sabato 27 marzo 2021

Non fu come lo raccontarono... (post in aggiornamento)

 


 


Ignazio Scardina, il giornalista incastrato da false accuse dei colleghi - Errori giudiziari: Trascinato dalle false accuse di colleghi nella vicenda Calciopoli che nel 2006 sconvolse il calcio italiano, il giornalista Rai Ignazio Scardina fu sempre assolto per non aver commesso il fatto. Ma l'amarezza che portò con sé da quella vicenda lo minò dentro fino a portarlo alla morte.



Salto nel dubbio

di Fabrizio Colarieti

«Un pensiero e una preghiera per colui che da un anno non è più con noi! Un sms perché non si dimentichi. Fatelo girare grazie».

È un sms a ricordare ai dipendenti della sede romana della Telecom di via di Torre Rossa che è trascorso un anno da quando il loro collega, Adamo Bove, è precipitato da un viadotto della tangenziale di Napoli.
Un sms inviato da un ignoto e firmato Sec Ti, Security Telecom Italia, che ha fatto il giro dei cellulari aziendali e che ha riportato la memoria a quel venerdì 21 luglio di un anno fa quando il corpo del manager della Security Governance fu rinvenuto in fondo a un cavalcavia al Vomero.
Un volo di una trentina di metri, poi lo schianto, il silenzio, che lasciano tanti, troppi dubbi sulla sua morte.
Quarantadue anni, laureato in Giurisprudenza alla Sapienza di Roma, commissario capo della polizia fino al 1998, con un passato alla Dia ricco di successi per la cattura di pericolosi latitanti del calibro di Francesco “Sandokan” Schiavone e Mario Fabbrocino.
Adamo Bove quel 21 luglio, dopo aver posteggiato a lato della rampa di via Cilea la Mini di sua moglie, Wanda Acampa, oncologa al policlinico di Napoli, si sarebbe gettato nel vuoto schiantandosi su una carreggiata della tangenziale.
Era solo, lo afferma un testimone, un motociclista che si trovava alla barriera della tangenziale e che ha assistito alla terribile sequenza.
Un uomo che si sporge e un attimo dopo precipita. L’esperto in sicurezza aziendale lascia l’auto accesa con le quattro frecce che lampeggiano, all’interno nessuna lettera d’addio, il suo cellulare registra una sola telefonata in entrata fatta da un collega circa dieci minuti prima dello schianto. 
Sembra la cronaca di una decisione presa a freddo, di un suicidio premeditato da chissà quanto tempo.
Non è così.
La storia non è questa.
Adamo Bove non aveva alcun motivo per togliersi la vita.
A non crederci è lo stesso magistrato chiamato a occuparsi del caso, il pm Giancarlo Novelli della procura di Napoli, che apre un fascicolo a carico di ignoti con l’ipotesi di istigazione al suicidio.
Non ci crede nessuno anche tra i familiari: la moglie, i genitori, il fratello gemello Guglielmo che in Telecom dirige l’ufficio legale.
Un anno dopo la loro rabbia si sfoga sulle pagine di Repubblica, in un annuncio a pagamento: «Sappiamo che prima di morire Adamo ha conosciuto suo malgrado la vergogna. La peggiore cui può essere condannato un essere umano. Quella che subisce chi non ha commesso peccato. Adamo ha conosciuto la vergogna per il vociare infamante che lo ha circondato».
Per raccontare la storia di quest’uomo è necessario fare un passo indietro e sottolineare alcune stranezze, almeno tre, che legano con un filo rosso gli ultimi mesi di vita del manager ad altrettante vicende che sono al centro dell’attenzione nazionale.

È certo, infatti, che Bove si sia occupato, collaborando attivamente con gli inquirenti, di scovare i cellulari utilizzati dagli agenti della Cia (26 quelli identificati) e dai colleghi italiani del Sismi per portare a termine il sequestro dell’imam egiziano Abu Omar, compiuto il 17 dicembre 2003 a Milano.
A dirlo sono gli stessi magistrati milanesi che indagano sul sequestro insieme alla Digos: Bove diede un contributo fondamentale indicando quali fossero i cellulari da intercettare in condizioni di estrema segretezza, trattandosi di utenze in uso ad agenti segreti.
Almeno quattro di queste utenze, si saprà poi, hanno certamente a che fare con il sequestro: tre sim risulteranno in uso al Sismi e una al gruppo Pirelli/Telecom, a Tiziano Casali, il capo della sicurezza personale dell’allora presidente, Marco Tronchetti Provera.
L’indagine, oltre a travolgere i vertici del servizio segreto militare con l’arresto del numero due, Marco Mancini, mina Telecom, i suoi vertici aziendali e la già assai discussa Security.
Bove si ritrova in trincea, turbato, stretto in una morsa: da un lato sta aiutando la magistratura a far luce su una vicenda complicata con pesanti implicazioni internazionali, dall’altro sa che non si può fidare di nessuno dentro la sua azienda, essendo evidenti i legami di alcuni suoi colleghi, il capo della sicurezza Giuliano Tavaroli per primo, con il Sismi.

Ma Bove ha fatto il suo dovere almeno in altre due occasioni: aiuta la polizia anche nelle indagini legate al cosiddetto Laziogate, l’inchiesta scattata dopo la scoperta di un caso di spionaggio ai danni dei candidati alla presidenza della Regione Lazio, Piero Marrazzo e Alessandra Mussolini, nel tentativo di favorire Francesco Storace.

Abu Omar, Laziogate, l’attività illecita di dossieraggio avviata dalla Security Telecom/Pirelli: il quadro è quasi completo.
Bove intuisce, per primo, che il marcio è proprio dentro Telecom, ma è troppo tardi.
Il Garante della privacy contesta alla compagnia l’esistenza di un sistema informatico fuori dagli standard, in grado di spiare i tabulati telefonici di utenze fisse e mobili senza lasciare traccia.
Il sistema si chiama Radar, è a Padova: è la “porta senza firewall” lasciata appositamente aperta e da cui è uscito di tutto.
Radar, secondo gli inquirenti, è l’applicativo, interrogabile dalla intranet fin dal 1999, di cui si sarebbe servito per anni anche il Sismi, grazie all’amicizia di Tavaroli con Mancini, per spiare migliaia di cittadini, imprenditori, politici, giornalisti e personaggi dello spettacolo.
La Telecom corre ai ripari: denuncia l’esistenza di un’immensa falla nei suoi sistemi e Bove contribuisce a segnalare ogni abuso, è il suo lavoro.
Tavaroli - che finirà in manette con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione di pubblici ufficiali per l’acquisizione di informazioni coperte dalla privacy - esce di scena.
Bove, verosimilmente, finisce nel mirino dell’Internal Auditing: il servizio ispettivo della compagnia telefonica getta ombre sulla sua figura, perché dal suo ufficio è possibile «operare con modalità anomale e non certificabili» sui sistemi informatici, su Radar.
L’Audit che incastra Bove porta la firma del super esperto in sicurezza informatica Fabio Ghioni (che finirà poi in manette per l’attacco ai computer dell’ex Ad di Rcs, Vittorio Colao, e del giornalista Mucchetti).
Siamo al paradosso, alla beffa: Bove passa da Telecom a Tim nel 2002, quando Radar è operativo già da tre anni e, quattro anni dopo, nel 2006, l’azienda gli sta contestando di aver coperto il suo illecito utilizzo.
È il 10 giugno 2006, Bove è assediato, nervoso, amareggiato, si sente tradito, scomodo.
Il Sole 24 ore anticipa i contenuti dell’inchiesta dell’Internal Auditing, fa il suo nome, il manager appare turbato ai suoi familiari.
Prova vergogna, ma senza aver commesso peccato. Si accorge di essere pedinato. A Roma, vicino la sua abitazione in via Federico Cesi, mentre sta rientrando con la moglie nota un furgone bianco. Si ricorda che è lì da giorni, è aperto, fruga all’interno e scopre che è intestato a un autonoleggio. Stranezze. Anche a Napoli, racconta a suo padre, qualcuno lo segue con modalità anomale, quasi volesse farsi notare.
Il 15 luglio, sei giorni prima della sua morte, Bove blocca in strada un misterioso personaggio che risponde con un what? alla domanda “Chi sei? Che vuoi?”. Ma c’è una certezza: Bove, contrariamente a quanto verrà diffuso, non è indagato da alcuna procura.
Quel 21 luglio si congeda dalla moglie con un sereno «ci vediamo dopo», sono le 11.30 e la coppia è a Parco Margherita, dove ha acquistato casa e dove vuole trasferirsi. Bove, stranamente, per raggiungere la vecchia abitazione, in via Luigia Sanfelice al Vomero, cioè a circa cinque chilometri da Parco Margherita, sceglie il percorso più lungo: prende la tangenziale a Fuorigrotta e attraversa Napoli, poi esce a via Cilea. Qualcuno lo pedina? Alle 12.40, il cacciatore di latitanti, l’uomo che fino al quel momento sa di aver fatto fino in fondo il suo dovere, è giunto all’appuntamento con la morte.
Per mania di persecuzione o per mano assassina?
Guglielmo Bove, il fratello di Adamo. «Non ci arrendiamo, vogliamo la verità e continueremo a seguire le indagini con la massima fiducia». Parla a left a nome di tutta la famiglia, Guglielmo. «Non abbiamo una spiegazione, Adamo aveva un terrore pazzesco del vuoto, soffriva di vertigini, una condizione incompatibile con la ricostruzione della sua morte.
Era assediato da vivo e lo è ancora adesso, basta digitare il suo nome su Google per rendersi conto che tutti i personaggi coinvolti nello scandalo intercettazioni continuano ad accusare esclusivamente lui.
Adottano tutti la stessa linea difensiva: nessuno accusa nessuno, né verso l’alto né verso il basso, perché il capro espiatorio è stato già individuato.
Abbiamo massima fiducia nei magistrati che stanno indagando sulla morte di Adamo, a Napoli e a Milano, siamo consapevoli che è assai difficile provare l’istigazione al suicidio, tuttavia molto lavoro è stato fatto e ce n’è ancora altrettanto da fare».

Cristina Sivieri Tagliabue, giornalista, ex collega di Adamo Bove, per cinque anni responsabile editoriale Telecom. Il giorno della sua morte gli ha scritto una poesia sul blog criativity.com. Adamo l’aveva conosciuto in Tim: «Ci siamo divertiti – racconta la giornalista a left- sì, la parola giusta è divertiti. Era ironico. Una persona squisita, piacevole al contrario di altri dirigenti Tim. Con lui si parlava bene, al di fuori dei ruoli». Cristina lascia la Telecom nel 2005 ma continua a sentirsi con Bove: «Fino a quando sono iniziati a uscire i primi articoli sulla questione delle intercettazioni, da quel momento era diventato impossibile parlarci, avevamo entrambi paura di essere intercettati. Lo sentivo turbato, cambiato, temeva di dirmi cose troppo riservate. Sono tornata in Telecom il mese scorso, ho chiesto agli ex colleghi cosa pensassero di tutta questa vicenda. C’è molto scetticismo sull’ipotesi del suicidio, l’aria che si respira è pesante, uno strano silenzio».

domenica 14 marzo 2021

Diario di un lettore squattrinato - La Biblioteca Civica Gambalunga - Rimini

Normalmente, Rimini viene associata all'estate, al mare, alle discoteche e al turismo di massa.
Probabilmente, dopo questo post sarà un po' meno così.
Nel 1617, Alessandro Gambalunga, figlio di un commerciante di ferro che si era arricchito grazie alle doti delle quattro mogli e che grazie a questo patrimonio aveva comprato anche un titolo nobiliare, donò con un testamento la propria dimora e la propria collezione di libri alla città di Rimini.
Nel 1619, alla sua morte, tale nobile scelta permise l'apertura di una delle primissime biblioteche civiche pubbliche d’Europa.
Alessandro amava le lettere e si faceva mandare da Venezia, pregiati libri a stampa che costituiranno, pian piano, il nucleo centrale della sua collezione.
Nelle tre sale allestite nel '600, sono conservati anche libri proibiti (protetti da scaffali con grate metalliche) e una porta segreta (guardate tutte le splendide foto).
Inoltre, l'illuminato Gambalunga fece nascere e allestire un laboratorio all'interno del suo palazzo, grazie al quale molti dei volumi vennero rilegati in loco ed effigiati con lo stemma araldico di famiglia.
La passione e gli sforzi di quest'uomo consentono, da 4 secoli, il libero accesso ad una sterminata e preziosissima collezione.
Quest'anno (2019), la
Biblioteca civica Gambalunga - Rimini
compie 400 anni.
L'estate prossima, sarebbe il caso di andarle a fare gli auguri di persona, non trovate?
Magari dopo una giornata passata in spiaggia.




 


martedì 9 marzo 2021

The Great Gig in the Sky


Quando il grande David Gilmour la vede entrare negli Abbey Road Studios a Londra, dove con il suo gruppo, i Pink Floyd, sta registrando il nuovo album, The dark dide of the moon, Clare Torry non gli sembra una cantante.
Il loro tecnico del suono, Alan Parsons, l’aveva voluta convocare a tutti i costi, mentre Gilmour aveva pensato di collaborare con una vocalist del calibro di Madeleine Bell o Doris Troy. Contrariamente alle aspettative, si trova davanti una giovane donna bianca che gli ricorda una casalinga inglese.

Clare nasce in una famiglia benestante inglese e la prima esibizione canora, accompagnandosi con la sua chitarra, è durante la festa di diploma alla rinomata Battle Abbey School, scuola per ragazze di buona famiglia nell’East Sussex, dove non ha mai avuto vita facile a causa del suo carattere decisamente scomodo e anticonformista.
Nella seconda metà degli anni ’60, al termine degli studi, decide di voler diventare una cantautrice ed inizia a collaborare con alcune bands e case discografiche, in particolare la EMI, (leggi l'articolo) come parte dello staff artistico. Il suo debutto avviene nel ‘67 con il brano The music attracts me.
Nel’68 collabora con la band The Harry Roche Constellation e, durante questi anni, Clare ha l’occasione di imparare molto, di conoscere produttori, musicisti, arrangiatori e di fare le sue prime esperienze nello show business. E’ proprio durante la registrazione di alcune cover con la band che la sua voce viene notata da Alan Parsons.
Nel 1973, precisamente il 21 gennaio, una domenica, Clare viene convocata proprio da Alan Parsons agli Abbey Road Studios per registrare un brano dei Pink Floyd, The Great Gig in the Sky. Il tastierista Richard Wright, autore del singolo, dice a Clare che non c’è un testo per lei da interpretare ma un concetto: semplicemente la sua voce deve riuscire ad esprimere il passaggio dalla vita alla morte.
Una cosa da nulla! In un’intervista, Clare dirà riferendosi a quel magico momento: “Entrai, indossai le cuffie e iniziai a vocalizzare emettendo degli ooh-aah, baby-baby, yeah-yeah. Ma loro mi dissero ‘non vogliamo questo. Devi provare con vocalizzi lunghi’, così cominciai a provare un pochino e mi dissi che forse volevano che io fossi come uno strumento. Così dissi loro di ricominciare il pezzo da capo”
Dopo tre ore di lavoro, Clare esce dallo studio di registrazione con un compenso di 30 sterline, convinta che quel brano non vedrà mai la luce, ma dovrà ricredersi qualche mese dopo quando, nella vetrina di un negozio di dischi di Londra, vede l’album esposto e la sorpresa è grande quando su di esso legge il suo nome.

Lucy Lu sul gruppo Ascoltatori di Radio Capital su FB

Poi nel 2005 Clare ha vinto la causa contro i PF, quando il giudice ha stabilito che il suo "vocalizzo" era equiparabile a "testo" quindi meritevole di diritto d'autore. E da quel momento sui credits del brano, appare "Wright/Torry". In seguito alla sentenza, Gilmour è Clare si misero d'accordo in separata sede x una cifra tuttora segreta.

domenica 7 marzo 2021

Little Wing (SRV Live)