – racconta la giornalista a left- sì, la parola giusta è divertiti. Era ironico. Una persona squisita, piacevole al contrario di altri dirigenti Tim. Con lui si parlava bene, al di fuori dei ruoli». Cristina lascia la Telecom nel 2005 ma continua a sentirsi con Bove: «Fino a quando sono iniziati a uscire i primi articoli sulla questione delle intercettazioni, da quel momento era diventato impossibile parlarci, avevamo entrambi paura di essere intercettati. Lo sentivo turbato, cambiato, temeva di dirmi cose troppo riservate. Sono tornata in Telecom il mese scorso, ho chiesto agli ex colleghi cosa pensassero di tutta questa vicenda. C’è molto scetticismo sull’ipotesi del suicidio, l’aria che si respira è pesante, uno strano silenzio».

domenica 31 gennaio 2021

La Signora si fa il lifting con gli under 23 "figli" di babbo Buffon

Mentre il portierone compie 43 anni, Pirlo esalta i giovani. Contro la Spal erano dieci



sabato 22 agosto 2020

"Saliamo che li mettiamo in fuorigioco"

Michel Platini, Le Roi...



#AccaddeOggi

22 Agosto 1982

"Saliamo che li mettiamo in fuorigioco"

Dembele' si è presentato ai tifosi blaugrana facendo fatica a fare due palleggi, Kondogbia' saltellando su un terrazzo, Il Re di Francia si presentò al Comunale in questa maniera.
Era il 22 Agosto del 1982, Le Roi aveva appena ereditato la maglia n.10 dall'Irlandese, fiorentino d'adozione, liam Brady, si giocava al Comunale di Torino la seconda giornata di Coppa Italia contro il Pescara allenato da Rosati, dopo appena 7 minuti di gioco il tre volte pallone d'oro raccoglie 20 metri fuori dall'area una respinta di un difensore abruzzese, stoppa la palla con il petto e con un pallonetto fantastico salta tutta la linea difensiva pescarese (in campo per i biancoazzurri anche un giovanissimo Filippo Galli) salita per mettere in fuorigioco gli altri bianconeri, ma non avevano fatto i conti con l'estro di Michel che si presenta tutto solo davanti a Bartolini e dopo aver controllato per tre volte la palla con il destro apre il piattone e disegna una traiettoria che fa terminare la sfera sotto l'incrocio.
La partita termina 2-1, gol di Bettega nella ripresa e Autogol di Scirea al 90', ma la scena se la prende tutta Le Roi.
Negli abruzzesi...scende in campo con il numero 7 un giovanissimo Biagio Lombardi che quache anno piu' tardi indosso' onorandola come pochi altri la maglia n.10 del Ravenna.

#juventus #finoallafine #juve #juventusunder23



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