
venerdì 30 giugno 2023
Dune: Parte Due | Trailer Ufficiale 2

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venerdì 19 novembre 2021
La serie tv “Fondazione” abbaglia ma non stupisce

Stamattina ero sotto la doccia e lo sapete com’è: le cose fanno click quando sei sotto la doccia. Cioè, ripensavo ai primi due episodi di Fondazione, la serie tv di Apple Tv+ che ripercorre la saga letteraria che poi è quasi metà dell’opera principale di Isaac Asimov, e continuavo a chiedermi cos’è che non mi sconfinferava.
Intendiamoci: Fondazione ha un budget notevole, per essere un telefilm, e uno sforzo produttivo non indifferente. Anche perché rappresenta la mossa più “potente” che Apple si è giocata in questo periodo sul suo servizio streaming. Però c’è un però. Ed è questo: il tentativo di produrre una serie soddisfacente per i gusti del pubblico, e per di più con un angolo “morbido” perché pensata per Apple Tv+, che ha requisiti ancora più complessi di quella di Disney, non è andato completamente a buon fine. Perché ci sono un sacco di cose che non mi sconfinferano nella serie. Cominciamo dall’ambientazione. Fondazione è una serie tv di grandi ambizioni, ma il suo momento storico di messa sul mercato coincide con quello di Dune, il film di cui abbiamo già parlato qualche giorno fa. E mentre Dune si basa su una sceneggiatura solida e una visione cinematografica (le immagini e l’audio) che riescono a compensare abbondantemente alcune scelte discutibili di casting (Javier Bardem e Jason Momoa) nonché una certa complessiva mancanza di gravitas e di pathos, Fondazione è sostanzialmente un telefilm, e si vede. Più vicino a Star Trek: Discovery che non a Dune, il suo problema essenziale è che fa molta fatica ad essere all’altezza della potenza visionaria dei libri di Isaac Asimov. E si vede anche questo.
Fondazione di Isaac Asimov, come tutte le opere nate nel dopoguerra incluse quelle di fantascienza, appartiene a un clima sociale e storico che oggi è profondamente cambiato e che soprattutto viene interpretato dai media in maniera molto differente. Per questo oggi, nell’adattamento, emergono dei problemi.
Cominciamo dalla cosa che ha fatto click sotto la doccia: la base dieci. C’è una scena in cui Gaal Dornick, uno dei “punti di vista” della storia (“protagonisti” è una parola forte nei romanzi più corali di Asimov) partecipa per la prima volta a una riunione in cui si decide cosa includere nel recipiente di quello che dovrà costituire la “fondazione” delle prossime generazioni dopo la caduta dell’Impero Galattico. Il presupposto è che Hari Seldon, il matematico inventore della psicostoria, abbia previsto la caduta dell’Impero (Asimov si era letto un classico della letteratura angloamericana: Storia del declino e della caduta dell’impero romano di Edward Gibbon e ne era rimasto molto impressionato) e ipotizzato di poter ridurre i millenni bui che ne sarebbero seguiti creando una sorta di monastero digitale che contiene tutta la conoscenza necessaria a ripartire.

È l’“Enciclopedia galattica” (che poi sarà parodiata da Douglas Adams con la sua Guida galattica per autostoppisti). Ma l’enciclopedia di Asimov non contiene tutto tutto, bensì solo quel che serve. Come scegliere quel che serve? Bella domanda. Se l’è posta Asimov e se la sono posta quelli di Apple. Il modo con il quale viene trovata la (stessa) soluzione però è indicativo di una profonda differenza culturale.
Asimov usa criteri di razionalità e articola un ragionamento che fa della razionalità la chiave di volta. Apple sceglie il multiculturalismo come rappresentazione del mondo. Se il risultato è apparentemente uguale (la scena è la stessa nel libro e nel telefilm) il significato cambia profondamente. Parliamo della serie tv.
Un gruppo di persone piuttosto insignificanti e a maggioranza caucasica, i seguaci di Seldon, fa assunzioni su cosa sia necessario salvare che sono degne del miglior colonalista europeo. Gaal (interpretata tra l’altro da un’attrice molto brava come Lou Llobel) dopo tre o quattro domande interlocutorie – con il miglior tono passivo aggressivo da Millennials che “so tutto io” (il contrario del mansplaining considerato a ragione vietato dalle menti più consapevoli e politicamente corrette) – spiega invece con logica ferrea che magari il “comitato patriarcale” (lo chiamo così in mancanza di termini derogatori migliori) vuole contare le cose da salvare in base dieci. Oppure no?
Infatti, spiega Gaal, non esiste solo la base dieci: un sacco di mondi contano in altre basi e bla bla bla. Tutta questa parte diventa un modo per Apple per dire che il punto di vista del comitato patriarcale è autoriferito e solo lei (Gaal) pensa in modo profondo e inclusivo. Pensa così non tanto perché è un genio della matematica (l’intelletto scientifico caro ad Asimov) ma anche e sopratutto perché è diversa sia da un punto di vista biologico, anagrafico che fisico e culturale. E quindi lei, Gaal, è una autentica portatrice di istanze multiculturali che il comitato patriarcale ha subordinato alla sua integrità ideologica (seguaci di Seldon, diventato la cosa meno scientifica del pianeta).
Quindi, dice Gaal, come possono pensare i panzoni e le panzone tradizionali del comitato patriarcale di sapere che cosa bisogna salvare e cosa no se non sanno neanche mettersi d’accordo su come contare le cose da salvare? Il Gen-Z sale in cattedra e blasta i vecchioni perché è magicamente più intelligente a causa della sua diversità biologica ed esistenziale. La dinamica generazionale e transculturale diventa la dominante e si perde di vista il fatto che astronavi, pianeti-macchina come Trantor e tutto il resto sono stati costruiti dai vecchi tradizionali che in parte sono presenti nel comitato patriarcale. Forse due cose le sanno anche loro, oppure Seldon (che poco dopo va in lavanderia e spiega di aver scelto uno per uno tutti i partecipanti all’esodo) ha selezionato solo i più rincoglioniti?

Il click è il seguente: cosa c’entrano le tensioni della cancel culture, dell’inclusività, della multiculturalità senza il melting pot con Isaac Asimov? Spacchettiamo questa domanda, perché è fondamentale per capire cosa non va nella serie tv della Fondazione.
Qualunque storia viene reintepretata per dare gambe contemporanee a corridori antichi: il dramma di Giulietta e Romeo è stato riscritto milioni di volte ed era stata già stato scritto milioni di volte prima della versione di Shakespeare. I personaggi si “travestono” da contemporanei, ma la loro vera natura è quella di una umanità universale, più profonda. Il tentativo di Apple di portare avanti una visione culturale della società che sia attraente per una demografia (i Millennials e la generazione Z) è lodevole e progressista (forse, non lo so) ma da critico di cose che vedo sullo schermo dopo averle lette qualche decennio fa, posso dire che cozza contro le fondamenta di Fondazione scritta da Asimov, che invece raccontano un’altra storia di integrazione, molto più interessante e altrettanto attuale.
E l’autore la ha fatta talmente bene, questa cosa del raccontare un’altra storia che, a prescindere dalla voce di un autore nato nel 1920 e morto nel 1992, è difficile “caricarla” di un tono diverso senza perderla e andare a parlare d’altro. Soprattutto se, come dicevo in premessa, Fondazione è “solo” una serie tv e non ha la potenza visionaria e autoriale che è riservata ai film, come si vede nel caso di Dune. Perché la potenza autoriale, apro una parentesi tanto per capirci, è quella che permette di cambiare profondamente il registro di una storia senza tradirla ma semplicemente reinterpretandola.
È quello che fece, ad esempio, Baz Luhrmann nel 1996 con il suo Romeo + Giulietta di William Shakespeare, per restare all’esempio del Bardo. Quello di Luhrmann è un film con una carica visiva e un impatto narrativo tale da giustificare una rivisitazione intensa e profonda della tragedia shakespeariana. I “giochi” fatti da Luhrmann, come l’adattamento a un ambiente da gang di Los Angeles e la creazione di un contrasto distonico profondo usando i dialoghi originali di Shakespeare, crea un universo alternativo in cui le pistole cromate sembrano spade (e forse, simbolicamente, gli equivalgono) e parla di noi oltre che dei contemporanei di Shakespeare e degli abitanti di Verona di qualche secolo prima.
La serie tv Fondazione non riesce a fare niente di tutto ciò. E questo soprattutto, a mio avviso, per questo problema di voler essere compatibile con la cultura contemporanea. Da un lato, Fondazione di Apple si fa interprete e cerca di contribuire alla affermazione di una serie di momenti e sensibilità contemporanee. Questo si vede nella scelta del casting, nella multiculturalità spinta anche al di là dello standard tradizionale delle produzioni televisive americane, rivisitando i criteri estetici e di genere oltre che etnici, nella creazione di nuovi stereotipi, nell’uso di formule e chiavi espressive da Gen Z per rendersi comprensibile e palatabile.

Dall’altro lato, Fondazione è “solo” un telefilm che per di più arriva un po’ corto sulle ambientazioni: mentre la CGI è notevole e ad esempio l’ascensore orbitale o le astronavi sono veramente gustose, molte ambientazioni sono piuttosto mediocri e i costumi e gli usi (posture, momenti di recitazioni) di alcune entità che compaiono sullo schermo sono veramente tristi e poco immaginativi. Ci sono scene in cui sembra di vedere una recita parrocchiale in cui si riusano oggetti quotidiani per travestire da “alieno” qualche personaggio, ad esempio mettendogli un lampadario in testa o la vestaglia di seta della nonna con la velina per la domenica. Che povertà.
Attenzione, ho spiegato che c’è molto di “antipatico” (in mancanza di un termine migliore) dentro la serie tv Fondazione anche perché abbraccia una sensibilità che evidentemente non mi appartiene (da buon X-Gen per di più del percentile più vecchio), ma anche e soprattutto perché penso che perda per la strada quello che c’era di veramente universale dentro i romanzi della Fondazione di Isaac Asimov.
I temi della trilogia originale e di parte delle sue espansioni (sino alla meno fortunata rivisitazione della fine degli anni Ottanta, pensata da Asimov probabilmente per costruire un universo coerente che faccia convivere la Fondazione con i Robot) sono legate all’intolleranza verso la scienza e alla sua importanza, all’idea di ambiente come contesto da rispettare (Asimov, emigrato russo di famiglia ebraica, era profondamente laico nella sua visione scientifica del mondo), alla dialettica tra predeterminazione e libero arbitrio, al concetto di evoluzione e alla ricerca di cosa definisce essere un “essere umano” dal resto. E sia detto per inciso che qui entrano i robot, che anche in Fondazione scopriamo fare capolino.
Asimov poi ha saputo sempre giocare molto con i generi: è stato uno dei primi autori di genere a far svanire i confini tra fantascienza e giallo, ad esempio. Questa sua capacità di entrare e uscire da strutture narrative diverse mantenendo una profonda coerenza nel suo immaginario e nei temi più profondi fa parte di un processo di trasformazione della letteratura statunitense che si avvia nel secondo dopoguerra e continua sino a oggi.
La capacità di Asimov di essere “potente” come narratore, un vero creatore di idee, e soprattutto quella del suo ciclo della Fondazione nel portare contributi di idee che vanno oltre il fatto narrativo e di intrattenimento, si vede anche per l’impatto che hanno avuto.

Il ciclo di romanzi è un chiaro esempio di letteratura fantascientifica basata su delle idee. Come tale, è un continuo susseguirsi di riferimenti e collegamenti che la cultura enciclopedica di Asimov ha messo assieme e che hanno unito forse per la prima volta in una serie di opere sia l’aspetto fantascientifico che quello delle scienze tradizionali (economia, sociologia e via dicendo) con una serie di costanti allusioni, riferimenti, sottolineature che non impattano l’aspetto fantascientifico e più “magico” ma gli danno gambe e hanno stimolato generazioni di lettori.
Da Paul Krugman (premio Nobel per l’economia) a Elon Musk (Tesla & c.), da Carl Sagan (che diceva che Fondazione è il modo migliore per scrivere fantascienza che sia rilevante anche dal punto di vista delle idee e per la scienza) a Frank Herbert (ci torniamo tra un attimo), la serie della Fondazione ha gettato il seme di una pianta che è assolutamente assente dentro la serie televisiva di Apple. Una pianta alta, potente, creativa, articolata, che ha offerto delle idee e soprattutto una prospettiva diversa per guardare il mondo. Ha cambiato la vita alle persone facendo loro capire che le scienze hard e soft “si tengono” e si può immaginare di guardare alla società come a un fenomeno studiabile e comprensibile con una mente razionale e scientifica.
Herbert, che citavo un attimo fa, ha scritto la sua serie di libri, cioè il ciclo di Dune, più o meno nella stessa epoca di Asimov. E ha tratto profonda ispirazione dal suo lavoro, tanto che possiamo dire che Dune è sostanzialmente un commento e una critica (o forse una variazione di premesse) alla Fondazione. Herbert prende in carico l’idea iniziale di Asimov, cioè quella del tramonto di un impero, con tutti i problemi logistici, economici e strutturali che questo comporta, e la rivisita in un ambiente differente.
Herbert, però, sceglie una traiettoria completamente diversa. Mentre Asimov gioca la carta del monastero organizzato da un pensatore razionale, cioè detto in sintesi si inventa l’enciclopedia illuminista prima del Medioevo, Herbert si inventa un’idea completamente diversa: quella di un messia che porta la rivoluzione come palingenesi, cioè che genera un nuovo mondo.
Dune è un gigantesco “commento” di Herbert ad Asimov perché il messia c’è anche nella Fondazione, ed è Il Mulo, ma ha una importanza relativa di fronte allo scorrere degli eventi. La storia è fatta dalle masse e dai potenti in una dialettica socio-economica oltre che militare complessa e realistica, secondo il kantiano Asimov. Invece la storia è fatta dai leader carismatici che passano a cavallo e cambiano la sorte degli imperi, secondo il nicciano Herbert.
Tutto questo dove lo trovo dentro la serie tv Fondazione?, mi chiedevo sotto la doccia. E soprattutto, quanto mi costa di acqua calda stare così tanto a pensare sotto la doccia?
Antonio Dini, giornalista e saggista, è nato a Firenze e ora vive a Milano. La sua newsletter si intitola: Mostly Weekly.
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domenica 7 febbraio 2021
Dune - Trailer Ufficiale Italiano
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sabato 6 febbraio 2021
La barba di Kynes
La decisione di Villeneuve di far interpretare nel suo film il Dottor Kynes all’attrice Sharon Duncan-Brewster ha scatenato molte reazioni. Il Dottor Kynes è uno dei personaggi più importanti del primo romanzo, un vero e proprio vettore della trama ed è descritto come un uomo longilineo, con barba e capelli color sabbia.
Principalmente, i critici di tale scelta rinfacciano a Villeneuve di aver operato un cambiamento non necessario, per produrre un “woke movie”.
Il termine woke (“sveglio”) è comunemente usato negli USA per indicare la vigilanza su tematiche di giustizia sociale. Nel corso degli ultimi anni ha preso connotazioni ironiche, se non addirittura insofferenti. L’accusa rivolta a Villenueve è dunque di rendersi partecipe di una politica di rappresentazione di minoranze che sta caratterizzando il mercato dell’intrattenimento. Una politica che ha ovviamente ha generato delle opposizioni da parte dei fan che non vogliono vedere “snaturati” i propri franchise preferiti.

È curioso notare come le prime indiscrezioni sul cambio di genere del Dottor Kynes arrivarono circa un anno fa dal sito Bounding Into Comics, collegato al Comicsgate. Come il suo fratello maggiore Gamergate, è un movimento collegato in maniera neppure troppo velata con la alt-right statunitense, che si sono resi responsabili di attacchi e boicottaggi verso le politiche “pro-diversità” nell’industria dell’intrattenimento.
Questi movimenti hanno portato a galla il meglio che una comunità di nerd ha da offrire: odio, sessismo, razzismo e intolleranza in generale.
Una scelta che solleva domande
Sebbene la fonte sia piena di pregiudizi, non è detto che lo siano le obiezioni da essa portate avanti. La scelta di modificare in maniera tanto sostanziale uno dei personaggi principali del romanzo era ovviamente destinata a far discutere. Era necessario farlo? Va a snaturare l’opera?
Per poter rispondere a queste domande bisogna prima inquadrare il Dottor Liet Kynes e capire perché sia tanto importante nella storia.

Il Dottor Kynes è il planetologo imperiale ed è l’Arbitro di Cambio designato per gestire la successione del feudo di Arrakis dagli Harkonnen agli Atreides. Favorisce il dialogo tra i Fremen e gli Atreides, dopo essere rimasto impressionato dall’integrità morale del Duca Leto e la fedeltà che riesce a instillare nei propri uomini.
[…] “Questo Duca era molto più preoccupato per gli uomini che per la Spezia. Ha rischiato la vita, e quella di suo figlio, per salvarli. […] Un simile capo potrebbe assicurarsi una lealtà fanatica. Sarebbe difficile sconfiggerlo.” Contro la sua volontà e contro ogni precedente giudizio, Kynes fu costretto ad ammettere dentro di sé: “Mi piace questo Duca.“
LIET KYNES, DUNE

Il Dottor Kynes è anche il padre di una co-protagonista (Chani) e salva la vita a Paul e Jessica dopo la caduta di Arrakeen. Oltre a questo, è una importantissima figura di riferimento per i Fremen, che condividono con lui il sogno di trasformare Arrakis in un giardino, e la sua morte permetterà a Paul di diventare la nuova guida dei Fremen.
Era davvero necessario?
Ovviamente, la risposta è no. Non era necessario modificare un personaggio, al pari dei dialoghi, costumi, parti della trama e quant’altro.
Difficilmente i film sono assolutamente fedeli ai libri da cui sono tratti, proprio perché si rivolgono ad un pubblico diverso ed usano un mezzo di comunicazione diverso. È per questo che si parla di “adattamenti cinematografici”.
La scelta di Villeneuve ci viene spiegata da Sharon Duncan-Brewster, in una intervista su Vanity Fair.
Ciò che Denis mi dichiarò era che c’era una carenza di personaggi femminili nel cast. È sempre stato molto femminista, a favore delle donne, e voleva scrivere un ruolo per una donna.
SHARON DUNCAN-BREWSTER, VANITY FAIR
Questo non è bastato a placare le polemiche, ma anzi le ha inasprite. Una delle principali obiezioni è che Jessica e Chani sono due personaggi femminili forti e importanti.

Peccato sia una mezza verità.
Pur essendo personaggi indubbiamente cruciali per la trama, né Jessica né Chani rappresentano un modello femminile indipendente in cui uno spettatore possa identificarsi. Infatti, hanno sempre un ruolo subalterno a una figura maschile. Jessica è una concubina e una madre. Chani prende il ruolo di concubina di Paul, come viene esplicitamente detto da Jessica alla fine del romanzo.
Pensaci, Chani: quella principessa avrà il nome, e tuttavia sarà meno di una concubina… non avrà mai un momento di tenerezza dall’uomo cui sarà unita. Mentre noi, Chani, noi che portiamo il nome di concubine… la storia ci chiamerà spose.
JESSICA, DUNE
Poiché Denis Villeneuve voleva rappresentare una figura femminile indipendente, la scelta non poteva che cadere sul Dottor Kynes. Il suo ruolo (al contrario di quello di altri personaggi) non è influenzato dal suo sesso o il suo aspetto, ma solo dalle sue azioni.

È incoerente con l’ambientazione?
Al netto delle sterili polemiche contro le lobby musulmane-nere-LGBT-minoranze-a-caso che secondo gli utenti di Bounding Into Comics infestano tutta l’industria dell’intrattenimento, la sola critica sensata è che il cambio di sesso di Kynes causa gravi incoerenze a livello di trama e ambientazione.

La società Fremen è di ispirazione islamica. Le tribù si radunano sotto i Naib, un titolo tipicamente maschile. La poligamia ed il concubinato sono pratiche comuni: lo stesso Paul prende come concubina Harah, la moglie di un Fremen che ha ucciso in un duello rituale. Il tutto mentre sta maturando un interesse amoroso verso Chani. Nella cultura Fremen risulta perfettamente accettabile.
Com’è possibile dunque che una società patriarcale come quella Fremen tolleri un Naib Kynes femmina?
Semplice. Perché la domanda è completamente sbagliata.
Il famoso patriarcato Fremen
A dispetto di quanto pubblicato sulla Dune Wiki, la società Fremen non è considerabile un patriarcato. Non è chiaro secondo quali fonti bibliografiche l’autore della voce abbia stabilito la natura patriarcale della società Fremen, ma questa affermazione è pesantemente contraddetta nei romanzi.
Per esempio, ne L’Imperatore-Dio di Dune, viene spiegato esplicitamente da Leto II il rapporto tra sessi nella società Fremen, mentre vaga nel Saareer con Siona Atreides.
— Adesso è tutto cambiato — disse. — Gli uomini e le donne hanno per natura funzioni evolutive diverse, ma i Fremen avevano raggiunto una certa interdipendenza fra i due sessi e in tal modo avevano favorito l’uguaglianza su questo territorio che pone enormi problemi di sopravvivenza.–
L’IMPERATORE-DIO DI DUNE, PAG. 285, ED. S&K.
Anche nel primo romanzo troviamo conferma delle parole dell’Imperatore-Dio. Chani partecipa alle azioni di guerra della propria tribù, pur essendo una donna. A un certo punto del romanzo uccide un Fremen venuto a sfidare Paul, sottolineando che avrebbe potuto lasciarlo ad Harah. È dunque palese che le donne combattenti non sono una rarità tra i Fremen.
La visione di una società Fremen patriarcale inoltre è completamente estraniata dall’importanza religiosa delle Sayyadine e delle Reverende Madri. Il modello patriarcale infatti presuppone che tale potere religioso sia in mano agli uomini, mentre invece è una esclusiva delle donne per le ingerenze del Bene Gesserit, tramite la Missionaria Protectiva. Il loro ruolo, nella società Fremen, è molto importante per il mantenimento della comunità e la Reverenda Madre è l’unica in grado di tramutare l’Acqua della Vita, un potente narcotico alla base dei riti orgiastici.
Nella mia esperienza personale, mi sono frequentemente imbattuto nel luogo comune che i Fremen siano una società patriarcale. Ritengo che sia causato da una facile similitudine tra i Fremen ed un altro stereotipo dei popoli beduini.
Quindi va bene un Naib femmina?
Naib: chi ha giurato di non farsi mai catturare vivo dal nemico; giuramento tradizionale di un capo Fremen.
DUNE, APPENDICE V – TERMINOLOGIA DELL’IMPERO
Nei nuovi romanzi scritti da Brian Herbert e Kevin J. Anderson, Liet Kynes viene presentato come Abu Naib, ovvero il capo di tutti i Sietch. Questo titolo tuttavia non compare nelle opere di Frank Herbert ed in passato ho espresso seri dubbi sulla coerenza di questi nuovi romanzi con l’ambientazione.
I Naib sono i capi delle comunità Fremen, i Sietch, e ottengono il titolo sfidando a duello il capo precedente. Anche in questo caso, non è chiaro per qual motivo l’autore dell’articolo sulla Dune Wiki ritenga sia un titolo tipicamente riservato agli uomini, visto che abbiamo già visto che le donne sanno combattere al pari degli uomini. Il solo Naib citato nei romanzi di Frank Herbert è Stilgar, mentre la versione inglese del glossario di Dune usa un generico “one who has sworn never to be taken alive by the enemy”. Sebbene la Dune Encyclopedia (voce, FREMEN: CULTURAL DEVELOPMENT TO THE YEAR 10190) citi effettivamente i Naib sempre al maschile, non può essere considerata canonica, per ragioni già affrontate in un mio precedente articolo. Pertanto, devo basare la mia analisi soltanto sui romanzi di Frank Herbert.
Ammettendo anche che l’interpretazione che vuole il titolo di Naib sia “tipicamente maschile”, c’è una certa differenza con “esclusivamente maschile”. Pur anche ignorando questo fatto e stabilendo arbitrariamente che le donne non possano essere Naib, l’obiezione resta comunque sterile.
Liet Kynes non è un Naib, a dispetto di quanto si possa trovare su internet.

Come scritto precedentemente, i Naib fanno riferimento ad un Sietch, una comunità Fremen. Per poter acquisire tale titolo, devono sfidare a duello il precedente capo. Il Dottor Kynes tuttavia non riveste tale ruolo. Sietch Tabr, dove vive sua figlia Chani, ha Stilgar come Naib.
Liet Kynes è rispettato da tutti i Fremen, ma non è un capo tribale; anzi non riveste alcuna carica. Perché?
Potremmo dire per “nepotismo”.
Così, era vero quello che Kynes l’Umma aveva detto all’inizio: nessuno di coloro che erano in vita, allora, e neppure i loro nipoti per otto generazioni, l’avrebbero visto. Ma sarebbe accaduto, un giorno.
DUNE, APPENDICE I – ECOLOGIA DI DUNE
Il lavoro continuò: costruire, piantare, scavare, addestrare i bambini.
E poi, Kynes l’Umma morì nel crollo del Bacino Plastico.
A quell’epoca suo figlio, Liet-Kynes, aveva diciannove anni: un vero Fremen e cavaliere delle sabbie, che aveva ucciso più di cento Harkonnen. Il contratto imperiale, che il vecchio aveva chiesto per suo figlio, gli fu trasmesso normalmente. La rigida struttura che regolava il faufreluches funzionava perfettamente anche su Arrakis. Il figlio era stato addestrato alla scuola del padre.
Il passaggio sopra fa riferimento a Pardot Kynes, il padre di Liet, che riuscì a ispirare i Fremen nel trasformare Arrakis in un mondo florido, tramite un lunghissimo processo di terraformazione. Pardot, che era uno straniero, venne considerato dai Fremen un Umma, ovvero un profeta. Suo figlio, Liet, ne raccolse l’eredità. I Fremen lo rispettavano e gli ubbidivano perché era obiettivamente l’unico che poteva continuare l’opera del padre.
Quindi… ?
Arrivati a questo punto, è chiaro che una Dottoressa Kynes non sminuisce l’opera ed è coerente con l’ambientazione. Tuttavia, quando ho iniziato a scrivere questo articolo (frutto di lunghe ricerche e riflessioni) non condividevo la scelta di Villeneuve e tutt’ora non la condivido. Da fan di Dune avrei preferito una maggiore fedeltà al romanzo, ma so anche riconoscere che si tratta di un giudizio estetico personale.
Se voglio intrattenermi con qualcosa perfettamente fedele a Dune, allora leggo Dune. Se invece voglio intrattenermi con una trasposizione di Dune, devo anche che questa non ricalchi perfettamente l’originale. L’impronta personale può piacere o meno, ma è imprescindibile.
A opporsi a questa mia posizione ortodossa ci sono invece forti motivazioni etiche ed economiche. I tempi in cui la fantascienza era un club per soli uomini sono ormai finiti. È giusto che anche le donne e minoranze abbiano personaggi con cui identificarsi.
Poiché la scelta di rappresentare il Dottor Kynes come una donna non sminuisce l’opera e non causa incoerenze nella trama, pur non condividendola, la accetto.
Quello che invece non accetto è che delle persone si nascondano dietro Dune (o qualsiasi altra opera) per veicolare la loro mascolinità tossica.
Come ho scritto precedentemente, i siti che per primi hanno diffuso dei rumors riguardo il cambio di sesso di Kynes sono legati alla alt-right statunitense. Al contrario dell’estrema destra nostrana, la alt-right non presenta una forte coesione ideologica. Si tratta infatti di una serie di movimenti molto attivi sul web, che tentano di proporsi come “conservatori alternativi”. Abbracciano le cause più disparate: anarco-capitalismo, protezionismo, isolazionismo, razzismo, misoginia, omofobia, anti-semitismo ed islamofobia.
Il solo elemento comune è il suprematismo bianco, secondo l’idea che il vero discriminato del nuovo millennio sia l’uomo bianco eterosessuale.

Se accettiamo che l’uomo bianco eterosessuale è vittima, allora “gli altri” sono i carnefici. Questo ovviamente spiega le forti reazioni degli alt-rightist verso qualsiasi politica di rappresentazione delle minoranze; non stanno attaccando, ma contrattaccando. Le loro idee vengono costantemente censurate dal politicamente corretto, in barba alla libertà di espressione. Ogni insulto, ogni aggressione, ogni meme “ironico” è in realtà una difesa della libertà di parola. Peccato solo che questa loro percezione sia completamente estraniata dalla realtà.
Negli USA non esistono leggi che limitino i diritti degli uomini bianchi eterosessuali, al contrario di quanto invece accade alle donne o a gruppi minoritari.
I membri della alt-right sono i primi ad appellarsi proprio alla libertà di espressione, per portare avanti i loro attacchi, seguendo il famoso adagio “se sei intollerante verso gli intolleranti, sei tu il vero intollerante“. Anche senza tirare in ballo Popper, è evidente che la libertà di espressione non abbia mai significato poter dire tutto quello che pare e piace: i crimini motivati dall’odio esistono anche negli USA, così come la calunnia e la diffamazione. L’assoluta libertà di parola è solo un mezzo per diffondere insulti, minacce, fake news e odio in generale.
È come se i suprematisti bianchi si fossero resi conto di essere in forte svantaggio nella loro partita a scacchi contro la società: la alt-right li ha convinti che se ruotassero la scacchiera e facessero abbastanza baccano, tutti si convinceranno che sono loro i neri.
A questo cocktail di vittimismo e intolleranza, per risultare bevibile, deve anche aggiungersi una conoscenza superficiale (nel migliore dei casi) degli argomenti trattati.

Queste cosiddette opinioni non esprimono alcun giudizio estetico. Non offrono alcuna argomentazione e non sono sostenute da nessuna base conoscitiva. Non sono neanche dettate da un interesse nei confronti dell’opera. Si tratta di sterili polemiche.
Pertanto, non meritano alcun rispetto.
marito, padre, bancario, musicista, goliarda, blogger saltuario.
Vivi come se dovessi morire domani. Pensa come se non dovessi morire mai
lunedì 21 dicembre 2020
To Tame a Land - (inspired by Dune)
In the Kingdom of the sands
Of a time tomorrow
In the land amongst the stars
Of an age tomorrow
He rules over everything
On the land called planet Dune
And without it you would die
On the desert, the planet Dune
On the sands so hot and dry
In a world called Arrakis
The sand riders and the mice
That they call the 'Muad' Dib'
He is born of Caladan
And will take the Gom Jabbar
Or to look into the past
He is the ruler of the stars
To lay claim his crown
And then the foe
Yes, they'll be cut down
The best that there's been
Messiah supreme
True leader of men
For judgement's at hand
Don't fret he's strong
He'll make a stand
The fire that spreads through the land
He has the power
To make it all end
marito, padre, bancario, musicista, goliarda, blogger saltuario.
Vivi come se dovessi morire domani. Pensa come se non dovessi morire mai








