Cercando in rete notizie sul grande mistero di chi sia a foraggiare il califfo del daesh mediante l'acquisto del petrolio estratto dai pozzi in Siria e in Iraq, ho trovato un interessante reportage del sito al-Araby, che viene ripreso da diversi siti italiani e che si intitola Raqqa's Rockfellers: How Islamic State oil flows to Israel. L'articolo spiega, citando diverse fonti, chi e come il petrolio dell'Isis arrivi in Israele, ma riserva una sopresina che riguarda noi italiani.
Ecco il passaggio che mi ha fatto letteralmente saltare sulla sedia: "The oil is sold within a day or two to a number of private companies, while the majority goes to an italian refinery owned of the largest shareholders in an italian football club [name removed] where the oil is refined and used locally".
Mi chiedo chi possa essere...
Ecco alcuni siti in italiano che riportano la notizia
Li copio qui di seguito, non si sa mai che spariscano...
Israele comprerebbe il greggio contrabbandato dal Daesh e dai kurdi irakeni attraverso la Turchia
Israele è diventato il principale acquirente di petrolio dal
territorio controllato dallo Stato Islamico/Daesh (Isis), almeno secondo
quanto hanno affermato per primi i kurdi siriani del Rojava, in una
tesi poi rilanciata ad agosto in un’inchiesta del Financial Times e ora ripresa, dopo le nuove accusa di Vladimir Putin, da Globes Israel business news (che a sua volta riprende a sua volta i rapporti del giornale qatariota al-Araby al-Jadeed).
Secondo queste indagini, «contrabbandieri curdi e turchi trasportano il
petrolio dal territorio controllato dall’Isis in Siria e Iraq e lo
vendono a Israele (…) Si stima che circa 20.000 – 40.000 barili di
petrolio vengono prodotti ogni giorno nel territorio controllato
dall’Isis generando 1 -1,5 milioni di dollari di profitto giornaliero
per l’organizzazione terroristica».
Il petrolio verrebbe estratto a Dir A-Zur in Siria e in due campi in
Iraq e trasportato nella città curda di Zakhu in un triangolo di
territorio incuneato tra Siria, Iraq e Turchia, i mediatori israeliani e
turchi arrivano in questa terra di nessuno per concordare i prezzi, poi
il greggio viene contrabbando nella città turca di Silop come
proveniente dalla regione semi-indipendente kurda dell’Iraq e venduto a
15 – 18 al barile, mentre sul mercato legale WTI e Brent Crude
attualmente valgono 41 e 45 dollari al barile. Secondo Globes Israel, il greggio del Daesh passa dalle mani del «mediatore
israeliano, un uomo di 50 anni con doppia cittadinanza greco-israeliana
noto come Dr. Farid. Trasporta il petrolio attraverso diversi porti
turchi e poi in altri porti, con Israele fra le principali
destinazioni». Il Financial Times scrive che Israele ottiene
il 75% delle sue forniture di petrolio dal Kurdistan iracheno, con il
quale ha stretti rapporti fin dai tempi della guerriglia dei kurdi
contro Saddam Hussein, e più di un terzo di queste esportazioni passano
attraverso il porto turco di Ceyhan, che viene descritto come un
«potenziale gateway per il greggio di contrabbando dell’Isis».
Ma per l’Italia la rivelazione più inquietante arriva dall’inchiesta “Raqqa’s Rockefellers”, Bilal Erdogan, KRG Crude, And The Israel Connection”, pubblicata il 29 novembre da Zero Hedge
a firma Tyler Durden, nella quale si legge: «Secondo un funzionario
europeo di una compagnia petrolifera internazionale che ha incontrato
al-Araby in una capitale del Golfo, Israele raffina il petrolio solo
“una o due volte”, perché non ha raffinerie avanzate. Esporta il
petrolio nei paesi mediterranei – nei quali il petrolio “guadagna uno
stato di semi-legittima” – per $ 30 a $ 35 al barile. Il petrolio viene
venduto entro un giorno o due a un certo numero di compagnie private,
mentre la maggioranza va in una raffineria italiana di proprietà di uno
dei maggiori azionisti di una società calcistica italiana [nome rimosso]
dove il petrolio viene raffinato ed utilizzato localmente. Israele è,
in un modo o nell’altro, diventato il principale commerciante di
petrolio dell’Isis. Senza di loro [gli israeliani], la maggior parte del
petrolio prodotto dall’Isis resterebbe in giro tra l’Iraq, Siria e
Turchia. Anche le tre companies non avrebbero ricevuto il petrolio se
non avessero un acquirente in Israele». Affermazioni pesanti, sulle
quali sarebbe opportuno far indagare al più presto gli organi
competenti. Tutto, si afferma, comincia nel giugno del 2014, quando la petroliera
SCF Altai attracca nel porto israeliano di Ashkelon per scaricare il
primo carico di greggio del governo regionale kurdo irakeno (KRG)
proveniente da un oleodotto che arriva al porto turco di Ceyhan, una
pipeline progettata per bypassare le condotte del governo irakeno e non
pagare le tasse a Bagdad. Una settimana prima, la SCF Altai aveva
caricato greggio kurdo al largo di Malta con un trasferimento da nave a
nave dalla The United Emblem, Anche la The United Emblem aveva caricato
il greggio all’oleodotto kurdo di Ceyhan. Da quel momento i kurdi
irakeni sembrano disposti a contrabbandare qualsiasi tipo di petrolio,
anche quello dei nemici dello Stati Islamico, soprattutto verso il
territorio degli storici alleati israeliani. Dopo che all’’inizio di questo mese, Putin ha denunciato il traffico
di petrolio al G20 in Turchia, anche gli USA hanno attaccato le colonne
di camion che trasportano il petrolio del Daesh e, in due settimane, gli
attacchi aerei di russi ed americani hanno vaporizzato 1.300
camion-cisterna che trasportavano il greggio dell’ISIS. Nessuno riesce a
capire perché gli USA ci abbiano messo così tanto ad attaccare questo
contrabbando così vitale per lo Stato Islamico, Ma secondo uno studio di
George Kiourktsoglou e Alec Coutroubis, che hanno analizzato le tariffe
delle navi cisterna a Ceyhan collegandole ad eventi significativi
legati al petrolio che coinvolgono l’ISIS, «Sembra che ogni volta che
lo Stato Islamico sta combattendo in prossimità di una zona che ospita
le attività petrolifere, i 13 esportatori da Ceyhan raggiungano
tempestivamente il picco. Ciò può essere attribuito ad una spinta in più
data al greggio contrabbando di petrolio, con l’obiettivo di generare
subito ulteriori fondi, assolutamente necessari per la fornitura di
munizioni ed equipaggiamenti militari». Quindi il porto turco di Ceyhan è quello dal quale viene trasportato
il petrolio curdo, tecnicamente “illegale” per Baghdad, ma
Kiourktsoglou e Coutroubis fanno notare che «Le quantità di greggio che
vengono esportate dal terminal di Ceyhan superano la quota di un milione
barili al giorno e, dato che l’ISIS non è mai stata in grado di
commerciare ogni giorno più di 45.000 barili di petrolio, diventa
evidente che l’individuazione di quantità simili di greggio di
contrabbando non può avvenire attraverso metodi di stock-accounting».
Questo significa che se il greggio del Daesh viene spedito da Ceyhan,
potrebbe diventare facilmente “invisibile” all’interno dell’enorme
quantità di petrolio che i kurdi irakeni nascondono a Bagdad.
Untraffico dal quale sembrano escluse le grandi multinazionali come
Exxon Mobil e BP, che hanno miliardi di dollari di progetti congiunti
con l’Iraq e che non vogliono certo metterli a rischio per
contrabbandare greggio kurdo mischiato con quello dello Stato Islamico.
Zero Hedge scrive che per questo «Alcuni acquirenti hanno petroliere ad
Ashkelon, Israele, dove viene caricato in impianti di stoccaggio per
essere rivenduti in seguito ad acquirenti in Europa. Il petrolio greggio
curdo è stato venduto anche in mare aperto a Malta tramite
trasferimenti da nave a nave aiutare mascherare gli acquirenti finali e
proteggerli così dalle minacce dll’impresa statale irakena SOMO». Un
traffico che utilizzerebbe addirittura petroliere “civetta” vuote per
ingannare gli investigatori. Ma una cosa è certa, tra maggio ed agosto
oltre un terzo di tutte le esportazioni di greggio dall’Iraq
settentrionale è andato a finire in Israele, un Paese che il governo
centrale Irakeno non riconosce, passando da Ceyhan, in Turchia, un Paese
che ha dichiarato guerra ai kurdi del PKK e che li bombarda sia nel
Kurdistan irakeno che nel Rojava in Siria. Il petrolio dello Stato Islamico passa quindi da una porta di
contrabbando aperta dai Kurdi irakeni in Turchia e un colonnello dei
servizi segreti iracheni che sta indagando insieme agli americani sui
finanziamenti del Daesh, ha spiegato ad al-Araby al-Jadeed che
«Dopo che il greggio viene estratto e caricato, le cisterne lasciano la
provincia di Ninive per dirigersi a nord verso la città di Zakho, 88 km
a nord di Mosul». Zakho è una città del Kurdistan iracheno, proprio al
confine con la Turchia. «Dopo che i camion petroliferi dello Stato
Islamico arrivano a Zakho – normalmente 70-100 di loro tutti insieme –
sono scaricati dalle mafie del contrabbando di petrolio, un mix di curdi
siriani e iracheni, oltre ad alcuni turchi e iraniani. Il responsabile
della spedizione di petrolio vende il greggio al miglior offerente». La
concorrenza tra bande organizzate ha raggiunto il culmine, e
l’assassinio di capi mafia è diventata un evento comune. Il miglior
offerente paga subito in dollari contanti tra il 10 e il 25% del valore
del greggio, il resto viene pagato dopo. I camionisti del Daesh
consegnano i loro veicoli ad altri guidatori che lo trasportano con
permessi e documenti turchi per di attraversare il confine. Una volta in
Turchia, i camion raggiungono Silopi, dove il petrolio viene consegnato
a al dottor Farid, alias zio Hajji Farid. «Una volta all’interno della
Turchia, il petrolio è indistinguibile dal greggio venduto dal Governo
regionale del Kurdistan – dice il colonnello irakeno -, in quanto sono
entrambi venduti come “fonte sconosciuta” o petrolio “illegale” “senza
licenza”. Le compagnie che acquistano il petrolio KRG acquistano anche
il petrolio di contrabbando dello Stato Islamico». Quindi le strade del contrabbando passerebbero tutte dalla Turchia,
per far arrivare il greggio del Daesh fino ai porti turchi di Mersin,
Dortyol e Ceyhan e da qui in Israele, con una diramazione marina verso
Malta e l’Europa, approdando – da quanto denuncia il giornale del Qatar –
anche in Italia. Ma la cosa che ha fatto probabilmente più innervosire il
presidente turco Recep Tayyip Erdogan è che Putin abbia confermato al
G20, che si teneva proprio in Turchia, che il petrolio del Daesh e del
KRG è gestito da intermediari che apparterrebbero alla ristretta cerchia
del presidente turco. Secondo Tolga Tanis, corrispondente da Washington
per il quotidiano turco Hurriyet, la PowerTrans, l’impresa
alla quale il governo turco ha dato l’esclusiva del trasporto del
greggio kurdo, sarebbe gestita in realtà dal figlio illegittimo di
Erdogan, Berat Albayrak.Naturalmente Erdogan ha subito
denunciato per diffamazione Tanis. Ma diversi funzionari kurdi iracheni
hanno confermato che ad Ahmet Calik, un uomo d’affari con strettissimi
legami con il clan Erdogan, era stato concesso l’appalto per trasportare
petrolio curdo via terra con i camion in Turchia. «In altre parole – scrive Durden – Erdogan sta già trafficando
greggio illecito dal KRG (con cui Ankara, tra l’altro, è in amicizia,
nonostante il fatto che siano curdi) tramite un figlio illegittimo e in
grandi quantità». Ma nel traffico, secondo il giornale turco Zaman e
altre fonti russe, sarebbe coinvolto direttamente il figlio di Erdogan
Bilal e forse anche l’altro figlio Burak che possiede una flotta di
navi, una delle quali, la Safran 1, nel 2014 era ancorata nel porto
israeliano di Ashdod. Inoltre sui social media circolano foto che
mostrano una persona che somiglia molto a Bilal Erdogan insieme a quelli
che vengono definiti comandanti ISIS. I Turchi smentiscono, ma i
media russi sostengono che si tratta davvero di leader del Daesh che
avrebbero partecipato a massacri in Siria, ad Homs, e nel Rojava
liberato dai Kurdi progressisti siriani. Ma la domanda più importante alla quale rispondere è: «Chi sono gli
intermediari?» del greggio dello Stato Islamico mischiato a quello
illecito della KRG? Diverse fonti individuano alcune grosse agenzia di
trading occidentali e secondo la Reuters tra le agenzie che trattano il
greggio della KRG ci sarebbero Trafigura e Vitol, ma « Sia Trafigura che
Vitol si sono rifiutate di commentare il loro ruolo nella vendita del
petrolio». Ma anche il Financial Times osserva che «Sia
Vitol che Trafigura avevano pagato il KRG in anticipo per il petrolio,
attraverso le cosiddette offerte” pre-pay ‘, contribuendo a colmare le
lacune di bilancio di Erbil». In effetti quando il governo autonomo del
Kurdistan irakeno ha cercato un esperto che lo aiutasse ad aggirare i
controlli di Baghdad, ha scelto «Murtaza Lakhani, che ha lavorato per
Glencore in Iraq negli anni 2000, per aiutarla nella ricerca di navi». Vista l’intricata rete di complicità ed interessi internazionale che
permette di esportare il greggio illegale dal Kurdistan irakeno in
Israele e in Europa, è probabile che il petrolio dello Stato Islamico
Daesh a basso costo sia gestito e spacciato dalla stessa rete di
agenzie, governi e trafficanti che di giorno piangono per i morti del
terrorismo e di notte organizzano il traffico del petrolio che alimenta
le casse delle milizie nere del Daesh e dei loro volenterosi carnefici
all’estero.
"The
oil is sold within a day or two to a number of private companies, while
the majority goes to an Italian refinery owned by one of the largest
shareholders in an Italian football club [name removed] where the oil is
refined and used locally," - See more at:
http://www.alaraby.co.uk/english/features/2015/11/26/raqqas-rockefellers-how-islamic-state-oil-flows-to-israel/#sthash.QXmFYgRE.dpuf
"The
oil is sold within a day or two to a number of private companies, while
the majority goes to an Italian refinery owned by one of the largest
shareholders in an Italian football club [name removed] where the oil is
refined and used locally," - See more at:
http://www.alaraby.co.uk/english/features/2015/11/26/raqqas-rockefellers-how-islamic-state-oil-flows-to-israel/#sthash.QXmFYgRE.dpuf
"The
oil is sold within a day or two to a number of private companies, while
the majority goes to an Italian refinery owned by one of the largest
shareholders in an Italian football club [name removed] where the oil is
refined and used locally," - See more at:
http://www.alaraby.co.uk/english/features/2015/11/26/raqqas-rockefellers-how-islamic-state-oil-flows-to-israel/#sthash.QXmFYgRE.dpu
Raqqa's
Rockefellers: How Islamic State oil flows to Israel - See more at:
http://www.alaraby.co.uk/english/features/2015/11/26/raqqas-rockefellers-how-islamic-state-oil-flows-to-israel/#sthash.QXmFYgRE.dpuf
Ceyhan, Turchia, 29 nov – Nonostante siano in molti, da oltre un
anno, in corrispondenza della allora inarrestabile espansione del Califfato islamico noto come Isis, a chiedersi su quali fonti – ovviamente illegali – di finanziamento potessero contare i tagliagole, soltanto l’abbattimento del jet russo da parte dei caccia turchi, in quello che può essere considerato un vero e proprio agguato, ha reso più palese quello che molti sapevano o intuivano. Prevedibilmente, il primo a esprimersi senza peli sulla lingua è stato il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov,
parlando del “coinvolgimento della Turchia nel commercio illegale di
petrolio da parte dell’Isis, che è trasportato attraverso l’area in cui
l’aereo russo è stato abbattuto, e nelle infrastrutture, armi, depositi
di munizioni e centri di controllo dei terroristi, pure localizzati
nella stessa area”. Un atto d’accusa molto diretto, rilanciato dall’ex Generale francese Dominique Trinquand,
secondo il quale “la Turchia non sta combattendo l’Isis oppure lo fa
molto poco, e non contrasta diversi tipi di contrabbando che avvengono
ai suoi confini, come petrolio, fosfati, cotone e perfino persone”. Concentrandoci sul petrolio, che l’Isis esporta, o forse esportava, al ritmo di circa 45mila barili al giorno, per un controvalore a prezzi di mercato di circa 1,8 milioni di dollari (oltre 50 milioni al mese, circa 600 milioni all’anno),
ovviamente quasi tutti in conto utili dato che i campi di estrazione
sono stati tutti occupati mentre erano già stati sviluppati. Messo in maniera semplice, il problema è che il commercio illegale di
questo petrolio, per poter esistere, deve prevedere almeno una linea di trasporto sicura, un porto di imbarco, navi che lo trasportino e anche una sorta di pulizia legale che metta al riparo gli acquirenti dall’accusa di ricettazione. Premesso che la verità in questi casi di traffici illeciti non sarà probabilmente mai definitiva, tanto più quanto più grande e scottante
è il traffico stesso, il quadro che si va dipingendo è tra i più
allucinanti che si potesse immaginare, superando per infamia perfino lo
scellerato saccheggio della Siria già illustrato su queste colonne. Molto in sintesi, la ricostruzione che emerge è la seguente: i
convogli di camion carichi di petrolio partono dal territorio
controllato dall’Isis, passano direttamente in Turchia fino a
raggiungere il grande porto turco di Ceyhan sul Mediterraneo, dove il greggio dei tagliagole si confonde tra gli altri con quello pure illegale dei Curdi e viene caricato da almeno tre compiacenti compagnie di trasporto marittimo, con navi in parte battenti bandiera maltese, fino a raggiungere prevalentemente il porto israeliano di Ashkelon. Da notare che Israele soddisfa fino al 75% del proprio fabbisogno petrolifero per mezzo del greggio curdo.
Ricostruzione
del percorso del petrolio dell’Isis da parte del giornale qatariota
al-Araby, basato a Londra: da Raqqa, capitale del Califfato, fino in
Israele
Qui, in Israele appunto, l’oro nero viene solo in
parte raffinato ma soprattutto riceve una patente di legalità, quindi
prende la via dell’Europa, tra cui spiccano alcune raffinerie italiane. Partendo dalla fine, secondo il giornale Al-Araby al-Jadeed, di proprietà di un gruppo mediatico del Qatar,
che cita un anonimo “dirigente europeo presso una compagnia petrolifera
internazionale che ha incontrato al-Araby in una capitale del Golfo”,
in Israele “il petrolio viene raffinato solo una o due volte, perché non
possiede raffinerie avanzate”, dopo di che viene “esportato a paesi del
Mediterraneo, dove assume uno stato di semi-legittimità, per un prezzo
tra 30 e 35 dollari al barile” (inferiore, quindi, rispetto al prezzo di
mercato che sta tra 40 e 45 dollari). “Il petrolio – sempre secondo il giornale arabo – è venduto entro un
paio di giorni a un certo numero di compagnie provate, mentre la maggior parte va a una raffineria italiana posseduta da uno dei più grandi azionisti di un club calcistico italiano, dove il petrolio è [ulteriormente] raffinato e usato localmente”. Il nome del magnate petrolifero italiano è omesso, ma i dettagli
sopra esposti – sulla cui veridicità non è possibile esprimersi – ne
consentiranno una facilissima identificazione. Sempre secondo l’anonima gola profonda che ha rivelato
questa storia incredibile al quotidiano londinese, “Israele è diventato
in un modo o nell’altro il principale agente di mercato del petrolio
dell’Isis. Senza di loro [gli israeliani, ndr], la maggior parte del
greggio estratto dall’Isis sarebbe rimasto tra Iraq, Siria e Turchia.
Nemmeno le tre compagnie di trasporto marittimo avrebbero ricevuto il
petrolio se non avessero avuto un compratore in Israele”. Secondo questo personaggio, la maggior parte dei paesi evitano di
trattare questo tipo di petrolio di contrabbando, a causa delle
implicazioni legali e della guerra contro lo Stato islamico. Per fortuna
– si fa per dire – Turchia e Israele, e alla fine perfino l’Italia,
darebbero una mano decisiva a imbastire il traffico, secondo queste
rivelazioni. Tornando alla prima fase del business criminale, la soluzione del
trasporto dai campi di estrazione occupati dall’Isis fin dalla primavera
2014 fino al porto turco di Ceyhan appare ormai consolidata, come riportato da un rigoroso studio scientifico dell’Università britannica di Greenwich,
in cui sono evidenziate perfino le relazioni tra i prezzi del trasporto
marittimo e le conquiste dei campi petroliferi da parte del Califfato. Chi sono allora gli intermediari e facilitatori di un tale criminale meccanismo? È a questo punto che emergerebbe il coinvolgimento diretto della famiglia del presidente turco Erdogan e in particolare, ma non solo, di suo figlio Bilal. Necmettin Bilal Erdogan, nato il 23 aprile 1980, è il terzo figlio di Recep Tayyip Erdogan, attualmente presidente della Turchia. Dopo gli studi compiuti in Turchia, nel 1999 questi si sposta negli
Usa, dove ottiene nel 2004 anche un master dalla John F. Kennedy School
of Government alla Harvard University. Dopo di che, ha lavorato alla
Banca Mondiale fino a tornare in patria nel 2006 per avviare il proprio
business. Oggi, Bilal Erdogan è uno dei tre proprietari, in ugual misura, della compagnia di traporto marittimo “BMZ Group Denizcilik”, oltre che di altre simili imprese. In una intervista concessa al New Eastern Outlook, ancora lo scorso agosto, Gürsel Tekin,
vice-presidente del Partito Repubblicano della Turchia (CHP),
all’opposizione, dichiarava che “il Presidente Erdogan sostiene che
secondo le convenzioni sul trasporto internazionale non sussiste alcuna
infrazione legale connessa all’attività di suo figlio Bilal, e che
questi sta conducendo un business normale con le compagnie marittime
registrate in Giappone, ma in effetti Bilal Erdogan è immerso fino al
collo nella complicità col terrorismo. Tuttavia, finché suo padre sarà
in carica, egli rimane immune da qualsiasi procedimento giudiziario”. Lo stesso esponente politico turco, Tekin, aggiunge
poi che la compagnia marittima BMZ di Bilal Erdogan, che effettua i
trasporti per conto dell’Isis, è “un affare di famiglia e i parenti
stretti del presidente Erdogan posseggono quote nella BMZ, inoltre i
medesimi hanno distratto fondi pubblici e ottenuto prestiti illeciti
dalle banche turche”. Pur sospendendo il giudizio sulla veridicità di tutto questo, la
tentazione di approfittare dell’opportunità offerta dal petrolio ceduto
dall’Isis a basso presso (si parla di 20 dollari al barile, meno della
metà del prezzo di mercato), da far fluire attraverso la Turchia fino a
nascondersi dietro i molto maggiori volumi di quello curdo sottratto al governo centrale di Bagdad
nonostante gli accordi intercorsi tra questo e il governo regionale del
Kurdistan, potrebbe essere stata pressoché irresistibile per
l’ambizioso clan Erdogan. Tanto più che secondo altre fonti,
la compagnia che ottenne ancora nel 2011 e sempre dal governo Erdogan
la licenza esclusiva per il trasporto e il commercio del petrolio curdo è
diretta dal genero dell’attuale autocrate di Ankara, Berat Albayrak, mentre secondo parecchi ufficiali curdi avrebbero confermato che Ahmet Calik,
un uomo d’affari molto vicino al clan Erdogan, ha vinto il contratto
per il trasporto del petrolio curdo via terra, cioè sui camion, per e
attraverso la Turchia. Misteri della politica e degli affari: mentre nel paese anatolico i curdi vengono discriminati, perseguitati e all’occorrenza massacrati, i legami tra il governo turco e quello regionale curdo in Iraq non sono mai stati tanto saldi.
Fotografie
che ritrarrebbero il figlio del presidente turco, Bilal Erdogan,
insieme a un leader dell’Isis durante una cena a Istanbul
Da notare anche che, secondo un’altra fonte, mentre Bilal avrebbe acquistato nuove imbarcazioni per decine di milioni di dollari, un altro figlio di Erdogan, Burak, possiede egli stesso una flotta di navi da trasporto che fanno la spola tra Turchia e il porto israeliano di Ashdod. Rimandando a quella che appare forse la più completa ed equilibrata rappresentazione di questa intricatissima situazione per un approfondimento, rimane da segnalare infine che i media russi hanno rilanciato alcune fotografie circolate sui social turchi, che ritrarrebbero Bilal Erdogan a cena in un ristorante di Istanbul con un presunto leader dell’Isis, cui sarebbe imputata la partecipazione a massacri nelle città siriane di Homs e Rojava, suggerendo nuovamente il coinvolgimento diretto del figlio del presidente turco nel mercato nero del petrolio dei tagliagole. Francesco Meneguzzo
Al di là della loro efficacia reale, i raid russi contro le carovane di
autocisterne dell’Isis, che trasportano petrolio del Kurdistan iracheno e
dalla Siria verso la Turchia per essere vendute, hanno portato alla
luce una realtà incontrovertibile: quella catena di fornitura
petrolifera non solo è nota a tutti ma, per funzionare come ha fatto e
come fa, gode di appoggi e interessi ad altissimo livello. Spesso, da
parte di insospettabili.
Prima di entrare nei dettagli operativi, è meglio mettere in
prospettiva storica e geografica. A confermare in tempi non sospetti che
esisteva una tratta parallela del petrolio, fu ne il ministro per le
Risorse naturali del Kurdistan, Ashti Hawrami, con queste parole:
“Effettivamente, siamo stati discriminati per molto tempo a livello
finanziario. Per questo, all’inizio del 2014, quando per l’ennesima
volta non abbiamo ricevuto un budget di spesa, abbiamo deciso di
cominciare a pensare a una vendita indipendente di petrolio”. Due fatti:
il Kurdistan iracheno ha come capitale Erbil e come entità il Kurdish
Regional Government, cui però Baghdad non riconosce un budget, né di
fatto una sovranità piena. Secondo, questa cartina mostra chiaramente da dove prenda il petrolio l’Isis prima di rivenderlo in Turchia.
Bene, nel giugno dello scorso anno, cosa stesse accedendo si
palesò con maggiore chiarezza, quando la nave da trasporto SCF Altai
arrivò nel porto israeliano di Ashkelon, dove scaricò il primo carico di
petrolio della pipeline curda. All’epoca, la Reuters notò come “la
nuova rotta dell’export verso il porto turco di Ceyhan, disegnata per
bypassare il sistema di pipeline federali di Baghdad, ha creato dure
dispute sulla vendita di petrolio proprio tra il governo centrale
iracheno e i curdi”. Insomma, i tanto odiati curdi – il cui avvocato è
stato ucciso sabato scorso a colpi di pistola nelle strade di Dyarbakir –
non solo estraggono petrolio a livello indipendente ma usano il nemico
turco come tratta per bypassare Baghdad e arrivare in Israele via
tanker.
Una settimana prima dell’operazione di scarico in Israele, la SCF
Altai ricevette il petrolio curdo attraverso un trasferimento da nave a
nave dalla The United Emblem a largo delle coste di Malta: la nave
caricò il greggio proprio a Ceyhan, la città turca dove la pipeline
connette il porto al Kurdistan, come ci mostra la cartina.
Di fatto, i curdi operano in contestazione di un accordo con il governo
di Baghdad, in base al quale a Erbil spettano il 17% delle entrate
fiscali dal petrolio iracheno e, in cambio, il governo curdo garantisce
550mila barili al giorno alla SOMO, l’azienda energetica statale
irachena. Subito dopo l’accordo, Baghdad accusò i curdi di non
rispettare i patti e ridusse il budget a loro destinato a livelli
frazionali nei primi cinque mesi del 2014.
Chi invece opera per business è qualcun’altro. E nel silenzio
complice di molti, visto che non appena Vladimir Putin, parlando al G20
di Antalya a inizio mese, parlò di Paesi che finanziano l’Isis ma anche
di palese traffico di petrolio che ingrassa Daesh, lo stesso giorno –
come per miracolo dopo un anno di dormiente inattività – i jet
statunitensi colpirono 116 cisterne carice di petrolio e nelle due
settimane successive, aviazione Usa e russa ne vaporizzarono nel
complesso 1300. Ora, guardate questa cartina,
la quale ci mostra come la catena di fornitura petrolifera sia molto
complessa, partendo da Sanliura, Urfa, Hakkari, Siirt, Batman, Osmaniya,
Gaziantep, Sirnak, Adana, Kahramarmaras, Adiyaman e Mardin, con la
stringa di hub operativi che finisce ad Adana, dove ha appunto sede il
porto per i container di spedizione petrolifera di Ceyhan.
Una città di 110mila abitanti ma soprattutto hub per il trasporto
per il petrolio e il gas di Medio Oriente, l’Asia centrale e Russia.
Inoltre, il porto ha anche un attracco per i cargo e un terminal
petrolifero, gestito dall’azienda di Stato turca Botas International
Limited (BIL) e con un capacità di export annuale di 50 milioni di
tonnellate: la quantità di greggio esportato dal Ceyhan supera il
milione di barili al giorno. Eppure, stando a evidenze militari e
scientifiche, l’Isis non è mai stato in grado di trattare più di 45mila
barili al giorno. Come si spiega allora?
Una spiegazione prova a darcela lo studio di George Kiourktsoglou e di Alec D Coutroubis e questa tabella,
relativa al costo del noleggio charter lungo le rotte più importanti per
il commercio di petrolio. In base ai Baltic Dirty Tanker Indices, la
rotta di nostro riferimento per il caso in questione è quella che
originariamente andava da Baniyas in Siria a Laveras in Francia,
denominata TD 11 ma che dal settembre 2011, a causa della guerra civile
siriana, è stata ridenominata TD 19 e aveva come unica differenza il
porto di Ceyhan al posto di quello di Baniyas. Come vedete dalla
tabella, tra il luglio 2014 e il febbraio 2015, ci sono tre picchi che
non hanno corrispondenze con le altre rotte commerciali mediorientali ma
riguardano solo la TD 19.
Il primo si sviluppa dal 10 luglio 2014 fino al 21 e corrisponde
alla caduta nella mani dell’Isis del più grande giacimento petrolifero
siriano, AlOmar. Il secondo tra la fine di ottobre e la fine di
novembre 2014, in corrispondenza con i combattimenti tra Isis e forze
regolari siriane per il controllo dei giacimenti di gas di Jhar e Mahr e
della compagnia del gas Hayyan nella provincia di Homs. Il terzo picco è
avvenuto tra la fine di gennaio e il 10 di febbraio di quest’anno ed è
relativa ad attacchi aerei nella zona di Hawija, a est di Kirkuk.
Insomma, c’è un nesso invisibile tra operatività a Ceyhan e Isis, reso
evidente dai costi di noleggio nei tankers, i quali vedono picchi sempre
a ridossi delle attività terroristiche dell’Isis sul terreno. Insomma,
ogni volta che Daesh sta combattendo in un’area vicino a pozzi o
giacimenti di petrolio, stranamente gli export da Ceyhan conoscono un
picco.
Ma torniamo un attimo al numero di prima, ovvero ai massimi
45mila barili che l’Isis riesce a trattare al giorno, a fronte del
milioni di barili trattati a Ceyhan: il petrolio dei terroristi, in
quel mare di greggio, si confonde e diventa, di fatto, invisibile. E qui
la cosa si fa interessante, perché questa mappa
ci mostra come il governo di Erbil nasconda i suoi carichi di greggio,
di fatto illegali per il governo di Baghdad: essendo molti acquirenti
grandi multinazionali come Exxon Mobile (la quale ha in essere sei
contratti con il governo regionale curdo-iracheno, come mostra la
cartina a fine periodo) e BP che hanno contratti in essere con Baghdad,
per evitare sgradevoli passi falsi, alcuni compratori esano appunti i
tanker del porto israeliano di Ashkelon, dove il greggio viene caricati
per essere rivenduto più tardi e compratori europei. In alternativa, il
petrolio curdo viene venduto attraverso trasferimento offshore a largo
di Malta, garantendo ai compratori di non finire sotto gli occhi della
SOMO, l’azienda statale irachena.
Ma quella cartina ci mostra anche altro, ovvero che come scriveva
il Financial Times, i trasferimenti da nave a nave al largo di Malta
servono per portare il greggio curdo in Israele. Ecco il quotidiano
della City la scorsa settimana: “Le raffinerie israeliane e le compagnie
petrolifere hanno importato più di 19 milioni di barili di petrolio
curdo tra l’inizio di maggio e l’11 di agosto, stando a dati delle
società di tracciatura delle spedizioni. Si tratta dell’equivalente del
77% della domanda media israeliana, la quale è di circa 240mila barili
al giorno. Più di un terzo del greggio proveniente dal Nord dell’Iraq e
che è stato spedito dal porto turco di Cehyan in quel periodo è finito
in Israele”.
Insomma, in quale contesto ci stiamo muovendo? In uno che vede il
petrolio curdo già tecnicamente illegale alla vendita ma a cui la
Turchia è ben felice di facilitare il passaggio verso acquirenti
stranieri via Ceyhan: quale miglior modo per l’Isis di far passare il
proprio petrolio rubato senza destare sospetti, se non utilizzando un
porto che è già in odore di traffici non proprio trasparenti e per
volumi decisamente alti? La Al-Araby al-Jadeed, un media gruppo di
proprietà della Qatari Fadaat Media, la scorsa settimana rendeva noto di
aver ricevuto alcune soffiate da un colonnello dei servizi iracheni a
cui era stato garantito l’anonimato. Ecco le sue parole: “Una volta
arrivato in Turchia, il petrolio dell’Isis è indistinguibile da quello
venduto dal governo regionale curdo, visto che entrambi sono venduti
come illegali o senza licenza. Di fatto, chi compra petrolio curdo,
compra anche quello che Daesh vende per finanziarsi”. Sarà vero?
Questa tabella,
ci mostra le spedizioni di petrolio di parecchie aziende del settore
(non nominate dal giornale) dai porti turchi di Ceyhan, Mersin e Dortyol
verso Israele. Ora vi ripropongo la tabella di prima,
dalla quale si desume che il petrolio vada direttamente da Ceyhan ad
Ashdod in Israele. Ma verrebbe da chiedersi se per caso, per essere
“ripulito” e reso invisibile nella sua origine, il petrolio dell’Isis
non passi attraverso la connection maltese tanto utile al petrolio
curdo, la quale finisce poi comunque in Israele. Questo perché il figlio
del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, Bilal (a destra nella foto a
fine periodo), casualmente è proprietario di un’azienda di spedizioni
maltese, la BMZ Group, la quale negli ultimi due mesi ha comprato
altrettanti tankers per un costo totale di 36 milioni di dollari,
registrati alla Oil Transportation & Shipping Company, un’affiliata
maltese nel BMZ Group, lo scorso mese di ottobre.
Queste due lunghe tabelle ci mostrano i dati portuali da Ceyhan e
Ashdod, con i vascelli per il trasporto di petrolio battenti bandiera
maltese evidenziati.
Insomma, la Turchia di fatto facilita e non poco il traffico da 400
milioni l’anno dell’Isis ma stando a un funzionario europeo che opera
per una compagnia petrolifera internazionale e intervistato sotto
anonimato da Al-Araby al-Jadeed, “il petrolio viene raffinato solo una o
due volte in Israele, a causa della mancanza di raffinerie avanzate. Ma
questo viene poi esportato presso nazioni del Mediterraneo – dove il
petrolio guadagna uno stato semi-legittimo – a 30-35 dollari al barile”.
E ora, tenetevi forte: “Il petrolio è venduto entro un giorno a
una serie di gruppi privati, mentre la maggior parte va a una raffineria
italiana di proprietà di una grande azionista di una squadra di calcio
italiana, dove il petrolio è raffinato e usato in loco”. Azionista di
una squadra di calcio italiana con interessi nel petrolio: ammesso che
sia vero quanto riportato da Al-Araby al-Jadeed, non mi viene in mente
nessuno..
E per finire, la chicca: “Israele è diventato in un modo o
nell’altro il principale marketer del petrolio dell’Isis, visto che
senza il suo intervento quel greggio rimarrebbe tra Iraq, Siria e
Turchia. Anche le tre aziende non riceverebbero il petrolio se non
avessero un buyer in Israele”. La scorsa settimana, proprio
nell’articolo di lunedì, mi chiedevo poi perché nessuno si ponga una
delle domande più importanti: ovvero, chi sono i “middlemen”, gli
intermediari di questo traffico di petrolio di fatto illegale e
sottocosto?
La Reuters, quindi fonte più che autorevole, parlava in questi
termini del commercio illecito di petrolio curdo: “Fonti di mercato
hanno riferito che parecchie trading house, incluse Trafigura e Vitol,
hanno trattato petrolio curdo. Sia Trafigura che Vitol hanno declinato
di commentare il loro ruolo nelle vendite di petrolio”. E ancora, il
Financial Times notava che “sia Vitol che Trafigura hanno pagato in
anticipo il governo regionale curdo per il petrolio, utilizzado i
cosiddetti accordi pre-pay, aiutando così Erbil ha tamponare i sui gap
di budget”. Di più, quando il Kurdistan stava cercando un advisor per
assistenza nel tentativo di circonvenire Baghdad, il governo regionale
scelse Murtaza Lakhani, che aveva lavorato per Glancore in Iraq negli
anni Duemila: “Sapeva esattamente chi poteva e chi non poteva fare
affari con noi. Ci ha aperto le porte e identificato aziende di
spedizione che volevano lavorare con noi”, concluse Ashti Hawrami, il
già citato ministro per le Risorse naturali del Kurdistan iracheno.
Insomma, a quali conclusioni giungere? Semplice, al netto di
tutto questo e delle possibili smentite da parte di chi è chiamato in
causa, certe cifre e certe coincidenze parlano da sole. Per un po’ di
sconto su un barile già ai prezzi minimi da anni, stiamo pagando le armi
che l’Isis usa per fare la guerra, principalmente a civili iracheni,
siriani e curdi. Complimenti, davvero un esempio di superiorità
occidentale. Ma, forse, il modo migliore per congedarmi da voi, visto
che ieri si è aperta la conferenza sul clima di Parigi, è quello di
riportare le parole dell’ex vice-direttore della Cia, Michael Morell,
nel corso di un’intervista al giornalista della PBS, Charlie Rose, sul
perché gli Usa non abbiano attaccato le strutture petrolifere dell’Isis.
Eccole e giudicate pure da soli: “Non abbiamo colpito gli impianti
petroliferi sotto il controllo dell’Isis perché non volevamo creare un
danno ambientale e distruggere quelle infrastrutture”.
P.S. Scusate, stavo scordando la cosa più importante: poche ore
fa il vertice tra Ue e Turchia tenutosi a Bruxelles ha sbloccato 3
miliardi per aiutare Ankara nella gestione dei profughi – ovvero,
paghiamo per farci invadere meglio -, ha sancito un netto ammorbidimento
del regime dei visti per i cittadini turchi e, se non fosse stato per
il veto di Cipro, avrebbe spalancato ufficialmente le porte, accelerando
l’iter legato al cosiddetto Articolo 17, alla Turchia per l’ingresso
nell’Ue. Non so voi ma io sono nauseato.
Raqqa's
Rockefellers: How Islamic State oil flows to Israel - See more at:
http://www.alaraby.co.uk/english/features/2015/11/26/raqqas-rockefellers-how-islamic-state-oil-flows-to-israel/#sthash.QXmFYgRE.dpuf
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Come ci hanno spiegato, i russi mentono
sempre. Per fortuna! Pensate come dovremmo preoccuparci se, invece, i
turchi aiutassero l'Isis, gli Usa aiutassero la Turchia che aiuta
l'Isis, la Nato...
03/12/2015
di Fulvio Scaglione
Noi
occidentali siamo proprio fortunati! Sappiamo che la Russia è l'impero
del male e che, quindi, nulla dalla Russia può venire che non sia
menzogna. Pensate che disastro, se non fosse così.
Se non fosse così, dovremmo pensare che la Turchia, un Paese a cui
l'Unione Europea, per mano della signora Mogherini (appunto Alto
rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di
sicurezza, dicesi sicurezza!) vorrebbe consegnare 3 miliardi per controllare i confini e impedire che i profughi siriani si riversino verso l'Europa,
usa uno dei suoi confini, quello con la Siria, per fare affari con i
jihadisti che mettono a ferro e fuoco la Siria, producendo appunto quei
profughi. Un bellissimo sistema, quello turco, per guadagnare tre volte
su un'unica tragedia: comprando petrolio e opere d'arte dall'Isis;
vendendo all'Isis armi e altre attrezzature e facendo passare i foreign fighters che vanno a rinforzare le sue file; infine, obbligandoci a versare milioni se non vogliamo veder arrivare i profughi.
Certo, l'impero del male ha prodotto foto e testimonianze. E anche chi
scrive, visitando il Kurdistan iracheno, non ha mancato di notare
le centinaia e centinaia di autobotti che ogni giorno partono per la
Turchia, cariche di petrolio ”clandestino”, quello che il Kurdistan dovrebbe vendere attraverso il ministero del Petrolio di Baghdad e invece vende per conto proprio. Qualche tempo fa, inoltre, Hisham
al-Brifkani, iracheno e presidente della commissione Energia della
provincia di Ninive, aveva pubblicamente detto che le forniture di
petrolio contrabbandato dall’ Isis in Turchia avevano raggiunto un
massimo di 10 mila barili al giorno, per assestarsi poi sui 2 mila
barili, anche se molti altri esperti parlavano di un potenziale da 250
mila barili al giorno.
Ma non importa, per fortuna l'ha detto l'impero del male e noi sappiamo
che son tutte frottole. Il che ci tranquillizza a cascata. Perchè se la
Turchia è amica dell'Isis, che cosa sono gli amici della Turchia? Barack
Obama, per esempio. Il superdemocratico Nobel per la Pace che,
quando la Turchia abbatte un aereo russo dice ”la Turchia ha diritto a
difendere i suoi confini” come se la Turchia fosse stata attaccata,
e quando i russi mostrano le foto dei traffici al confine ribatte ”la
Turchia non c'entra”? Se non sapessimo che l'impero del male mente
sempre, potremmo persino pensare che è Obama a mentire. E' Obama che
spalleggia gli amici dei terroristi. E' Obama che finge di combattere
l'Isis, lasciandogli invece aperte tutte le porte di rifornimento:
quelle della Turchia, certo, ma anche quelle del Golfo Persico, le cui
monarchie continuano imperterrite a distribuire quattrini e armi ai
jihadisti.
Dovremmo persino pensare (ma qui siamo proprio al colmo) che i satelliti del Pentagono hanno qualche disfunzione. Se
un aereo russo esplode sul Sinai, dopo un paio d'ora sanno dirti per
filo e per segno che cos'è successo. Ma se lunghissime colonne di
autobotti attraversano il deserto (o una non meno lunga colonna di mezzi
e blindati carichi di miliziani solca per ore il deserto per
raggiungere Palmira) non vedono nulla. Misteri della tecnologia.
Non è dunque una gran fortuna sapere che l'impero del male mente sempre?
E che sospiro di sollievo sapere che in ogni caso, a tenerlo a bada,
c'è la Nato. L'Alleanza militare che per due anni ha taciuto sui maneggi della Turchia, e sul transito di armi e foreign fighters verso la Siria,
ma si è tanto tanto preoccupata dei bombardamenti russi sui ribelli. E
che adesso, di fronte al generale smandrappamento dei suoi amici, e al
”liberi tutti” nell'intervento anti-Isis in Siria (Germania, Francia e
Gran Bretagna perché l'opinione pubblica non sopporta più le ciance, la
Cina in nome di vecchi alleanze), non sa far altro che organizzare
qualche provocazione a base di aerei abbattuti, Governi ucraini
all'attacco e inviti al Montenegro. Quindi che gran fortuna che l'impero del male menta sempre. Se no, sai quanto ci dovremmo preoccupare?
“Fra
i 520 camion-cisterna inceneriti dall’aviazione di Mosca, “circa un
quarto erano di una società di facciata finanziata dalla famiglia
Erdogan, ed alleata all’ambiente della criminalità organizzata turca
(una delle mafie più pericolose del pianeta) e le sue ramificazioni, che
arrivano a via Rotshild nel quartiere degli affari di Tel Aviv”.
Riporto questo retroscena da un sito, Strategica 51, che pare una
emanazione di qualche servizio segreto . Valga quel che vale, ma ormai
il coinvolgimento della famiglia Erdogan nel traffico di petrolio di
Daesh è ammesso anche dai media mainstream. Bilal e una sua petrolieraBilal
Erdogan, 35 anni, terzo figlio del presidente turco, laureato in Usa, è
concordemente indicato come il mediatore che trasporta il petrolio e
gli altri beni (fosfati eccetera) che l’ISIS ruba a Irak e Siria ai
mercati europei e internazionali, lucrando nell’affare centinaia di
milioni di dollari. Bilal
possiede diverse compagnie di navigazione, che hanno i loro propri moli
a Beirut e nel porto turco di Ceyhan e dove il greggio rubato viene
venduto per conto di Daesh, quasi alla luce del sole, a compagnie
europee con cui il Figlio ha firmato contratti, diciamo, regolari.
Queste compagnie inoltrano la merce a paesi asiatici, specie il
Giappone. Bilal con due amici jihadistiIl
presidente Erdogan ha naturalmente sostenuto che il commercio
internazionale del figlio prediletto non ha nulla di illecito; sicché
finché il Papà resta sulla più alta poltrona di Ankara, Bilal è immune
da ogni guaio giudiziario. D’altra parte, la compagnia maggiore di
Bilal, la BMZ Ltd, “è una ditta di famiglia in cui vari parenti stretti
del presidente detengono quote azionarie, ed è in grado di ottenere
fondi pubblici nonché finanziamenti illeciti dalle banche turche”: così Gürsel Tekin, vice-presidente del partito turco d’opposizione CHP in una recente intervista. La figlia di Erdogan
Magari
è per questo che Sumeyye Erdogan, la figlia (educata a Londra),
gestisce un ospedale da campo proprio a ridosso del confine siriano,
dove camion dell’esercito turco portano ogni giorno carichi di jihadisti
di Daesh feriti da rimettere in piedi e rimandare a fare la guerra
santa ed ottomana contro Assad.
http://awdnews.com/top-news/turkish-president%E2%80%99s-daughter-heads-a-covert-medical-corps-to-help-isis-injured-members,-reveals-a-disgruntled-nurse L’agosto
scorso i curdi dello YPG hanno catturato un ventiquattrenne turco di
Konia, Ramazan Başol mentre cercava di unirsi ai guerriglieri di Daesh.
Egli ha raccontato di essere stato arruolato e spedito dalla setta
islamista ‘İsmail Ağa, notoriamente vicina a Erdogan. http://awdnews.com/top-news/captured-terrorist-interview-with-sect-in-turkey-recruiting-members-for-isis Del
resto sono i Lupi Grigi che combattono in Siria contro Assad. Alparsian
Celik s’è vantato di aver sparato coi suoi uomini al pilota russo
mentre scendeva col paracadute; è il figlio di uno storico esponente dei
Lupi Grigi, Ramadan Celik. Il Lupo Grigio che spara ai pilotiThierry Meyssan, accusa
Erdogan di “aver organizzato il saccheggio della Siria, smantellato
tutte le imprese di Aleppo (la capitale economica) rubando fino le
macchine utensili. Ha spacciato i beni archeologici per i quali ha
allestito un “mercato” internazionale ad Antiochia”. E non basta: “Con
l’aiuto del generale Benoit Puga, capo dello staff dell’Eliseo, ha
organizzato l’operazione false-flag il cui scopo era provocare
l’intervento NATO: le bombe chimiche di Ghoutta, Damasco, dell’agosto
2013, di cui furono accusate le forze di Assad”. Ve
la do per quel che vale, giusto per far capire che gioco gioca
Hollande. Anzi secondo Meyssan è stato Alain Juppé, ministro degli
Esteri, a convincere Erdogan – attraverso l’allora collega Davutoglu
agli Esteri – di attaccare il regime di Assad, promettendogli un
sostegno francese all’accettazione della Turchia come membro della UE.
Era il 2011. Erdogan all’inizio esitava. Poi l’appetito gli è venuto
mangiando. Adesso sogna di ritagliarsi una zona della lacerata Siria e
di distruggere i curdi e la loro speranza di costituirsi uno stato curdo
fra Siria, Irak e Turchia. Una parte dei neocon americani gli ha tenuto
bordone, promuovendo la sua idea di creare una “no fly zone” nel
territorio che avrebbe poi annesso alla Turchia, per farne un santuario
per i terroristi: il generale John Allen capo diplomatico della pretesa
coalizione “anti-ISIL” lo stava facendo, ha dovuto essere richiamato
all’ordine da Obama. Ciò spiega la voce,
insistente, che per anni sono stati i servizi francesi ad avvicinare
giovani francesi di famiglia musulmana, spesso piccoli delinquenti
comuni, e convincerli a riscattarsi andando a combattere per Daesh…anzi,
non si escludano i servizi belgi, tradizionalmente in ottimi rapporti
coi colleghi del DGSE . Secondo Strategika, Salah Abdeslam, il
ricercatissimo dal governo belga come uno degli attentatori di Parigi,
un giovanotto nato nel 1989 a Bruxelles da genitori marocchini, fu
“avvicinato” da almeno due agenti reclutatori per conto della Sureté
belga.”Aveva anche, a sua insaputa, un agente ‘formatore’ uscito dallo
stesso ambiente sociale, che lavorava per il SGRS (i servizi militari
belgi), dunque con altri servizi interessati specialmente a un flusso
migratorio in zone di conflitto per ragioni inconfessabili”. Ve
la do per quel che vale. Anche se questa indiscrezione di servizi
(russi? Algerini? Marocchini?) spiegherebbe benissimo la gigantesca e
molto affannosa caccia all’uomo organizzata dal governo belga nella
stessa capitale, così come le cacce all’uomo contro i fuggiaschi
terroristi organizzate dai francesi: devono essere presi ed ammazzati
tutti, perché non si mettano a raccontare da chi è veramente nutrito
Daesh? “Se
i russi non avessero preso in contropiede i progetti di Washington nel
Levante – dice il sito – non si sarebbero dovuti subire attentati
kamikaze un po’ dappetutto (in Europa) perché a giocare col fuoco…anche
Londra con Parigi rioschia di vedere i suoi piccoli contingenti creati
per la guerra di procura tornare a seminare il casino a colpi di cinture
esplosive. Da cui la necessità di creare un ministero della Paura
Permanente, utile al controllo sociale negli anni prossimi”. Vi
lascio questa enigmatica conclusione per quel che vale. Insieme con
l’ultima delle notizie del sito: ricordate l’attentato – con presa di
ostaggi -all’hotel Radisson Blu di Bamako? Un attentato “islamico” senza
dubbio, infatti rivendicato da Al-Morabitun, un gruppo vagamente
collegato ad Al Qaeda. Ma molto professionale e con qualche stranezza: i
terroristi sono arrivati su un’auto con targa diplomatica, e si sono
concentrati “sul settimo piano”, dove era in corso una riunione
importante , ed hanno trucidato meticolosamente personaggi come
l’addetta del Dipartimento di Stato Anika Ashok Datar (origine indiana),
un belga che lavorava per il Parlamento belga, e un israeliano…la cui
morte è stata confermata da Sion, senza farne il nome. Come non sono
stati resi i nomi dei francesi partecipanti alla riunione e vittime. Commento di Strategika: “Mokhtar
Belmokhtar (1) sembra essere stato benissimo informato. Come ha saputo
che il Capo di una delle direzioni dei servizi esteri algerini
(DDSE-Direction de la Documentation et de la Sécurité Extérieure) in
compagnia di una delegazione civile e militare di alto rango al
Radisson? In casi simili l’Algeria avrebbe dovuto inviare il suo
“servizio-azione”; ma il servizio è stato smantellato quest’anno e i
suoi membri invitati a tornare nell’esercito regolare in seguito a una
piccole guerricciola interna”. In Algeria! Ve
la do per quel che vale. Giusto per far intuire quali grovigli di
doppiezze, contorte relazioni, false amicizie e luridi contorcimenti
siano in atto per distruggere la Siria. Non ci sarà mai una pace senza
una gigantesca operazione-verità in questa matassa dove non si capisce
più qual è il filo, chi combatte per chi. Non ci sarà mai. Oggi,
il Corriere intervista per ben due pagine John Bolton – ebreo, neocon,
che fu ambasciatore all’Onu ai tempi di Bush jr., quando i neocon
guidarono la superpotenza per Sion – e Bolton propone che cosa? “Uno
stato sunnita per battere l’ISIS”: Ossia: uno stato dell’ISIS per
battere l’ISIS. Bolton naturalmente concede che nella Siria smembrata vi
sarà un “Alawistan” , una stretta striscia sulla costa con il porto
russo di Latakia e Tartus”, dove forse potrà sopravvivere Assad; poi un
“Kurdistan” ritagliato da Siria e Irak (Israele gliel’ha promesso, ai
curdi) e un “Irak sciita” diviso dal “Sunnistan”, la parte del leone, in
mano al Califfato. Insomma è pari pari il piano Kivunim, lo
smembramento degli stati attorno ad Israele secondo linee di frattura
etnico-religiose. Nel groviglio inestricabile, questo capo del filo
almeno è chiaro. Il piano Kivunim si sta realizzando, fra fiumi di
sangue e di odio.
———————— Note 1)
Costui, algerino, è stato combattente in Afghanistan in funzione
antisovietica, quindi una creatura della Cia e dei servizi pakistani.
Per conto dei suoi padroni ha creato dal nulla Al Qaeda nel Maghreb.
Finanziandosi con i sequestri di persona di occidentali paganti, ha
messo insieme milioni di dollari; ha anche una mano nel traffico di
diamanti e di coca. https://it.wikipedia.org/wiki/Mokhtar_Belmokhta