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domenica 10 gennaio 2021
Schwarzenegger: «Trump un fallito, il peggior presidente della storia. Ha cercato il colpo di Stato con le bugie»
marito, padre, bancario, musicista, goliarda, blogger saltuario.
Vivi come se dovessi morire domani. Pensa come se non dovessi morire mai
domenica 21 giugno 2020
La Regina della Costa Nera - 5
5
Ora abbiamo finito di navigare, per sempre.
Basta con i remi, il vento ha finito di soffiare;
La rossa bandiera non impaurirà più la spiaggia;
Azzurra cintura del mondo, ricevi di nuovo
Colei che tu mi donasti.
Il canto di Bêlit
L'alba
tingeva di nuovo l'oceano. Un bagliore più rosso illuminava la foce del
fiume.
Conan il Cimmero si appoggiava alla lunga spada, sulla bianca
spiaggia, ed osservava la Tigre allontanarsi per il suo ultimo
viaggio.
Gli occhi che contemplavano le distese trasparenti erano
spenti. Dalle solitudini azzurre ed agitate delle onde era scomparsa
ogni gloria ed ogni meraviglia. Un senso feroce di disgusto lo scosse,
quando il suo occhio si posò sui verdi cavalloni che in lontananza
sfumavano tra veli rosati di mistero.

Bêlit
era giunta dal mare; era stata lei a dare al mare ogni fascino e ogni
splendore. Senza di lei, le acque erano soltanto un deserto spoglio,
desolato e mortale, che si stendeva dall'uno all'altro polo. Bêlit
apparteneva al mare, ed all'eterno mistero del mare lui l'aveva
restituita. Non poteva fare altro che questo. Per lui, ora lo splendore
azzurro e scintillante delle acque era più repellente che non le alte
fronde che si agitavano e bisbigliavano alle sue spalle, narrandogli di
terre selvagge e misteriose che si stendevano al di là: terre in cui
preso si sarebbe tuffato.
Nessun marinaio era al timone della Tigre,
nessun remo la spingeva fra le verdi acque. Ma un vento forte e pulito
gonfiava la sua vela di seta, e, come un cigno che solca il cielo per
dirigersi al proprio nido, la nave scivolava veloce nel mare, mentre le
fiamme salivano sempre più alte sul suo ponte, lambivano l'albero
maestro ed avvolgevano una figura supina, avvolta in un manto scarlatto,
sulla pira funeraria.
Così lascio il mondo la Regina della Costa
Nera, e Conan, appoggiato alla spada lorda di sangue, rimase immobile e
silenzioso finché il rosso bagliore non svanì lontano, tra la caligine
azzurrina, e l'alba non dipinse di rosa e d'oro l'oceano.
marito, padre, bancario, musicista, goliarda, blogger saltuario.
Vivi come se dovessi morire domani. Pensa come se non dovessi morire mai
domenica 14 giugno 2020
La Regina della Costa Nera - 4
4Le ombre erano nere intorno a lui,Le schiumanti zanna si aprivano,Più fitto della pioggia cadeva il sangue;Ma il mio amore era più forte dalla Morte,E tutte le mura di ferro dell'InfernoNon potevamo tenermi lontano da lui.Il canto di Bêlit
La
giungla era un nero colosso che rinserrava tra le sue braccia d'ebano
la spianata ricoperta di rovine. La luna non era ancora sorta; le stelle
erano scintille di ambra rovente, in cielo senza respiro che puzzava di
morte. Sulla piramide che sorgeva tra le torri crollate, Conan il
Cimmero sedeva come una statua di ferro, con il mento appoggiato ai
pugni massicci. Ai margini della radura, fra ombre tenebrose, taciti
piedi calpestavano il terreno ed occhietti rossi scintillavano. I morti
giacevano insepolti. Ma sul ponte della Tigre, sopra una pira
di panche spezzate, di aste di lancia e di pelli di leopardo, giaceva
nel suo ultimo sonno la regina della Costa Nera, avvolta nel mantello
rosso di Conan. Come una vera regina ella giaceva, con il bottino
ammassato intorno a lei: seta, ricami in filo d'oro, catene d'argento,
casse di gemme e di auree monete, lingotti di metallo prezioso, pugnali
ingemmati.
Ma dove il bottino della città maledetta giacesse soltanto le acque stagnanti del fiume Zarkheba avrebbero potuto
rivelarlo, nel punto dove Conan lo aveva gettato con barbariche
imprecazioni. Ora il barbaro sedeva trucemente sulla piramide, in attesa
degli invisibili nemici. La nera furia del suo cuore aveva scacciato
ogni paura. Non sapeva quali forme sarebbero emerse dall'oscurità, né
voleva saperlo.
Non aveva più dubbi sulle visioni del Loto Nero.
Comprendeva che, mentre lo attendevano nella radura, N'Gora ed i suoi
compagni erano impazziti per il terrore del mostro alato che scendeva su
di loro dal cielo, e che, fuggendo in preda al panico più cieco, erano
precipitati nel burrone; tutti ad eccezione del loro capo, il quale era
riuscito in qualche modo ad evitarne il destino, ma non era sfuggito
alla follia. E nello stesso tempo, o immediatamente dopo, o poco prima,
c'era stato il massacro di coloro che erano rimasti sulla riva del
fiume. Conan non dubitava che la battaglia lungo il fiume fosse stata
più un massacro che non un combattimento; già debilitati dalla loro
superstiziosa paura, forse i negri erano morti senza poter sferrare
neppure un colpo a propria difesa, quando erano stati attaccati dai
loro nemici inumani.
Non capiva perché lui fosse stato risparmiato
fino a quel momento, a meno che la maligna entità che dominava il fiume
non intendesse tenerlo in vita per tormentarlo con la paura e col
rimpianto. Tutto pareva indicare un'intelligenza umana o sovrumana: la
rottura dei recipienti dell'acqua per dividere le forze, l'aver sospinto
i negri verso il precipizio nascosto, e, ultima massima beffa, la
collana scarlatta legata intorno al bianco collo di Bêlit, come il
cappio del boia.
Ed essendosi riservato il cimmero come ultima e
più preziosa vittima, ed avendo spremuto da lui fino all'ultima goccia
una sottile tortura mentale, era probabile che il nemico invisibile
volesse concludere il dramma facendogli fare la fine dei compagni. A
questo pensiero, nessun sorriso piegò le labbra risolute di Conan: solo i
suoi occhi si accesero di un sinistro lucore.
La luna si alzò,
scintillando come fuoco sull'elmetto adorno di corna che il cimmero
portava sul capo. Nessun grido destò un eco; eppure d'improvviso, la
notte fu carica di tensione, e la giungla trattenne il respiro.
Istintivamente, Conan liberò il fermo della spada, ancora infilata nel
fodero. La piramide sulla quale sedeva aveva quattro facce, e una di
esse - la faccia rivolta alla giungla - era costituita da un'ampia
scalinata. Teneva in mano un arco shemita, come quelli che Bêlit faceva
usare ai suoi pirati. Ai suoi piedi giaceva un mucchietto di frecce, con
la cocca rivolta nella sua direzione, e lui era inginocchiato su una
gamba sola.
Qualcosa si mosse nell'oscurità sotto gli alberi.
Stagliate d'improvviso sullo sfondo della luna che s'innalzava, Conan
vide una testa oscura ed un paio di spalle dal profilo animalesco. E poi
dall'ombra si fecero avanti silenziosamente, rapidamente, alcune forme
scure che correvano basse: venti enormi iene maculate. Le loro zanne
schiumanti lampeggiavano al chiarore lunare, i loro occhi brillavano
come mai avevano brillato gli occhi di un animale vero.
Erano
venti: dunque le lance dei pirati avevano fatto vittime tra il branco,
dopotutto. E mentre così pensava, Conan si portò la cocca accanto
all'orecchio: al colpo sordo dell'arco, un ombra dagli occhi di fiamma
fece un balzo altissimo e ricadde a terra contorcendosi. Le altre ombre
non si fermarono; continuarono ad avanzare, e fra di loro, come una
pioggia di morte, piombarono le frecce del cimmero, cariche di tutta la
forza e la precisione di muscoli d'acciaio sorretti da un odio rovente
come le fiamme dell'inferno.
Nella furia della battaglia, Conan
non mancò il bersaglio: l'aria fu piena di mortali asticciole pennute.
Il massacro provocato tra il branco che correva verso di lui era
sorprendente. Meno di metà degli animali raggiunse i piedi della
piramide. Altri caddero sui suoi ampi gradini. E abbassando lo sguardo
sui loro occhi brucianti, Conan seppe che quelle creature non erano
bestie; avvertiva in loro un'empia differenza, e non soltanto perché
erano una taglia innaturale. Trasudavano un'aura tangibile, come la
nebbia scura che s'innalzava da una palude coperta di cadaveri. Non
avrebbe saputo dire quale blasfema alchimia avesse messo al mondo quelle
creature; ma sapeva di avere davanti a sé un'opera diabolica, più nera
dei Pozzi di Skelos.
Balzando in piedi, curvò poderosamente l'arco
e cacciò la sua ultima freccia, senza mirare, nel ventre di una grossa
forma pelosa che si avventava contro la sua gola. Come un raggio di
luna, la freccia guizzò in avanti, senza il minimo tremito nella
traiettoria, e la bestia mannara si contorse in convulsioni, a
mezz'aria, e ricadde a terra trapassata da parte a parte.
Poi il
resto del branco fu su di lui, in una folle, spasmodica corsa di occhi
di fiamma e di fauci schiumanti. La sua spada feroce tagliò in due il
primo animale, poi gli altri gli furono sopra, e con il loro urto
disperato lo trascinarono a terra. Spaccò un cranio allungato con il
pomo dell'elsa: sentì scheggiarsi l'osso, il sangue ed il cervello
sporcargli la mano. Poi, lasciata cadere a terra la spada ormai
inutilizzabile in un corpo a corpo, cercò di afferrare, una per mano,
due gole dei mostri che cercavano di morderlo con furia muta.

Un odore acre e malsano lo assalì, il suo stesso sudore gli bruciò gli
occhi. Solo la cotta di maglia poté evitargli di essere fatto a pezzi in
un istante. La sua mano destra, nuda, si serrò su una gola pelosa e la
squarciò. La mano sinistra mancò la gola dell'altra bestia, ma riuscì
tuttavia ad afferrare la zampa e spezzargliela. Un breve guaito - unico
grido in quella cupa battaglia: un grido orrendamente simile a quello di
un uomo - uscì dalle fauci della bestia ferita. Di fronte all'orrore
sconvolgente di quel grido scaturito da una strozza bestiale, Conan
involontariamente allargò le dita.
Una delle due bestie, con il
sangue che sprizzava dalla giugulare strappata, balzò contro di lui in
un ultimo sussurro di ferocia, e strinse le zanne sulla sua gola...per
subito ricadere all'indietro, morta, nello stesso momento in cui Conan
avvertiva il dolore lacerante del morso.
L'altra, balzando in
avanti su tre zampe, cercò di mordergli l'addome come un lupo, e gli
squarcio gli anelli della maglia. Spingendo via la bestia morente, Conan
afferrò il mostro azzoppato, e, con uno sforzo che destò un grugnito
sulle sue labbra macchiate di sangue, lo sollevò di peso, stringendolo
tra le braccia mentre ancora cercava di divincolarsi e di mordere. Per
un istante Conan barcollò, rischiando di perdere l'equilibrio, quando il
respiro fetido e rovente della bestia gli ferì le nari, e le sue fauci
cercarono di morderli il collo; poi la scagliò lontano da sé,
precipitandola sui gradini a schiantarsi le ossa.
E mentre
oscillava sulle gambe, aperte al massimo per avere un più fermo
appoggio, e ansimava, e la giunga e la luna ondeggiavano in un velo
rossastro sotto il suo sguardo, ai suoi orecchi giunse un forte battito
di ali di pipistrello. Si chinò ad afferrare la spada, ed una volta
raddrizzatosi, si rimise saldo sulle gambe e sollevò la grossa lama al
di sopra della testa, con entrambe le mani, cercando di scuotersi dagli
occhi il velo sanguigno, mentre scrutava l'aria alla ricerca del nemico
volante.
Ma invece di un assalto dell'aria, fu al piramide a
barcollare improvvisamente, sinistramente sotto di lui. Udì un crepitio
forte come quello del tuono, e vide ondeggiare sopra di sé l'alta
colonna, come un bastone agitato da una mano possente. Spronato a una
frenetica azione, fece un balzo ciclopico; il suo piede incontrò un
gradino, a metà della discesa, che ondeggiò sotto di lui, ma il secondo,
disperato balzo lo portò fuori pericolo. E proprio mentre il suo piede
incontrava il terreno, la piramide crollò su se stessa con uno schianto
fragoroso, simile a quello di una montagna squarciata; poi, con rombo di
tuono, anche la colonna precipitò in mille frammenti. Per un cieco
catastrofico istante, frammenti di marmo parvero piombare dal cielo.
Infine, solo una distesa di frantumi di pietra rimase a giacere bianca e
immota sotto i raggi della luna.
Conan si scosse, liberandosi dai
cocci che lo coprivano per metà. Un colpo di striscio gli aveva tolto
di testa l'elmetto, e per un attimo l'aveva stordito. Sulle sue gambe
posava un grosso frammento di colonna, che lo teneva inchiodato al
suolo. Temette di essersi spezzato le gambe. La sua chioma corvina era
impastata di sudore; un fiotto di sangue scendeva dalle ferite alla
gola ed alle mani. Cercò di sollevarsi su un braccio, allontanando le
schegge di marmo che lo coprivano.
Poi qualcosa si stagliò sullo
sfondo delle stelle, toccando terra a poca distanza da lui. Volgendo il
capo da quella parte, lo vide...il Demone alato!
Il
Demone si stava precipitando contro di lui con spaventosa rapidità, e in
quell'istante Conan ebbe solo la confusa impressione di una forma
gigantesca, simile a quella umana, che si muoveva su gambe curve e
tozze; di enormi, difformi braccia allargate, di mani dagli artigli
neri; di una testa deforme, nella cui larga faccia era riconoscibile un
solo connotato: gli occhi iniettati di sangue. Non era né uomo, né
bestia, né Demone: era un miscuglio di tratti subumani e sovrumani
insieme.
Conan non ebbe tempo di formulare un pensiero razionale,
logico. Si gettò verso la spada che gli era sfuggita di mano ma le sue
dita non riuscirono a raggiungerla. Disperatamente, afferrò il frammento
che gli bloccava le gambe, e le vene si gonfiarono sulle sue tempie
quando cercò. Si spostava, ma con lentezza, ed era sicuro che il mostro
lo avrebbe raggiunto prima che potesse liberarsi: e quelle mani unghiute
erano la morte certa.
La corsa della creatura alata non s'era
fermata. Ora torreggiava come un'ombra nera sulla forma prostrata del
cimmero, e allargava le braccia...quand'ecco una bianca figura guizzare
tra il mostro e la vittima.
In un folle istante era accorsa... una forma bianca e tesa, vibrante di
un amore feroce come quello di una pantera. L'attonito cimmero vide,
tra sé e la morte, la sottile figura di lei, luccicante come avorio ai
raggi della luna; vide la fiamma dei suoi occhi neri, la spessa corona
dei suoi capelli d'ebano; il suo petto si sollevava, le sue labbra rosse
erano dischiuse. Lanciò un grido acuto, echeggiante come l'acciaio,
gettandosi contro il petto del mostro alato.
«Bêlit!»,
urlò Conan. Lei lanciò un'occhiata rapidissima nella sua direzione, e
negli occhi scuri comparvero le fiamme del suo amore: qualcosa di nudo
ed elementare, fatto di fuoco grezzo e di lava fusa. Poi scomparve, ed
il cimmero vide solo il Demone alato, che si era tratto indietro, con
inusitata paura, e sollevava le braccia come per difendersi da un
assalto. E lui seppe che Bêlit adesso giaceva sulla sua pira, a bordo
della Tigre. Nella mente gli echeggiarono le sue parole
appassionate: «Se io fossi nell'immortalità della morte, e tu stessi
lottando per la vita, tornerei indietro dall'abisso per aiutarti...».
Con
un urlo terribile, Conan sollevò la pietra, scagliandola di lato. Il
mostro alato tornò a buttarsi su di lui, ed il cimmero balzò in piedi
per affrontarlo, con le vene infiammate dalla follia. I muscoli si
tesero come corde d'acciaio sulle sue braccia, quando brandì la grande
spada e ruotò le caviglie per la violenza del'arco descritto dalla lama.
Poco al di sopra dei fianchi la lama colpì la forma che si precipitava
contro Conan, e le gambe tozze caddero da una parte, il torso da
un'altra, quando la spada tagliò in due tronconi, nettamente, il corpo
coperto di pelo.
Conan rimase immobile nel silenzio illuminato
dalla luna, e la lama sporca di sangue divenne pesante nella sua mano. I
suoi occhi si posarono sui resti del nemico. Gli occhi rossi lo
fissarono ancora, arroventati da una terribile vitalità, poi si velarono
e non si mossero più; le grandi mani si tesero spasmodicamente, ed
infine si irrigidirono. Così si estinse la più antica razza del mondo.
Il
barbaro alzò lo sguardo, cercando meccanicamente gli animali che erano
gli schiavi ed i carnefici dell'orrore alato. Ma nessuno di essi si
presentò alla sua vista. I corpi ch'egli vide, stesi sull'erba
illuminata dal chiarore lunare, erano corpi umani, e non di bestie:
uomini dal viso grifagno e dalla pelle nera, nudi, trafitti da frecce o
fatti a pezzi da colpi di spada. E sotto i suoi occhi diventarono
polvere.
Perché il padrone alato non era giunto in soccorso dei
suoi schiavi, quando lui aveva lottato con loro? Aveva avuto paura di
giungere alla portata di zanne che gli si sarebbero potute rivoltare
contro per farlo a brani? Astuzia e circospezione avevano dimorato in
quel cranio deforme, ma in definitiva non gli erano stati di molto
giovamento.
Girando sui tacchi, il cimmero si avviò verso il molo
decrepito e salì a bordo della nave. Con alcuni colpi di spada recise
gli ormeggi, e si recò a poppa. La Tigre boccheggiò piano
sull'acqua sonnolenta, scivolando torpidamente verso il centro del
fiume, finché non fu presa dalla corrente centrale. Conan si appoggiò al
timone, ed il suo sguardo dolente si fermò a lungo sulla forma che.,
avvolta in un rosso mantello, giaceva sulla pira funeraria, in mezzo a
ricchezze che sarebbero state sufficienti a riscattare un'imperatrice.

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domenica 7 giugno 2020
La Regina della Costa Nera - 3

Fu un sogno portato dal Loto Nero?
Allora sia maledetto il sogno che comprò la mia vita pigra;
E maledetta ogni lenta ora che non vede
Caldo sangue gocciolare scuro dal coltello arrossato.
Il canto di Bêlit

Dapprima
ci fu l'oscurità del vuoto completo, con i venti freddi dello spazio
cosmico che lo percorrevano. Poi forme vaghe, mostruose ed evanescenti,
rotolarono in un oscuro panorama attraverso una distesa di nulla, come
se l'oscurità acquistasse forma materiale. I venti soffiarono e si formò
un vortice, una piramide roteante di tenebra ruggente. Da esso crebbero
forma e dimensione; poi all'improvviso, come nuvole che si disperdano,
l'oscurità rotolò via da ogni lato ed una gigantesca città di pietra
color verde scuro sorse sulla riva di un ampio fiume che scorreva in una
piana illimitata. In questa città si mossero esseri dalle forme aliene.
Fatti
ad immagine dell'umanità, erano distintamente non umani. Erano alati e
proporzioni grandiose; non erano un ramo del misterioso albero
dell'evoluzione culminante nell'uomo, ma il fiore aperto di un albero
ignoto, separato e diverso dal primo. A parte le ali, nell'aspetto
fisico somigliavano agli uomini come in uomo nella pienezza del suo
aspetto assomiglia alle grandi scimmie. Per quanto riguarda lo sviluppo
spirituale, estetico ed intellettuale, erano superiori all'uomo quanto
l'uomo lo è al gorilla. Ma quando innalzarono la loro colossale città, i
primi antenati dell'uomo non erano ancora sorti dal limo dei mari
primordiali.
Quegli esseri erano mortali, come lo sono tutte le
cose fatte di sangue e di carne. Vivevano, amavano e morivano, anche se
la durata individuale della loro vita era enorme. Poi, dopo innumerevoli
milioni di anni, il Cambiamento ebbe inizio. Il panorama splendette ed
ondeggiò, cime un ombra proiettata come un'ombra proiettata contro una
tenda svolazzante. Sulla città e sul paese le ere fluirono come onde
sulla spiaggia, ed ogni onda portò modifiche. In qualche punto del
pianeta i poli magnetici si spostarono: i grandi ghiacciai e le banchise
si ritrassero verso i nuovi poli.
Il litorale del grande fiume
cambiò. Le pianure si mutarono in paludi mefitiche abitate da rettili.
Dove c'erano praterie, adesso s'innalzavano foreste che mutavano in
giungle umide. E gli anni del mutamente operarono anche sugli abitanti
della città. Essi non migrarono verso terre più fresche. Motivi
inspiegabili per l'umanità li trattennero nell'antica città,
consegnandoli alla rovina. E come le terre un tempo ricche e potenti
affondavano sempre più nel nero pantano della giungle senza sole, così
il popolo della città affondò nel caos della vita sbraitante della
giungla. Terrificanti convulsioni scossero la terra; le notti
riflettevano vulcani in eruzione che orlavano l'orizzonte buio come
colonne rossastre.
Dopo un terremoto che fece crollare le mura
esterne e le più alte torri della città e fece diventare nera per giorni
l'acqua del fiume, a causa di qualche sostanza letale generata dagli
abissi sotterranei, un terribile cambiamento chimico divenne manifesto
nelle acque che la gente aveva bevuto per incalcolabili millenni.
Molti
morirono, e in quelli che sopravvissero si produsse un cambiamento
sottile, graduale ed orribile. Adattandosi alle mutate condizioni, erano
sprofondati molto al di sotto del loro livello originale. Ma le acque
letali li alterarono in maniera ancora più orribile, di generazione in
generazione, bestialmente. Quelli che erano stati Dèi alati divennero
Demoni, e i resti della vasta conoscenza dei loro antenati divennero
distorti, pervertiti e deviati verso sinistri sentieri. Come erano
saluti più in alto di quanto l'umanità potesse sognare, così si
inabissarono più in basso dei più pazzi incubi dell'uomo. Morirono
velocemente, per il cannibalismo e orribili lotte intestine combattute
nelle tenebre della giungla notturna. E infine nelle rovine coperte
d'erbacce della loro città si aggirò solo un'ultima figura, una rachitica
orrenda perversione della natura.
E allora per la prima volta
comparvero gli esseri umani: uomini dalla pelle scura, dal volto
aquilino, in corazze di rame e di cuoio, armati d'arco: i guerrieri
della Stygia preistorica. Erano solo una cinquantina, ed erano magri e
sparuti per l'inedia e gli sforzi prolungati, sporchi e graffiati dal
girovagare nella giungla, con fasciature lorde di sangue rappreso che
narravano di una feroce battaglia. Nelle loro menti c'era una storia di
guerra e disfatta, e di fuga davanti a una tribù più forte che li aveva
spinti verso meridione, finché non s'erano persi nel verde oceano della
giungla e del fiume.
Esausti, si erano distesi tra le rovine, dove
boccioli rossi che fioriscono una volta ogni cento anni ondeggiavano
nella luna piena, e il sonno li aveva colti. Mentre dormivano,
un'orribile figura dagli occhi iniettati di sangue era strisciata su di
loro dall'ombra e aveva compiuto stani riti spaventosi su ognuno di
essi. La luna era alta nel cielo scuro, e dipingeva la giungla di rosso e
di nero; sopra i dormienti luccicavano i fiori come macchie di sangue.
Poi la luna tramontò e gli occhi del negromante erano gemme rossastre
incastonate d'ebano nella notte.
Quando l'alba distese il suo
bianco velo sopra il fiume, non c'erano più uomini: solo un orrore
peloso e alato, che se ne stava accovacciato in mezzo a un circolo di
cinquanta enormi iene maculate, le quali puntavano i grugni tremanti al
cielo spettrale e ululavano come anime dannate.

Le
scene si seguivano l'una dopo l'altra, sovrapponendosi. C'era
confusione di movimento, sovrapposizione di luce e ombre, contro uno
sfondo di giungla tenebrosa, rovina di pietra verdastra, e il fiume
cupo; negri risalirono il fiume in lunghe imbarcazioni con la prora
adorna di teschi ghignanti, o avanzarono di nascosto piegati in due tra
gli alberi, lance in mano. Fuggirono urlando nel buio, inseguiti da
occhi ardenti e zanne affilate. Gemiti di uomini morenti scossero le
ombre: piedi furti si mossero nell'oscurità, occhi vampireschi
brillarono rossi. Ci furono sinistri festini sotto la luna, contro il cui
disco rossastro si stagliava incessantemente un'ombra a forma di
pipistrello.
Poi, d'improvviso, chiaramente scolpita contro quegli
squarci, attorno al promontorio coperto di giungla, avanzò
all'albeggiare una lunga galea piena di scintillanti figure d'ebano,
sulla cui prua c'era un gigante dalla pelle bianca vestito d'acciaio
azzurrino.
Fu questo punto che Conan si rese conto di sognare.
Fino ad allora non aveva avuto coscienza della sua esistenza
individuale. Ma quando vide se stesso calpestare le tavole della Tigre, riconobbe sia l'esistenza sia il sogno, anche se non si destò.
Mentre
se ne meravigliava, la scena cambiò improvvisamente e diventò una
radura della giungla dove N'Gora e diciannove lancieri negri erano fermi
come in attesa di qualcuno. Mentre si rendeva conto che era lui quello
che aspettavano, un orrore scivolò su di loro dal cielo ed essi
fuggirono con grida di paura. Come uomini impazziti per il terrore
gettarono via le armi e corsero pazzamente per la giungla, inseguiti da
vicino dalla mostruosità che batteva le ali sul loro capo.
Caos
e confusione seguirono quella visione, durante la quale Conan lottò
debolmente per svegliarsi. Gli parve di vedere confusamente se stesso
giacere sotto un grappolo ondeggiante di boccioli neri, mentre fra gli
arbusti una forma orribile strisciava verso di lui. Con uno sforzo
selvaggio, spezzò gli invisibile legami che lo tenevano avvinto al suo
sogno e balzò in piedi.
C'era stupore nell'occhiata che si lanciò intorno. Lì vicino ondeggiava il Loto Nero, e si affrettò ad allontanarsi.
Nel
terreno spugnoso circostante c'era un'impronta, come di un animale che
avesse fatto il primo passo per emergere dai cespugli e poi si fosse
ritirato. Pareva l'impronta di una iena incredibilmente grande.
Mandò
un grido di richiamo per N'Gora. Un silenzio primordiale si era
addensato sulla giungla, e il suo grido risuonò acuto e vuoto come un
suono di scherno. Non poteva vedere il sole, ma il suo istinto
sviluppatosi nelle zone selvagge gli disse che il giorno si avvicinava
alla fine. Avvertì un senso di panico, rendendosi conto che era rimasto
privo di sensi per ore intere. Seguì in fretta le tracce dei lancieri,
visibili nel terreno molle. Formavano una fila indiana e lo condussero
nella radura, dove si fermò di botto, con la schiena percorsa da un
brivido, riconoscendo la radura che aveva visto nel sogno procuratogli
dal Loto Nero. Scudi e lance giacevano alla rinfusa, come abbandonati in
una fuga precipitosa.
E dalle tracce che conducevano fuori dalla
radura e si inoltravano nella giungla, Conan seppe che i negri erano
fuggiti alla cieca. Le impronte si sovrapponevano, ondeggiando intorno
agli alberi. E con sorpresa il cimmero si trovò d'un tratto fuori dalla
giungla, su una roccia a montagnola, che si innalzava ripida per fermarsi
di colpo a formare un precipizio di una dozzina di metri. E qualcosa
era acquattato sull'orlo.
Dapprima Conan pensò che si trattasse di
un enorme gorilla nero. Poi vide che si trattava di un negro gigantesco
che era accovacciato come un animale con le braccia penzoloni e la
schiuma alle labbra. E fino a quando la creatura non sollevò le grandi
mani con un grido singhiozzante e si precipitò verso di lui, Conan non
riconobbe N'Gora. Il negro non fece caso al grido di Conan, e caricò,
con gli occhi che mostravano il bianco, i denti luccicanti, il volto una
maschera inumana.
Rabbrividendo per l'orrore che la visione della
pazzia provoca nella gente normale, Conan infilzò con la spada il negro;
poi, evitando le mani adunche che cercavano di afferrarlo anche mentre
N'Gora ricadeva al suolo, il barbaro avanzò fino all'orlo del
precipizio.
Per un attimo rimase fermo a guardare le rocce
appuntite sottostanti, dove giacevano i lancieri di N'Gora, in pose
inerti e distorte che rivelavano membra spezzate e ossa rotte. Nessuno
si muoveva. Una nuvola di grandi mosche nere ronzava sonoramente sopra
le pietre macchiate di sangue; le formiche avevano già cominciato a
ricoprire i corpi. Sugli alberi circostanti erano appollaiati uccelli da
preda, e uno sciacallo, guardando in alto e vedendo l'uomo fermo sul
ciglio, si ritirò furtivamente.
Per qualche tempo Conan rimase
immobile. Poi girò su se stesso e di corsa tornò indietro, lanciandosi
tra l'erba alta e gli arbusti, saltando i rampicanti che si stendevano
come serpenti sulla sua strada. La spada gli pesava in pugno e un
insolito pallore gli tingeva il volto abbronzato.
Il silenzio che
regnava nella giungla rimaneva ininterrotto. Il sole era tramontato e
grandi ombre balzavano dal fango del suolo nero. Attraverso le ombre
gigantesche di morte in agguato e di sinistra desolazione, Conan era uno
scintillio veloce di scarlatto e acciaio azzurrino. Non si sentiva
alcun suono, in quella solitudine, tranne il suo rapido ansimare quando
sbucò dall'ombra nell'indistinto crepuscolo della riva del fiume.
Vide la galea accostata al molo, e le rovine alzarsi come ubriache nella grigia mezza luce.
E
qua e là fra le pietre c'erano macchie di colore brillante, come se una
mano incurante le avesse sporcate con un pennello scarlatto.
Ancora
una volta Conan aveva davanti agli occhi morte e distruzione. Davanti a
lui giacevano i suoi lancieri, e non si alzarono ad accoglierlo. Dal
margine della giungla alla riva del fiume, fra le colonne e le banchine
in rovina, essi giacevano, maciullati, straziati e semidivorati,
smozzicate caricature d'uomini.
Tutt'attorno ai corpi e ai pezzi di corpi c'era una quantità di gigantesche impronte di zampe, simili a quelle delle iene.
Conan
avanzò silenziosamente sulla banchina, avvicinandosi alla galea; sopra
il ponte era sospeso qualcosa che luccicava bianco come avorio nella
debole luce del crepuscolo. Senza parole il ciimmero guardò la Regina
della Costa Nera penzolare dal pennone della sua stessa nave. Fra il
pennone e la gola si stendeva una fila di grumi rossi che brillavano
come sangue nella luce grigiastra.


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Vivi come se dovessi morire domani. Pensa come se non dovessi morire mai
martedì 2 giugno 2020
Conan il Barbaro - Epico inizio
Quello che non ci uccide, ci rende più forti!
Fra il tempo in cui l'oceano inghiottì l'Atlantide e il sorgere dei figli di Aryas, vi fu un'era aldilà di ogni immaginazione.
L'era in cui visse Conan, destinato a portare la corona ingioiellata di Aquilonia sulla sua fronte inquieta.
Sono io, suo cronista, il solo che può raccontarvi la sua saga.
Lasciate che vi dica di quei giorni di gloriose avventure.
(Akiro "Il Mago")
Fuoco e vento provengono dal cielo, dagli dei del cielo, ma è Crom il tuo dio, Crom che vive nella terra.
Un tempo i giganti vivevano nella terra Conan, e nell'oscurità del caos mistificarono Crom e gli sottrassero il mistero dell'acciaio.
Crom si adirò e la terra tremò e fuoco e vento abbatterono quei giganti e scagliarono i loro corpi nelle acque.
Ma nel loro furore gli dei si dimenticarono del segreto dell'acciaio e lo lasciarono sul campo di battaglia, e noi che lo trovammo non siamo che uomini. Né dei, né giganti. Solo uomini.
E il segreto dell'acciaio ha sempre portato con sé un mistero; devi impararne il valore Conan, devi impararne la disciplina.
Perché di nessuno, di nessuno al mondo ti puoi fidare, né uomini, né donne, né bestie.
Di questo solo ti puoi fidare.
(Padre di Conan)
Conan il barbaro è un film del 1982, diretto da John Milius. Ispirata al personaggio fantasy Conan il barbaro, ideato da Robert Ervin Howard sulle pagine di Weird Tales nel 1932, il film ha avuto un seguito (Conan il distruttore, 1984). Il personaggio di Conan venne affidato all'attore di origine austriaca Arnold Schwarzenegger, che proprio con questo film iniziò a farsi conoscere dal grande pubblico. Titolo originale Conan the Barbarian Paese di produzione USA Anno 1982 Durata 128 min Colore colore Audio sonoro Rapporto 2.35 : 1 Genere epico, fantasy, avventura, azione Regia John Milius Soggetto Robert E. Howard Sceneggiatura Oliver Stone, John Milius Produttore Dino De Laurentiis Produttore esecutivo D. Constantine Conte Casa di produzione 20th Century Fox Distribuzione (Italia) 20th Century Fox, Ricci e Marinelli Fotografia Duke Callaghan Montaggio Carroll Timothy O'Meara Effetti speciali Nick Allder Musiche Basil Poledouris Scenografia Ron Cobb Costumi John Bloomfield Trucco José Antonio Sánchez
Interpreti e personaggi
Arnold Schwarzenegger: Conan
James Earl Jones: Thulsa Doom
Max Von Sydow: Re Osric
Sandahl Bergman: Valeria
Gerry Lopez: Subotai
Mako: Akiro "Il Mago"
William Smith: Padre di Conan
Jack Taylor: Prete
Valérie Quennessen: la principessa
Corrie Jansen: la strega
Jorge Sanz: Conan bambino
Nadiuska : madre di Conan
Doppiatori italiani
Mario Cordova: Conan
Carlo Baccarini: Thulsa Doom
Marcello Tusco: Re Osric
Livia Giampalmo: Valeria
Sergio Di Giulio: Subotai
Mario Feliciani: Akiro "Il Mago"
Franco Odoardi: Padre di Conan
Pietro Biondi: Prete
Premi
Golden Globe 1983: miglior attrice debuttante (Sandahl Bergman)
Saturn Awards 1983: miglior attrice (Sandahl Bergman)
fonte wiki
Labels:
Conan,
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domenica 31 maggio 2020
La Regina della Costa Nera - 2

2
In quella morta rocca di pietre cadentiI suoi occhi furon preda di quell'empio splendore:E una strana pazzia mi prese alla golaCome se fra noi ci fosse un rivale d'amore.Il canto di Bêlit
La Tigre
percorreva il mare e i villaggi negri rabbrividivano. I tam-tam
battevano nella notte, narrando la storia che la furia del mare aveva
trovato un compagno, un uomo di ferro la cui collera era pari a quella
di un leone ferito. E i sopravvissuti delle navi stygiane massacrate
maledicevano Bêlit e l'uomo bianco dai feroci occhi azzurri; così i
principi stygiani ricordarono a lungo quell'uomo, e il ricordo divenne
un albero d'amarezza che produsse frutti sanguinosi negli anni a venire.

Ma senza meta senza meta come un vento vagabondo, la Tigre
incrociò le coste meridionali fin quando non si ancorò alla foce di un
largo fiume cupo, le cui rive erano muraglie di mistero ammassate di
giungla. 

«Questo
è il fiume Zarkheba, e vuol dire Morte», disse Bêlit. «Le sue acque
sono veleno. Vedi come scorrono scure e fangose? Solo rettili pericolosi
ci vivono. Il popolo negro le sfugge. Una volta, una galea stygiana che
cercava di sottrarsi a me fuggi per il fiume e svanì. Io gettai
l'ancora in questo stesso posto,e qualche giorno dopo la galea venne
fluttuando lungo le acque scure, e il suo ponte era macchiato di sangue,
e spoglio. Un unico uomo si trovava a bordo, ma era impazzito e morì
vaneggiando. Il carico era intatto, ma l'equipaggio era svanito nel
silenzio e nel mistero.
Amore mio, io penso che ci sia una città
da qualche parte lungo il fiume. Ho ascoltato storie di torri
gigantesche e mura intraviste da lontano, da marinai che osarono
risalire per un tratto il fiume. Noi non temiamo nulla: Conan, andiamo a
saccheggiare quella città! »
Conan si disse d'accordo. In genere
condivideva sempre i piani di lei. Era di Bêlit la mente che studiava le
incursioni, e di Conan il braccio che metteva in atto le sue idee. Al
cimmero importava poco dove si dirigevano e chi combattevano. almeno
finché di dirigevano da qualche parte a combattere qualcuno. Quella vita
gli piaceva.
Battaglie e scorrerie avevano ridotto il numero
dell'equipaggio; rimaneva solo circa ottanta lancieri, appena
sufficienti a manovrare la lunga galea. Ma Bêlit non voleva perdere
tempo nella lunga crociera verso il regni insulari del Meridione, dove
reclutava i suoi bucanieri. Era infiammata dalla bramosia
dell'avventura: così la Tigre scivolò nella foce del fiume prendendo di petto l'ampia corrente, mentre i marinai spingevano forte sui remi.
Superarono
la curva misteriosa che toglieva la visuale del mare, e il tramonto li
colse mentre avanzavano con difficoltà contro la lenta corrente,
evitando banchi di sabbia sui quali strani rettili si muovevano
sinuosamente. Non videro nemmeno un coccodrillo, e neanche animali a
quattro zampe o uccelli che scendessero alla riva a dissetarsi.
Avanzarono nell'oscurità che precede il sorgere della luna, fra le rive
che erano solide palizzate di tenebra, dalle quali provenivano rumori
misteriosi, passi furtivi e il bagliore di occhi sinistri.
E una
volta una voce inumana si alzò in un'orribile parodia... il verso di una
scimmia, disse Bêlit, aggiungendo che le anime di uomini malvagi erano
imprigionate in quegli animali dalla forma umana, come punizione per i
crimini commessi. Ma Conan era dubbioso, perché una volta, in una gabbia
dalle sbarre dorate, in una città dell'Hyrkania, aveva visto un
insondabile animale dagli occhi tristi, che, a quanto la gente gli aveva
detto, era una scimmia, e in esso non c'era nulla della malvagità
demoniaca che aveva vibrato nella risata urlante, echeggiata nella
giungla tenebrosa.
Poi sorse la luna, una macchia di sangue venata
di ebano, e la giungla si svegliò in un orribile cacofonia a darle il
benvenuto. Ruggiti, ululati e grida che misero il tremito addosso ai
guerrieri negri: ma tutti quei rumori, notò Conan, provenivano
dall'interno della giungla, come se gli animali sfuggissero, non meno
che gli uomini, le acque dello Zarkheba.
Sopra i tenebrosi viluppi
degli alberi e le fronde ondeggianti, la luna inargentò il fiume e la
scia della nave divenne un'increspatura scintillante di bollicine
fosforescenti che si allargava come un'ampia strada di gemme splendide. I
remi si immergevano nell'acqua luminosa e ne uscivano coperti di gelido
argento. Le piume delle acconciature dei guerrieri si agitavano al
vento, e le gemme sull'elsa delle spade e sulle armature risplendevano
gelide.
La fredda luce traeva fuochi glaciali dalle gemme che
Bêlit portava nei capelli a crocchia, mentre lei si stirava su una pelle
di leopardo gettata sulla tolda. Poggiata su un gomito, con il mento
sorretto dalla mano sottile, alzò lo sguardo fissando in volto Conan,
che le riposava accanto, con la chioma nera ondeggiante nella debole
brezza. Gli occhi di Bêlit era gemme scure ardenti alla luce lunare.
«Mistero e terrore ci circondano, Conan, e noi scivoliamo nel reame dell'orrore e della morte», disse. «Hai paura?»
Una scrollata delle spalle rivestite di maglia fu l'unica risposta.
«Nemmeno
io ho paura», continuò lei pensierosa. «Non ho mai avuto paura. Ho
guardato le zanne snudate della Morte troppo spesso. Conan tu hai paura
degli Dèi?»
«Non vorrei camminare nella loro ombra», rispose il
cimmero lentamente. «Alcuni Dèi sono forti nell'offendere, altri
nell'aiutare; almeno così dicono i loro sacerdoti. Mitra degli Hyboriani
dev'essere un Dio potente, perché la sua gente ha costruito città per
tutto il mondo. Ma anche gli Hyboriani temono Set. E Bel, Dio dei ladri,
è un buon Dio. Quando facevo il ladro nella Zamora ho avuto modo di
saperlo.»
«E i tuoi Dèi? Non ti ho mai sentito invocarli.»
«Il
loro capo è Crom. Abita in una grande montagna. Ma perché invocarlo?
Ben poco gli importa se gli uomini vivono o muoiono. Meglio starsene
zitti, che richiamare la sua attenzione; manderà sciagure, non fortuna!
E' spietato e senza amore, ma alla nascita soffia nell'anima del uomo il
potere di lottare e uccidere. Cos'altro dovrebbero chiedere gli uomini
agli Dèi?»
«Ma i mondi oltre il Fiume della Morte?», insistete lei.
«Non
c'è speranza né qui né dopo, nel culto del mio popolo», rispose Conan.
«In questo mondo gli uomini lottano e soffrono invano, trovando piacere
silo nella lucente follia della battaglia; morendo le loro anime entrano
in un reame grigio e nebbioso di nuvole e venti gelidi, per vagare
tristemente nell'eternità»
Bêlit rabbrividì. «La vita, per quanto brutta sia, è sempre meglio di un simile destino. Non credi, Conan?»
Il
barbaro si strinse nelle spalle. «Ho conosciuto molti Dèi. Colui che li
nega è cieco come colui che se ne fida troppo. Io non cerco oltre la
morte. Può esserci la tenebra, come affermano gli scettici nemediani, o
il reame di Crom, fatto di ghiaccio e nubi, o le pianure innevate e le
sale a cupola del Valhalla dei nordici. Non lo so, e non me ne importa. Io
voglio vivere appieno, finché vivo. Mi basta conoscere il ricco sapore
della carne rossa e del vino che mi punge il palato, il caldo abbraccio
di braccia bianche, la folle esultanza della battaglia, quando le spade
azzurrine guizzano e s'arrossano, e io sono contento. Che sacerdoti,
maestri e filosofi meditino pure sulla realtà e sull'illusione. Io so
questo: se la vita è illusione, allora anch'io sono illusione, ed
essendolo, l'illusione per me è reale. Io vivo, brucio di vita, amo,
uccido e sono contento»
«Ma gli Dèi sono reali», disse lei,
seguendo la propria corrente di pensieri. «E su tutti ci sono gli Dèi
degli Shemiti... Ishtar, Ashtoreth, Derketo e Adonis. Bel anche lui è
shemita, perché nacque nell'antica Shumir, tanto tempo fa, e venne al
mondo ridendo, con la barba riccia e saggi occhi da spiritello, per
rubare le gemme dei re dei tempi andati.
C'è vita oltre la morte,
lo so, e so anche questo, Conan di Cimmeria.» Si alzò flessuosa sui
ginocchi cingendolo in un abbraccio felino. «So che il mio amore è
più forte di ogni morte! Sono stata nelle tue braccia, ansimando per la
violenza del nostro amore; tu mi hai stretto con la ferocia dei tuoi
baci ardenti. Il mio cuore è saldato al tuo, la mia anima è parte della
tua! Se io fossi nell'immobilità della morte, e tu stessi lottando per
la vita, tornerei indietro dall'abisso per aiutarti, sì, sia che il mio
spirito navigasse sotto vele purpuree nel mare cristallino del paradiso,
sia che la mia anima si contorcesse nelle fiamme fuse dell'inferno!
Sono tua, e tutti gli Dèi e tutte le loro eternità non ci separeranno!»
La
vedetta di prua mandò un grido. Conan spinse Bêlit di lato e balzò in
piedi, con la spada che mandava un lungo scintillio argenteo alla luce
lunare e i capelli che gli si rizzavano sulla nuca per quel che vedeva.
Il guerriero negro penzolava al di sopra della tolda, sostenuto da
quello che pareva uno scuro tronco flessuoso che si inarcava sopra la
murata. Conan si rese conto che era un serpente gigantesco, che era
strisciato sulla fiancata della prua e aveva afferrato lo sventurato
guerriero nelle fauci. Le scaglie gocciolanti brillavano infette alla
luna, mentre si inarcava alto al di sopra della tolda, e l'uomo gridava e
si contorceva come un topo tra le zanne di un pitone. Conan si
precipitò a prua, e con un fendente della grande spada troncò quasi in
due il corpo gigantesco, più basso di quello d'un uomo. Il sangue
inzuppò le vele mentre il mostro morente ondeggiava allontanandosi,
sempre tenendo stretta la vittima e sprofondava nel fiume, spira dopo
spira, frustando l'acqua fino a farla diventare schiuma insanguinata,
nella quale rettile e uomo svanirono insieme.
Da quel momento
Conan si mise di vedetta di persona, ma nessun altro orrore venne
strisciando dagli abissi tenebrosi; e quando l'alba imbiancò la giungla,
vide le nere zanne di torri che emergevano fra gli alberi. Chiamò
Bêlit, che aveva dormito sulla tolda, avvolta nel suo mantello
scarlatto: e lei balzò al suo fianco, con gli occhi che mandavano
fiamme. Aveva le labbra dischiuse per ordinare ai guerrieri di prendere
archi e lance; poi i suoi incantevoli occhi si spalancarono.
Era
solo lo spettro di una città, quella che videro quando oltrepassarono un
promontorio coperto di giungla e si avvicinarono alla curva della
spiaggia. Erbacce putride crescevano fra pietre di moli in disfacimento e
fra pavimentazioni sconnesse che un tempo erano state strade, ampie
piazze e corti spaziose. Da tutti i lati, eccettuato quello del fiume,
la giungla si era intrufolata, mascherando con un verde malsano colonne
cadute e tumuli in rovina. Qua è la torri pendenti si alzavano ubriache
contro il cielo mattutino e colonne spezzate spuntavano fra mura in
rovina. Nello spazio centrale, una piramide di marmo sorreggeva una
sottile colonna, in cima alla quale sedeva, o era acquattata, una cosa
che il cimmero ritenne essere una statua finché i suoi occhi acuti non
vi scorsero la vita. 


«E' un uccello gigantesco», disse uno dei guerrieri, fermo a prua.
«E' un pipistrello mostruoso», insistette un altro.
«E' una scimmia», disse Bêlit.
Proprio in quel momento l'essere spalancò due ali enormi e s'alzò in volo sulla giungla.
«Una
scimmia alata», disse il vecchio N'Yaga, a disagio. «Avremmo fatto
meglio a tagliarci la gola da soli, anziché venire in questo posto.»
Bêlit
lo dileggiò per la sua superstizione, e ordinò che la galea accostasse a
riva e fosse legata la molo in rovina. Fu la prima a balzare a terra,
seguita da presso da Conan, poi da tutti i pirati dalla pelle d'ebano,
con le piume delle acconciature ondeggianti al vento, le lance pronte,
gli occhi dubbiosamente attenti alla giungla circostante.
Su tutto
regnava un silenzio sinistro come un serpe addormentato. Bêlit si fermò
tra le rovine e la vibrante vitalità della sua snella figura contrastò
stranamente con la desolazione e il disfacimento che la circondavano. Il
sole fiammeggiò in alto lentamente, sinistramente, al d sopra della
giungla, inondando le torri di un oro spento che lasciò ombre in agguato
fra i muri pericolanti. Bêlit indicò una sottile torre rotonda
barcollante sulla base malferma. Un'ampia pavimentazione di lastre
inclinate e inframmezzate di erbacce, fiancheggiata da colonne cadute,
conduceva alla torre, e di fronte ad essa c'era un massiccio altare di
pietra. Bêlit percorse rapidamente l'antica rampa e si fermò davanti
all'altare.
«Questo era il tempio degli antichi», disse. «Guarda,
si vedono ancora i canaletti per il sangue ai lati dell'altare, e le
piogge di diecimila anni non hanno ancora cancellato le macchie scure.
Le pareti sono crollate, ma questo blocco di pietra sfida il tempo e gli
elementi.»
«Ma chi erano questi antichi?», chiese Conan.
Bêlit
allargò le mani sottili.«Nemmeno nelle leggende questa città è
menzionata. Ma osserva le tacche a maniglia, alle due estremità
dell'altare! I sacerdoti spesso nascondono i loro tesori sotto gli
altari. Voi quattro cercate di sollevarlo.»
Fece un passo indietro
per fare spazio agli uomini, e diede un'occhiata alla torre che
incombeva sghemba su di loro. Tre fra i negri più robusti avevano
afferrato le tacche intagliate nella roccia, curiosamente inadatte a
mani umane, quando Bêlit balzò indietro con un grido acuto. Gli uomini
si immobilizzarono, e Conan, che si era curvato per aiutarli, roteò su
se stesso con un'imprecazione stupita.
«Un serpente, nell'erba», disse Bêlit, indietreggiando. «Uccidetelo, e datevi da fare con il blocco di pietra.»
Conan
si avvicinò rapidamente a lei mentre un altro prendeva il suo posto.
Scrutò impaziente l'erba, cercando il rettile, mentre i negri
giganteschi allargavano le gambe e grugnivano, facendo forza con i
muscoli enormi tesi per lo sforzo sotto la pelle d'ebano. L'altare non
si alzò dal terreno, ma all'improvviso rotolò su un fianco. E nello
stesso tempo ci fu un rombo in alto, e la torre crollò con uno schianto,
ricoprendo di pietre rotolanti i quattro negri.
Un grido di
orrore si alzò dagli astanti. Le sottili dita di Bêlit si conficcarono
nel braccio muscoloso di Conan. «Non c'era nessun serpente», sussurrò.
«Era solo un'astuzia per farti venire via da lì. Avevo paura: gli
antichi custodivano bene i loro tesori. Togliamo le pietre.»
Con
grande fatica eseguirono il compito ed estrassero i corpi maciullati
delle quattro vittime. E sotto di esse, macchiata del loro sangue,
i pirati trovarono una cripta intagliata nella roccia viva. L'altare,
incernierato stranamente con pioli di pietra e alloggiamenti, ne era
stato il coperchio. E alla prima occhiata la cripta parve brillare di
fuoco liquido, afferrando la luce del mattino in una miriade di
sfaccettature rilucenti. Una ricchezza superiore ad ogni sogno giaceva
davanti agli occhi dei pirati sbigottiti: diamanti, rubini, granati,
zaffiri, turchesi, seleniti, opali, smeraldi, ametiste, gemme
sconosciute che brillavano come occhi di donne malvagie. La cripta era
piena fino all'orlo di gemme luccicanti che il sole del mattino
trasformava in fuoco vivo.
Con un'esclamazione, Bêlit cadde in
ginocchio fra i calcinacci macchiati di sangue, ai bordi della cripta, e
tuffò le braccia eburnee, fino alle spalle, in quel lago di splendore.
Le ritrasse stringendo qualcosa che che le strappò un altro grido: una
lunga collana di pietre scarlatte che parevano grumi di sangue rappreso,
fissati su uno spesso filo d'oro. Nel loro riflesso, la luce dorata del
sole si trasformò in una nebbia sanguigna.
Gli occhi di Bêlit
erano quelli di una donna ipnotizzata. L'anima shemita prova una gioiosa
ubriachezza nelle ricchezze e nello splendore materiale, e la vista di
quel tesoro avrebbe scosso l'anima anche ad un imperatore dello Shushan.
«Raccogliete le gemme, cani!», gridò con voce resa acuta dall'emozione.
«Guardate!» Un muscolo braccio nero si puntò verso la Tigre
e Bêlit si girò di scatto, snudando i denti, come se si aspettasse di
vedere un corsaro rivale precipitarsi a privarla del bottino. Ma dai
boccaporti della nave emerse solo una sagoma scura, che si innalzò nella
giungla.
«La scimmia demoniaca ha ispezionato la nave», mormorarono i negri a disagio.
«Che
importa?», esclamò Bêlit con un'imprecazione, rimettendo a posto un
ricciolo ribelle con un gesto impaziente. «Fate una portantina con lance
e mantelli per trasportare le gemme...dove diavolo vai?»
«A dare
un'occhiata alla galea», brontolò Conan. «Quella specie di pipistrello
potrebbe aver aperto uno squarcio nel fondo, per quanto ne sappiamo.»
Percorse
velocemente il molo in rovina e balzò a bordo. Un rapido esame sotto la
tolda e lanciò una violenta imprecazione, con un'occhiata rannuvolata
nella direzione in cui era svanito l'essere a forma di pipistrello.
Tornò in fretta da Bêlit che sovrintendeva al saccheggio della cripta.
La donna si era messa al collo la collana, e sul suo petto nudo i grumi
rossastri scintillavano sinistramente. Un gigantesco negro era immerso
fino alla cintola nella cripta traboccante di gemme e raccoglieva grandi
manate di pietre preziose da passare ad altre mani ansiose, in attesa
più in alto. Fili di iridescenza gli pendevano dalle dita brune; goce di
fuoco rosso cadevano dalle sue mani e si ammucchiavano con lo splendore
argenteo e i colori dell'arcobaleno. Era come se un titano negro stesse
a gambe spalancate nei lucenti abissi dell'inferno, con le mani alzate
piene di stelle.
«Il Demone volante ha squarciato i barili
d'acqua», disse Conan. «Se no fossimo stati tanto abbagliati da queste
pietre, avremmo sentito il fracasso. Siamo stati pazzi a non lasciare un
uomo di guardia. Non possiamo bere l'acqua di questo fiume. Prenderò
venti uomini e andrò a cercare acqua fresca nella giungla.»
Bêlit
lo fissò disattente, e nei suoi occhi c'era lo sguardo vuoto della sua
strana passione, mentre le sue dita giocherellavano con le gemme che le
poggiavano sul seno.
«Benissimo», disse in tono assente, quasi senza badargli. «Io porterò il bottino a bordo.»
La
giungla si richiuse rapida su di loro, cambiando la luce da dorata a
grigia. Dai rami verdi arcuati, i rampicanti pendevano come pitoni. I
guerrieri si disposero in fila indiana strisciando attraverso il
crepuscolo primordiale come fantasmi neri dietro uno spettro bianco.
Il
sottobosco non era così denso come Conan si era aspettato. Il suolo era
spugnoso, ma non melmoso. Lontano dal fiume, saliva gradualmente. Si
tuffarono sempre di più nelle verdi profondità ondeggianti, e non c'era
ancora segno d'acqua, né corrente né stagnante. Conan si fermò
all'improvviso e i suoi guerrieri si immobilizzarono come statue di
basalto. Nel silenzio teso che seguì, il cimmero scosse il capo
irritato.
«Andate avanti», disse al suo sottocapo N'Gora. «Andate
dritto finché non mi vedrete più, poi fermatevi ed aspettatemi. Credo
che siamo inseguiti. Ho sentito qualcosa.»
I negri mossero i piedi
a disagio, ma fecero come era stato loro ordinato. Mentre continuavano
la marcia, Conan si nascose rapido dietro un grande albero, sorvegliando
il sentiero che avevano percorso. Non successe nulla; il debole suono
dei guerrieri in marcia svanì in lontananza. Conan si accorse
all'improvviso che l'aria era impregnata di un profumo esotico e alieno.
Qualcosa gli sfiorò gentilmente la tempia. Si girò di scatto. Da un
cespuglio di arbusti dalle foglie di forma curiosa, grandi fiori neri
annuivano verso di lui. Uno di essi l'aveva toccato. Sembravano
invitarlo, inarcare i loro steli pieghevoli nella sua direzione. Si
muovevano e stormivano, anche se non soffiava un alito di vento.
Indietreggiò,
riconoscendo il Loto Nero, il cui succo era morte e il cui profumo
provocava una sonnolenza infestata da sogni. Ma già sentiva una sottile
letargia impadronirsi di lui. Cercò di sollevare la spada per troncare
quegli steli serpentini, ma il braccio gli pendeva inerte al fianco.
Aprì la bocca per chiamare i guerrieri, ma ne uscì solo un debole
mormorio. E subito dopo, con paurosa sveltezza, la giungla ondeggiò e si
sfocò davanti ai suoi occhi; non udì le grida che scoppiarono
terrificanti, poco lontano, mentre i ginocchi gli mancavano e cadeva al
suolo. Suol suo corpo inerte i grandi fiori neri annuivano nell'aria
immota.



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domenica 24 maggio 2020
La Regina della Costa Nera - 1

1
Credimi: i veri germogli si risvegliano in primavera,
L'autunno colora le foglie di fosco fuoco;
Credimi: io mantengo il mio cuore inviolato
Per riversare su un sol uomo il mio caldo desiderio.
Il canto di Bêlit
Gli
zoccoli tambureggiarono sulla strada che scendeva ai moli. La gente che
si disperse gridando ebbe
soltanto la fuggevole visione di una figura rivestita di maglia d'acciaio su uno stallone nero, con un ampio mantello scarlatto che ondeggiava al vento. Da dietro di lui giunsero le grida e l'acciottolio dell'inseguimento, ma il cavaliere non si guardò alle spalle. Sbucò sui moli e spinse il cavallo ad arrestarsi con un'impennata al limitare di una banchina. I marinai lo guardarono a bocca aperta mentre alzavano i lunghi remi e scioglievano la vela di una galea dalla prua alta e dalla tolda ampia. A prora c'era il capitano, un uomo robusto con la barba nera, occupato a scostare con un arpione la nave dai pali d'ormeggio.
soltanto la fuggevole visione di una figura rivestita di maglia d'acciaio su uno stallone nero, con un ampio mantello scarlatto che ondeggiava al vento. Da dietro di lui giunsero le grida e l'acciottolio dell'inseguimento, ma il cavaliere non si guardò alle spalle. Sbucò sui moli e spinse il cavallo ad arrestarsi con un'impennata al limitare di una banchina. I marinai lo guardarono a bocca aperta mentre alzavano i lunghi remi e scioglievano la vela di una galea dalla prua alta e dalla tolda ampia. A prora c'era il capitano, un uomo robusto con la barba nera, occupato a scostare con un arpione la nave dai pali d'ormeggio.
«Chi ti ha invitato a bordo?», urlò con
rabbia quando il cavaliere volteggio di sella e con un lungo balzo
atterrò dritto nel bel mezzo del ponte.
«Falla partire!», ruggì l'intruso, con un gesto feroce che fece schizzare gocce scarlatte dalla grande spada che reggeva.
«Ma siamo diretti alle coste del Kush!», obiettò il capitano.
«Allora anch'io sono diretto nel Kush! Spingila via, sbrigati!»
L'altro
lanciò una rapida occhiata alla strada, dove una piccola schiera di
cavalieri correva al galoppo; molto più indietro si affannava a piedi un
gruppo di arcieri con la balestra a spalla.
«Hai di che pagarti il viaggio?», chiese il capitano.
«Pago
col ferro!», ruggi l'uomo in armatura, brandendo la grande spada che
mandava riflessi azzurrini alla luce del sole. «Per Crom, uomo, se non
salpi inzupperò questa galea con il sangue del suo equipaggio!»
Il
capitano era un buon giudice di uomini. Diede un'occhiata al volto
scuro e pieno di cicatrici del guerriero, indurito dalla collera, e urlò
un rapido ordine, spingendo con forza contro i pali d'ormeggio. La
galea ondeggio nell'acqua chiara e i remi iniziarono a schioccare
ritmicamente; poi un soffio di vento gonfiò la vela scintillante. La
nave leggera sbandò di colpo di vento, poi prese la rotta come un cigno,
acquistano velocità man mano che scivolava sull'acqua.
Sul molo i
cavalieri agitarono le spade gridando minacce, ordinarono di far virare
di bordo la nave, e urlarono agli arcieri di affrettarsi prima che
l'imbarcazione fosse fuori portata delle balestre.
«Lasciali delirare», sogghigno il guerriero con durezza. «Mantienila sulla rotta, mastro timoniere.»
Il
capitano scese dal piccolo ponte fra i casseri, passò tra le file dei
rematori e salì sul ponte. Lo straniero era lì, con la schiena poggiata
all'albero maestro, con gli occhi socchiusi e guardinghi, la spada
pronta.
Il marinaio lo guardò con fermezza, attento a non fare la
minima mossa verso il lungo coltellaccio che portava alla cintura.
Osservò la figura alta, possente, rivestita di un usbergo nero a
piastre, lustri gambali, un elmo d'acciaio dai riflessi azzurrini dal
quale sporgevano due levigate corna di toro. Dalle spalle protette dalla
cotta scendeva il mantello scarlatto, ondeggiante alla brezza marina.
Un largo cinturone zigrinato con una fibbia dorata reggeva il fodero
dello spadone. Sotto l'eletto ornato di corna, una chioma nera tagliata
corta contrastava con lo splendore degli occhi azzurri.
«Se
dobbiamo viaggiare insieme», disse il capitano, «sarà meglio essere in
pace l'uno con l'altro. Il mio nome è Tito, mastro marinaio patentato
dei porti dell'Argos. Sono diretto nel Kush, per barattare con i re
negri collane, sete, zucchero e spade dall'elsa di ottone in cambio di
avorio, cupra, minerale di rame, schiavi e perle.»
Il guerriero
lanciò un'occhiata alle spalle, verso i moli che si allontanavano
celermente, dove le figure gesticolavano ancora, impotenti,evidentemente
in difficoltà a trovare una barca abbastanza veloce da raggiungere la
galea che si allontanava rapida.
«Io sono Conan, un cimmero»,
rispose. «Sono venuto dall'Argos a cercare lavoro, ma non essendoci
guerre in atto, non ho trovato nessuna occupazione a cui potessi
dedicarmi.»
«Perchè le guardie ti inseguivano?», chiese Tito. «Non che la cosa mi riguardi, ma forse potrei...»
«Non
ho nulla da nascondere», rispose il cimmero. «Per Crom, anche se ho
passato un bel po' di tempo tra voi popoli civili, le vostre usanze sono
ancora al di là della mia comprensione.
La scorsa notte, in una
taverna, un capitano delle Guardie Reali usò violenza alla ragazza di un
giovane soldato, che naturalmente lo passo da parte a parte con la
spada. Ma pare che ci sia qualche maledetta legge contro l'uccisione
delle Guardie Reali, e il ragazzo e la ragazza fuggirono. Si sparse la
voce che io ero stato visto con loro, e così stamattina sono stato
trascinato a forza in tribunale, e un giudice mi ha chiesto dove si era
nascosto il ragazzo. Ho replicato che era mio amico e non potevo quindi
tradirlo. Questo non è piaciuto alla Corte, e il giudice ha sprecato un
gran mucchio di parole su quello che è il mio dovere verso lo Stato, la
società ed altre cose che non comprendo, e mi ha nuovamente chiesto di
dire dove era fuggito il mio amico. A questo punto ho cominciato a
spazientirmi anch'io, perché avevo già spiegato la situazione.
Ma
soffocai l'ira e usai tutta la mia calma, e il giudice urlò che per il
mio disprezzo alla Corte mi avrebbe fatto marcire nella più profonda
delle segrete finché non avessi tradito il mio amico. A questo punto,
vedendo che erano tutti fuori di senno, ho sguainato la spada e ho
spaccato in due il cranio del giudice; poi mi sono aperto la strada con
la forza, ho trovato lo stallone di un alto ufficiale legato poco
lontano, gli sono saltato in groppa e sono corso al porto, dove speravo
di trovare una nave diretta verso terre straniere.»
«Ti capisco
benissimo!», disse Tito, aspro. «I tribunali mi hanno derubato troppo
spesso, in combutta con i ricchi mercanti, perché abbia simpatia nei
loro riguardi. Dorò rispondere a delle domande, se mai attraccherò
ancora a questo porto, ma posso sempre provare di aver agio sotto
minaccia. Tu comunque puoi anche mette via la spada. Siamo marinai
pacifici e non abbiamo nulla contro di te. E poi fa sempre comodo avere a
bordo un uomo d'arme come te. Saliamo sul ponte di poppa e vuotiamo un
bel boccale di birra.»
«Benissimo», rispose prontamente il cimmero, rinfoderando la spada.
![]() |
| Mappa dell'Era Hyboriana |
L'Argus
era una nave piccola e robusta, una di quelle tipiche imbarcazioni da
commercio che fanno servizio nei porti della Zingara, dell'Argos e le
coste meridionali, tenendosi vicino alla costa e di rado avventurandosi
lontano nel mare aperto. Era alta di poppa, e la prua si alzava con
un'elegante curvatura; la carena era larga e si arrotondava
armoniosamente verso i dritti di prua e di poppa. Era guidata con il
lungo remo poppiero, e la spinta era fornita soprattutto da un'ampia
vela di seta a strisce, coadiuvata da una vela triangolare. I remi erano
usati per virare nelle cale e nelle baie, e durante i periodi di
bonaccia. Ce n'erano dieci per fianco, cinque a prora e cinque a poppa
del piccolo ponte di comando. Sotto questo ponte e sotto quello prodiero
era stivata la parte più preziosa del carico. Gli uomini dormivano sul
ponte o tra le panche dei rematori, proteggendosi durante il maltempo
sotto teli da tenda. L'equipaggio era formato da venti uomini ai remi
più tre al timone e il capitano.
Così l'Argus si spinse
verso meridione, con il tempo sempre al bello. Il sole picchiava di
giorno in giorno sempre più forte, e furono stese le tende: teloni di
seta a strisce che si intonavano con la vela scintillante e con il
luccichio degli intarsi dorati sulla prora e lungo le murate.
Avvistarono
la costa dello Shem: lunghe pianure ondulate coronate in lontananza
dalle bianche torri della città, cavalieri con la barba nera dai
riflessi azzurri e il naso a becco che costeggiavano la spiaggia sui
loro destrieri osservando la galea con sospetto. Non fecero scalo: a
commerciare con i fieri e sospettosi figli dello Shem c'era ben poco da
guadagnare.
E capitan Tito non entrò neppure nella vasta baia il
cui il fiume Styx rovescia i suoi flutti smisurati nell'oceano e i
massicci castelli tenebrosi di Khemi torreggiano sopra le acque azzurre.
Le navi che no non siano invitate non si fermano in quel porto. dove
sinistri stregoni intessono spaventosi incantesimi tra il fumo denso dei
sacrifici che si innalza in continuazione dagli altari macchiati di
sangue sui quali fanciulle nude urlano e dove Set, l'Antico Serpente, si
dice contorcesse le spire lucenti tra le schiere dei suoi adoratori.
Capitan Tito si tenne ben lontano da quella incantevole baia
cristallina, anche quando una bassa imbarcazione con la prua a forma di
serpente spuntò da dietro un promontorio su cui sorgeva un castello, e
donne nude dalla pelle bruna, con grossi fiori rossi nei capelli,
lanciarono richiami ai marinai atteggiandosi in pose provocanti.
Adesso
le torri scintillanti non si ergevano più dall'entroterra. Avevano
oltrepassato le coste meridionali della Stygia e navigavano lungo le
coste del Kush. Il mare e le sue strade erano misteri mai risolti per
Conan, la cui terra natia si trovava tra le alte montagne degli
altipiani settentrionali. E lui stesso non era privo di interesse per i
robusti marinai, che per la maggior parte non avevano mai visto nessuno
della sua razza.
Erano tipici marinai argosiani, dalla corporatura
bassa e tarchiata. Conan torreggiava in mezzo a loro, e neppure due di
essi messi insieme potevano eguagliare la sua forza. Essi erano
resistenti e robusti, ma quella di Conan era la resistenza e la vitalità
di un lupo; i suoi muscoli erano irrobustiti, i suoi nervi affinati
dalla durezza della vita nelle terre più ostili del mondo. Il cimmero
era rapido alla risata ma altrettanto rapido e terribile nella collera.
Era un buon mangiatore e le bevande forti erano la sua passione e la sua
debolezza. Sotto molti aspetti era ingenuo come un bambino, poco
avvezzo alle malizie della civiltà, ma intelligente per natura, geloso
dei suoi diritti e pericoloso come una tigre affamata. Giovanissimo, la
vita militare e i vagabondaggi lo avevano irrobustito, e il suo
abbigliamento tradiva i lunghi viaggi in terre diverse. L'elmo ornato di
corna era simile a quello usato dai biondi Aesir del Nordhein;
l'usbergo r i gambali erano della più delicata fattura kothiana; la fine
maglia ad anelli che gli proteggeva le braccia e le gambe era della
Nemedia; la lama appesa alla cintura era uno spadone dell'Aquilonia; e
lo sgargiante mantello scarlatto non poteva che essere stato tessuto
nell'Ophir.
Continuarono a procedere verso meridione e capitan
Tito cominciò a cercare i villaggi negri dalle alte palizzate. Ma sulla
spiaggia di una baia, cosparsa di neri corpi nudi, trovarono soltanto
rovine fumanti. Tito imprecò.
«Avevo fatto buoni affari, qui, a suo tempo. Questa è opera dei pirati.»
«E se li incontriamo?», Conan slaccio il fermo della grande spada.
«La
mia non è una nave da guerra. Noi fuggiamo, non combattiamo. Se però
arriviamo allo scontro, abbiamo già sconfitto i predoni altre volte, e
potremo farlo di muovo; a meno che si tratti della Tigre di Bêlit.»
«Chi è Bêlit?»
«La
furia più selvaggia che abbia mai scampato la forca. Se ho ben
interpretato i segni, sono stati proprio i suoi macellai a distruggere
quel villaggio sulla baia. Possa riuscire a vederla penzolare un giorno
da un pennone! E' chiamata la Regina della Costa Nera. E' una donna
shemita, che guida scorridori negri. Saccheggiano le navi e hanno
mandato all'altro mondo un mucchio di buoni commercianti.»
Da sotto il ponte di poppa Tito tirò fuori corsaletti di cuoio, elmetti, archi e frecce.
«Serviranno a ben poco, se saremo inseguiti», brontolò. «Ma addolora l'anima perdere la vita senza combattere.»
Era
appena l'alba quando la vedetta diede l'allarme. Una lunga sagoma
funesta scivolava verso tribordo attorno al lungo promontorio di
un'isola: una galea snella e affilata, con un ponte sopraelevato che
correva dal dritto di prua a poppa. Quaranta remi da ciascun lato la
spingevano velocemente sull'acqua, e le murate basse formicolavano di
negri nudi che cantavano e battevano le lance sugli scudi ovali. In cima
all'albero maestro sventolava un lungo pennone cremisi.
«Bêlit!»,
gridò Tito, impallidendo. «Presto! Virate di bordo! Dritti nella foce
di quel torrente! Se tocchiamo terra prima che ci raggiungano, abbiamo
una speranza di salvarci la vita!»
Così, cambiando rotta di colpo, l'Argus
si lanciò rapida verso la linea della risacca che si avventava contro
la spiaggia frangiata di palme, mentre Tito camminava su e giù incitando
i rematori ansanti a centuplicare i loro sforzi. La barba nera del
capitano era irta e gli occhi mandavano lampi.
«Dammi un arco»,
disse Conan. «Non la considero proprio l'arma più adatta a un vero uomo,
ma ho imparato a usarla tra gli Hyrkaniani, e sarei stupito se non
riuscissi a colpire uno o due dei negri su quel ponte laggiù.»
Ritto
a poppa, osservò la nave affilata che avanzava sfiorando appena la
superficie dell'acqua, e benché non fosse un marinaio, capì subito che
l'Argus non avrebbe mai vinto la corsa. Già le frecce, scoccate
dal ponte dei pirati, cadevano in mare sibilando a non più di venti
passi dalla poppa.
«Sarà meglio stare attenti», brontolò il
cimmero, «altrimenti moriremo tutti con una freccia nella schiena, senza
restituire nemmeno un colpo.»
«Piegate la schiena, cani!», ruggì
Tito, agitando il pugno. I rematori barbuti grugnirono, muovendo i remi,
con i muscoli che guizzavano e risaltavano e il sudore che cominciava a
scorrere sulla pelle. Il fasciame della piccola ma robusta galea
scricchiolava e gemeva mentre gli uomini la lanciavano alla massima
velocità. Il vento era caduto; la vela pendeva afflosciata. Gli
scorridori si avvicinavano inesorabili, sempre di più; i fuggiaschi
erano ancora un miglio buono dalla costa quando uno dei timonieri si
accasciò rantolando sul remo con una lunga freccia che gli trapassava il
collo. Tito balzò a prenderne il posto; e Conan, piantandosi a gambe
divaricate sul ponte di poppa, sollevò l'arco. Adesso poteva vedere
chiaramente i particolari della nave pirata. I rematori erano protetti
da una fila di schermi alzati lungo i fianchi, ma i guerrieri che
danzavano sullo stretto ponte erano in piena vista. Erano dipinti e
ornati di piume, in maggior parte nudi, e brandivano lunghe lance e
scudi maculati.
Sull'alta piattaforma di prua c'era una figura
slanciata, dalla pelle bianca che scintillava in un abbagliante
contrasto con le lucide pelli color ebano. Bêlit, senza dubbio. Conan
tese la freccia all'altezza dell'orecchio...ma qualche capriccio o
qualche scrupolo gli deviò la mano e mandò il dardo a conficcarsi nel
corpo di un lanciere alto e piumato a fianco della regina.
A poco a poco la galea pirata si avvicinava all'altra imbarcazione. Una pioggia di dardi si abbatté sull'Argus,
e gli uomini lanciarono grida di dolore. Tutti e tre i timonieri
giacevano sul ponte trafitti da frecce, e Tito reggeva da solo il lungo
remo direzionale, ansimando sanguinose maledizioni, con le gambe
divaricate che erano nodi di muscoli in tensione. Poi con un singulto
cadde sulla tolda, con il cuore trafitto da un lungo dardo vibrante. L'Argus
perse velocità e sbandò fra la schiuma. Il caos scoppio tra gli uomini,
e Conan prese il comando alla sua caratteristica maniera.
«Forza
uomini!», ruggì, lasciando andare con uno schiocco maligno la corda
dell'arco. «Afferrate le armi e restituite a quei cani un paio di colpi,
prima che ci taglino la gola! E' inutile piegare ancora la schiena: ci
abborderanno prima ancora di percorrere cinquanta passi!»
In preda
alla disperazione, i marinai abbandonarono i remi e afferrarono le
armi: una mossa intrepida ma inutile. Ebbero ancora il tempo di
scagliare una volata di frecce prima che i pirati fossero loro addosso.
Priva di timoniere, l'Argus deviò di fianco, e l'appuntita prua
d'acciaio della nave pirata le speronò la fiancata. I grappini si
agganciarono alle murate. Dall'alto i pirati negri scagliarono un nugolo
di frecce che lacerò i corsetti imbottiti dei marinai ormai condannati,
poi saltarono giù con le lance in pugno per completare il massacro. Sul
ponte della nave pirata giaceva una mezza dozzina di cadaveri: la prova
dell'abilità di Conan nel tiro con l'arco.
Il combattimento sull'Argus
fu breve e sanguinoso. I tozzi marinai, impari avversari per gli alti
barbari furono uccisi fino all'ultimo uomo. Ma da un'altra parte la
battaglia aveva preso una piega diversa. Conan, sull'alta poppa
slanciata, si trovava allo stesso livello del ponte pirata. Quando la
prua d'acciaio aveva squarciato in due l'Argus, il cimmero
aveva piantato i piedi sul ponte per resistere all'urto, e aveva
abbandonato l'arco. Un alto corsaro, superando con un salto la murata,
incontrò a mezz'aria lo spadone del cimmero, e ne fu tagliato in due
all'altezza della cintola. cosicché il torace cadde da una parte le
gambe dall'altra. Poi, con un'esplosione di furia che lasciò un cumulo
id cadaveri maciullati lungo i parapetti della nave, Conan salì sulla
murata e balzò sul ponte della Tigre.
In un istante fu al
centro di un urano di lance e mazze che cercavano di colpirlo. Ma lui
si muoveva in un accecante turbinio d'acciaio. Le lance gli ammaccavano
l'armatura o scivolavano di lato, mentre la sua spada intonava un canto
di morte. In lui si era risvegliata la pazzia guerriera della sua
stirpe, e mentre una nebbia rossastra di furia irragionevole gli velava
la vista, spacco crani, schiantò toraci, tranciò arti, strappo via
viscere, tappezzò il ponte di una sinistra messe di cervello e sangue.
Invulnerabile
nella sua armatura, la schiena contro l'albero maestro, ammucchiava ai
suoi piedi cadaveri straziati, finché i nemici si ritirarono ansimando
di rabbia e di timore. Poi, mentre i negri sollevavano le lance per
scagliarle, e Conan si preparava a balzare e morire in mezzo a loro, un
grido acuto bloccò le braccia alzate. Tutti rimasero fermi come statue, i
negri giganteschi nella posizione per il lancio, e il guerriero in
maglia d'acciaio con in pugno la spada che grondava sangue.
Bêlit
balzò davanti ai negri, facendo abbassare le lance. Si voltò verso
Conan, gonfiando il petto, gli occhi lampeggianti. Dita ardenti di
meraviglia si impadronirono del cuore del cimmero. La donna era snella
ma ben tornita come una Dea: agile e formosa nello stesso tempo.
Indossava solamente un'ampia fascia di seta. Le membra bianche come
l'avorio e i globi eburnei dei seni procurarono un'accelerazione di
feroce passione nelle pulsazioni del cimmero, persino nella tensione
furibonda della battaglia. Gli splendidi capelli neri, scuri come una
motte stygiana, le cadevano in ciocche ondulate e lucenti lungo la
schiena. I suoi occhi scuri bruciarono il cimmero.
Era indomita
come il vento del deserto, agile e pericolosa come una pantera. Gli
venne vicino, incurante della spada gocciolante del sangue dei suoi
guerrieri. Lo sfiorò con la gamba agile, tanto gli venne vicino. Le sue
labbra rosse si schiusero mentre fissava l'uomo dritto negli occhi
foschi e minacciosi.
«Chi sei?», domandò la donna. «Per Ishtar,
non ho mai visto uno come te, sebbene abbia battuto il mare dalle coste
della Zingara fino ai più lontani fuochi del meridione. Da dove vieni?»
«Dall'Argos»,
rispose Conan brusco, attento ai tradimenti. Se la sua mano sottile si
fosse avvicinata all'impugnatura tempestata di gemme del pugnale che
portava alla cintura, gli sarebbe bastato un colpetto a mano aperta per
farla stramazzare sul ponte priva di sensi. Tuttavia non sentiva in cuor
suo alcun pericolo; aveva stretto troppe donne, civili e barbare, fra
le braccia dai muscoli d'acciaio, per non riconoscere la luce che ardeva
negli occhi di lei.
«Non sei uno di quei rammolliti Hyboriani!»,
esclamò la donna. «Sei feroce e spietato come un lupo grigio. I tuoi
occhi non sono mai stati abbagliati dalle luci della città; i tuoi
muscoli non sono mai stati indeboliti dalla vita tra pareti di marmo.»
«Sono Conan, un cimmero», rispose lui.
Per
i popoli delle regioni tropicali, il settentrione era un territorio
semimitico, popolato da feroci giganti degli occhi azzurri che di tanto
in tanto scendevano dalle loro fortezze di ghiaccio con torce e spade.
Le loro scorrerie non gli avevano mai portato tanto a meridione de
arrivare fino allo Shem, e quella ragazza shemita non faceva alcuna
distinzione tra Aesir, Vanir o Cimmeri. Con l'istinto infallibile delle
donne, sapeva di aver trovato il suo uomo, e che fosse di un'altra razza
non aveva importanza, se non per il fatto che gli dava un tocco di
fascino di terre lontane.
«E io sono Bêlit», esclamò la donna, con lo stesso tono di una che dicesse: «Io sono la regina!»
«Guardami,
Conan!» Spalancò le braccia. «Io sono Bêlit, Regina della Costa Nera.
Tu sei freddo come le montagne innevate che ti hanno generato, tigre del
settentrione! Stringimi e distruggimi con la violenza del tuo amore!
Vieni con me fino ai confini della terra e ai confini del mare! Io sono
regina grazie al fuoco, al ferro e al massacro... sii tu il mio re!»
Conan
passò in rassegna le schiere di uomini incrostati di sangue rappreso,
cercando espressioni di collera o di gelosia. Non ne trovò. La furia era
sparita da quei volti d'ebano. Capì che per quegli uomini Bêlit era più
di una donna: era un Dea da non discutere. Lanciò un'occhiata all'Argus
che dondolava nell'acqua arrossata, sbandando paurosamente, con i ponti
coperti di morti, trattenuta dai grappini di ferro. Lanciò un'occhiata
alla spiaggia frangiata d'azzurro, alle lontane nebbie verdi
dell'oceano, alla figura tesa e vibrante che gli stava davanti: e la sua
anima barbara si agitò nel petto. Visitare quegli scintillanti reami
azzurri con la giovane tigre dalla pelle bianca... per amare, ridere,
vagabondare, saccheggiare...
«Verrò con te», disse brusco, scuotendo gocce di sangue dalla spada.
«Tu,
N'Yaga!» La voce della donna schioccò come la corda di un arco. «Prendi
le erbe e medica le ferite del tuo padrone! Voialtri, portate a bordo
il bottino, e tagliamo i grappini.»
Conan si sedette con la
schiena contro la murata di poppa, mentre il vecchio Sciamano gli curava
le ferite alle mani e alle gambe, e il carico della sfortunata Argus veniva rapidamente trasferito sulla Tigre
e ammassato in piccole cabine sotto il ponte. I corpi dell'equipaggio e
dei pirati caduti furono buttati in mare agli squali, mentre i negri
feriti furono deposti sulla tolda per essere curati. Poi furono tagliati
i grappini di ferro; e mentre l'Argus affondava silenziosamente nelle acque macchiate di sangue, la Tigre si mosse silenziosa verso Meridione al ritmico tonfo dei remi.
Appena
furono al largo, sulle trasparenti profondità azzurrine, Bêlit salì a
poppa. I suoi occhi brillavano come quelli di una pantera nel buio,
mentre si toglieva di dosso gli ornamenti, i sandali e l'ampia fascia di
seta e li gettava ai piedi di Conan. Si alzò in punta di piedi tendendo
le braccia verso l'alto, linea tremula di candido nudo,e gridò all'orda
di disperati; «Lupi del mare azzurro, guardate la danza...la danza
nuziale di Bêlit, i cui padri erano i re di Asgalun!»

E
danzò, come il vortice di un turbine del deserto, come le lingue d'una
fiamma inestinguibile, come l'impulso della creazione e l'impulso della
morte.
I suoi piedi pallidi sfioravano il ponte macchiato di sangue, e
uomini morenti dimenticarono la morte mentre la guardavano impietriti.
Poi, quando le stelle bianche scintillarono contro l'azzurro velluto del
crepuscolo, rendendo il suo corpo roteante un palpito di fuoco eburneo,
con un grido selvaggio si gettò ai piedi di Conan, e il flusso cieco
del desiderio del cimmero spazzò via ogni altra cosa quando il suo corpo
si schiacciò ansimante contro le piastre nere del suo usbergo.
marito, padre, bancario, musicista, goliarda, blogger saltuario.
Vivi come se dovessi morire domani. Pensa come se non dovessi morire mai
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