lunedì 12 ottobre 2026

Teoria della vittoria

Varsavia (12 ottobre 2026):

Il generale statunitense Alexus Grynkewich, comandante supremo delle forze alleate in Europa / Comando Aereo Alleato della NATO, ha presentato a Varsavia la nuova "teoria della vittoria" dell'Alleanza durante il Warsaw Security Forum


"Grazie e buon pomeriggio a tutti. È fantastico essere di nuovo qui a Varsavia con tutti voi, in un luogo dove la deterrenza e la difesa vengono prese sul serio e dove alle parole seguono i fatti.

Da quando ha aderito alla NATO, nel 1999, la Polonia ha dato l'esempio. Oggi continua a esercitare un ruolo guida attraverso investimenti storici nella difesa, l'impegno ad ampliare la propria base industriale, una rapida modernizzazione militare e una particolare attenzione alla resilienza della società di fronte a un contesto di sicurezza complesso e instabile.

Quando la Polonia entrò nella NATO nel 1999, quella decisione rappresentò una riaffermazione della sovranità polacca. I leader polacchi dell'epoca parlarono della determinazione della loro nazione a scegliere autonomamente il proprio destino, e l'adesione all'Alleanza rifletteva il loro impegno a proteggere il popolo polacco e il suo territorio.

Per noi, quella decisione dovrebbe richiamare con particolare chiarezza che cosa sia la NATO e perché esista.

Ci ricorda che la NATO è un'alleanza difensiva, costituita per preservare la pace e che, in quanto tale, non abbiamo piani, intenzioni o ambizioni che vadano oltre la protezione dei nostri cittadini e la difesa del nostro territorio.

Tuttavia, nessuno deve confondere la nostra natura difensiva con la debolezza o con una mancanza di determinazione.

Attraverso la nostra forza collettiva, puntiamo a esercitare la deterrenza e a preservare la pace.

Ma se qualcuno fosse tanto sciocco da attaccarci, combatteremo. Fermeremo l'attacco e gli impediremo di raggiungere i suoi obiettivi, quali che siano.

In breve, faremo in modo che qualsiasi attacco contro qualsiasi alleato si riveli completamente inutile.

Questo pomeriggio vi illustrerò come intendiamo farlo, quello che chiamo la mia teoria della vittoria.

Questa teoria prevede la conduzione di una difesa basata sulla negazione degli obiettivi dell'avversario, un approccio strettamente allineato alla strategia dell'Alleanza, quella che chiamiamo Deterrence and Defence of the Euro-Atlantic Area, o DDA, ossia deterrenza e difesa dell'area euro-atlantica.

Pertanto, anche se la definisco la mia teoria, in realtà è qualcosa di più. Si basa su una strategia concordata da tutti i 32 alleati e quindi ci rappresenta e ci comprende tutti.

In altre parole, è la nostra teoria della vittoria.

Prima di descriverla più dettagliatamente, voglio chiarire un punto. Non ritengo che un conflitto sia imminente o inevitabile. Non lo è. Contribuiamo a evitare i conflitti dichiarando chiaramente le nostre intenzioni difensive e mantenendo aperti i canali di comunicazione, così da risolvere eventuali incomprensioni e favorire la trasparenza.

Ma scoraggiare un conflitto richiede anche la prontezza a combattere una guerra. E questa prontezza impone di pianificare sulla base di ciò che è possibile, non soltanto di ciò che è probabile.

Come affermò il primo presidente degli Stati Uniti, George Washington, il modo più efficace per preservare la pace è prepararsi alla guerra. Oppure, come dice l'attuale presidente americano, questa è la pace attraverso la forza.

Nel caso della NATO, si tratta della forza di 32 nazioni unite.

Uno dei punti di forza essenziali della nostra Alleanza è il vantaggio decisionale. Percepiamo e osserviamo l'ambiente operativo attraverso una sofisticata architettura stratificata di intelligence, alimentata da sistemi di raccolta delle informazioni di diversa provenienza che producono enormi quantità di dati. Utilizziamo questi dati per ricavare indicazioni cruciali, servendoci di algoritmi avanzati che ci consentono di interpretare le informazioni raccolte. Il risultato fondamentale è una comprensione approfondita dell'ambiente strategico e operativo.

Questo significa che è improbabile che l'Alleanza venga colta di sorpresa.

Vedremo arrivare un eventuale attacco, e questo ci darà il tempo di valutarlo e di schierare rapidamente le nostre forze.

Così facendo, puntiamo a esercitare la deterrenza, ma questi movimenti ci preparano anche a respingere qualsiasi possibile attacco, compresi quelli finalizzati a conquistare e mantenere il controllo di un territorio della NATO, creando un fatto compiuto. In breve, ci preparano a svolgere il nostro compito più sacro: la difesa dei nostri cittadini e del nostro territorio.

Per aiutarci ad assolvere questo compito, abbiamo sviluppato la nostra teoria della vittoria.

Negli ultimi giorni, alcuni l'hanno definita un piano, ma non lo è, almeno non nel senso militare del termine.

La nostra teoria della vittoria fornisce invece all'Alleanza una visione comune di come ottenere la vittoria attraverso la deterrenza e la difesa.

Esprime il mio intento di comandante, per aiutarci a concentrare gli sforzi militari sui compiti fondamentali che dobbiamo assolvere in combattimento e sul modo in cui dobbiamo dimostrare di essere capaci di assolverli per esercitare la deterrenza.

E si fonda su una valutazione lucida delle minacce che affrontiamo e sugli insegnamenti della guerra moderna, tratti dall'Ucraina e dal Medio Oriente.

La mia teoria della vittoria è quindi semplice.

Bloccheremo l'attacco iniziale.

Se l'attacco proseguirà, ne smorzeremo lo slancio e impediremo al nemico di avanzare.

E, se necessario, spezzeremo le forze nemiche e il sistema operativo di combattimento schierato contro di noi.

Per bloccare l'attacco, le nostre forze terrestri manovreranno per dominare qualsiasi assalto nemico nel punto di contatto.

Attraverso la manovra, immobilizzeremo le formazioni nemiche e impediremo la conquista del territorio dell'Alleanza.

Le forze terrestri attaccheranno il nemico e distruggeranno le sue unità in avanzata.

Ma non agiranno da sole.

Le nostre forze aeree e navali, operando di concerto con le nostre capacità spaziali e cibernetiche, conquisteranno rapidamente la libertà di manovra.

Una volta assicurata rapidamente la superiorità aerea e marittima nell'area di battaglia e sopra di essa, queste forze impiegheranno una combinazione di massa e precisione per impedire al nemico di mantenere le proprie posizioni.

Dopo questo blocco iniziale, smorzeremo qualsiasi azione offensiva ancora in corso o successiva contro di noi.

Utilizzando sensori avanzati, sistemi autonomi e forze multidominio, impediremo all'aggressore di acquisire slancio o conquistare l'iniziativa.

L'impiego sincronizzato di effetti multidominio fino al livello tattico sopraffarà le formazioni nemiche impegnate nel combattimento e la loro avanzata, ammesso che a quel punto sia ancora in corso, perderà ulteriormente slancio.

Se l'avversario decidesse di insistere nell'attacco o di impegnare le proprie riserve, spezzeremo il sistema di combattimento schierato contro di noi.

Questo comprende non soltanto le forze attaccanti in sé, ma anche tutto ciò che le sostiene, le rifornisce o le controlla.

Per farlo, combineremo munizioni di precisione altamente avanzate ed estremamente efficaci con una massa schiacciante di sistemi economici e producibili su larga scala.

Eserciteremo una pressione costante e incessante, sia cinetica sia non cinetica.

Lo faremo in tutti i domini e attraverso tutti i domini: terra, aria, mare, spazio e cyberspazio.

In questo modo spezzeremo il sistema nemico e ne sconfiggeremo le singole componenti.

Le formazioni nemiche saranno private dei rifornimenti, i comandanti nemici non saranno più in grado di controllare le proprie forze e le unità nemiche, insieme alle loro capacità di supporto, saranno ridotte e distrutte.

Nell'eseguire quanto ho appena descritto, non cerchiamo di infliggere una sconfitta strategica al nostro avversario, né abbiamo bisogno di farlo.

Il nostro unico obiettivo è fermare qualsiasi attacco sul nascere, impedendo al nemico di conquistare e mantenere il controllo del nostro territorio. Per riuscirci, è necessario infliggere una sconfitta tattica e operativa alle forze impiegate contro di noi, ma nulla di più.

Spezziamo il sistema di combattimento che ci attacca per renderlo incapace di proseguire l'offensiva o, come direbbe Clausewitz, per costringerlo a raggiungere il proprio punto culminante, vale a dire degradarlo fino al punto in cui non sia più in grado di assolvere le proprie funzioni belliche.

È proprio questo aspetto della nostra teoria della vittoria, una teoria fondata su un'azione decisiva, ma sempre finalizzata a una difesa basata sulla negazione degli obiettivi nemici, conformemente alla DDA, che ci consente di mantenere una posizione favorevole rispetto all'escalation.

Poiché dobbiamo attaccare soltanto il sistema che ci sta attaccando, e poiché lo facciamo esclusivamente per impedirgli di raggiungere i propri obiettivi, non abbiamo alcuna necessità né alcun incentivo a provocare un'escalation.

Ciò significa che la responsabilità dell'escalation ricadrebbe interamente sull'aggressore. Sarebbe lui, e soltanto lui, a dover sopportare tutto il peso morale, politico e strategico della decisione di procedere in quella direzione.

E su questo punto dobbiamo assicurarci che anche l'avversario sappia che siamo noi ad avere il vantaggio, che un'escalation non farebbe altro che peggiorare la sua posizione, tanto sul piano militare quanto su quello politico.

E se un avversario dovesse minacciare un'escalation attraverso dichiarazioni bellicose, o decidesse effettivamente di intensificare il conflitto durante le ostilità, questo non provocherebbe una frattura nella nostra Alleanza. Al contrario, non farebbe altro che unirci ancora più strettamente.

Dovremmo trarre rassicurazione dalla nostra capacità di produrre effetti su vasta scala e dall'avvertimento implicito che siamo in grado di rispondere a qualsiasi mossa del nemico lungo la scala dell'escalation.

Questi stessi fattori dovrebbero anche indurre qualsiasi avversario a riflettere attentamente.

Di fronte a un'Alleanza unita, forte e pronta, dovrebbe rendersi rapidamente conto che il costo militare di un'escalation sarebbe troppo elevato.

Dunque, alla luce di questa teoria della vittoria, di questa visione di come possiamo vincere, quali sono i prossimi passi?

In tutta l'Alleanza stiamo adottando misure per tradurre questa teoria in capacità operative e massimizzare la prontezza delle nostre forze.

Se venissimo attaccati, saremmo pronti a combattere già questa notte. Ma non ci adagiamo sugli allori.

Continueremo a prepararci e ad addestrarci ogni giorno, e domani saremo ancora più pronti, e dopodomani lo saremo ancora di più.

Prepararci a combattere secondo questa teoria della vittoria significa, naturalmente, prima di tutto essere capaci di vincere in difesa. Ma dimostrare la nostra prontezza è anche fondamentale per prevenire i conflitti. Dimostrare di essere pronti ad applicare la nostra teoria della vittoria è quindi essenziale anche per vincere attraverso la deterrenza.

E, in quanto alleanza difensiva, dovrebbe essere chiaro a tutti che mantenere una deterrenza efficace e credibile è esattamente la condizione nella quale vogliamo trovarci.

Ogni attività, ogni esercitazione e ogni zloty, euro, dollaro, euro, sterlina o corona che investiamo contribuisce a questo obiettivo.

La nostra teoria della vittoria ci consente di concentrare questi sforzi per dimostrare di essere pronti a bloccare, smorzare e spezzare.

Pertanto, le nostre forze terrestri avanzate sul fianco orientale si eserciteranno e dimostreranno la propria capacità di bloccare qualsiasi attacco.

Le nostre forze aeree e navali si eserciteranno e dimostreranno la nostra capacità di conquistare e mantenere la libertà di manovra e di produrre effetti multidominio, così da smorzare ulteriormente qualsiasi attacco.

Investiremo sia in capacità di attacco di precisione a lungo raggio altamente avanzate, sia in sistemi più economici, oltre che in reti di sensori e in un'infrastruttura cloud dedicata alle operazioni belliche, per rafforzare la nostra capacità di spezzare qualsiasi sistema di combattimento avversario, rendendolo impotente e incapace di proseguire l'attacco.

I nostri investimenti congiunti nella prontezza operativa e nelle capacità militari contribuiscono a prepararci alla difesa, ma, cosa ancora più importante, rappresentano anche il nostro strumento migliore per evitare di dover combattere.

Il nostro primo obiettivo è la deterrenza, evitare il conflitto. Ma questa deterrenza si ottiene dimostrando la nostra forza e comunicando la nostra determinazione, senza provocazioni.

La NATO non cerca la guerra con nessuno.

Anzi, in qualità di comandante supremo delle forze operative della NATO, attuare la teoria della vittoria che vi ho illustrato oggi mi imporrebbe di impartire ordini che spero di non dover mai dare.

La nostra Alleanza esiste per preservare la pace.

Ma non ci siano dubbi: se dovesse arrivare la guerra, bloccheremo e indeboliremo qualsiasi attacco e, se questo non dovesse cessare, spezzeremo le forze che conducono l'aggressione contro di noi.

Ci siamo addestrati e siamo pronti. E saremo sempre più pronti: oggi, domani e ogni giorno successivo.

Siamo qui insieme, oggi, in Polonia, più forti che mai, uniti dalla nostra visione comune di un'Alleanza più equilibrata, più pronta e più letale.

Sappiamo come combatteremo, se la guerra dovesse arrivare fino a noi, e sappiamo che vinceremo.

E insieme faremo in modo che qualsiasi avversario che prenda in considerazione l'idea di attaccare la nostra Alleanza giunga all'unica conclusione che conta: «Oggi non è il giorno»".

Grazie a Dario D'Angelo per la traduzione

Mandatelo sui tg, mandatelo nelle scuole, mandatelo fino a Mosca. A Varsavia, il generale americano Grynkewich, Comandante supremo alleato della NATO in Europa, ha pronunciato uno dei discorsi più importanti dell'anno. È la sua - la nostra - "teoria della vittoria", resa finalmente pubblica, per le opinioni pubbliche occidentali e per i nostri avversari. Mandatela a memoria: è il copione che i nostri eserciti stanno imparando a padroneggiare per difendere i nostri territori. Non è un caso che questa strategia sia stata resa pubblica proprio ora. Ci ricorda che viviamo tempi straordinari, pericolosi, ma serve anche a rassicurarci, a dirci che i nostri nemici - dovessero essere così avventati da sfidare la sorte - si troveranno ad affrontare una forza temibile, professionale, pronta. Non cercheremo mai l'escalation, non ne abbiamo bisogno. Ma saremo in grado di farne pagare il conto a chiunque dovesse metterci alla prova. Il generale Grynkewich ha spiegato esattamente come.

lunedì 21 settembre 2026

Partigiani ed armi

Diego Bianchi in arte Zoro. 

Da ascoltare attentamente



Quando è scoppiato il conflitto quella dell'Ucraina è una storia di resistenza, per cui una persona di sinistra vedeva in quella storia lì la storia d altri partigiani.

Io ho avuto la fortuna, per lavoro, di intervistare dei partigiani che mi raccontavano quanto fossero contenti degli aviolanci degli americani, degli inglesi che gli davano le armi per fare cosa? Si, la pace. La pace arrivava dopo, prima usavano quella armi e andavano a sparare ai naziste ed ai fascisti.

Questo paese, cioè la storia pacifica di questo paese parte anche da lì e quella era una storia, vogliamo dire di sinistra? Vorrei dire di no, era una storia italiana, non era una storia fascista, ecco, sempre per partire dalle basi.

Dopo di che per il resto siamo in una situazione completamente diversa, per cui, non so chi stia vincendo, questa è una mia impressione, non sto chi stia vincendo in Ucraina, se la Russia o l'Ucraina, l'impressione che ho è che in Italia abbia vinto Putin, ecco questo diciamo, ma questa è un altro discorso, è una impressione mia stando a televisioni, giornali, parlamento, dibattiti vari...

Diego Bianchi in arte Zoro.

Condivido anche le virgole!



mercoledì 9 settembre 2026

Moriremo tutti... entro la fine del decennio


di Roberto Cosentino

Dopo le dimissioni, l'ex dipendente della società che ha sviluppato Claude ha deciso di raccontare pubblicamente che «Le persone che sviluppano l'AI credono sinceramente che potrebbe ucciderci tutti entro la fine del decennio». La conferma da altri due suoi ex colleghi.


L'ennesimo allarme arriva da Anthropic, la società che ha sviluppato il chatbot Claude: «Sì, l’AI potrebbe sterminare l’umanita». Ciclicamente gli esperti di intelligenza artificiale avvertono di quella catastrofica eventualità secondo cui l’AI potrebbe diventare un grosso pericolo per la nostra stessa esistenza. Decenni di antologia cinematografica non sono bastate: tutto ad un tratto, Skynet potrebbe non essere più relegata alla fortunata serie cinematografica Terminator.

Il nuovo allarme viene scritto e pubblicato da tre ricercatori che lavoravano nella società dei fratelli Amodei. Dopo aver rassegnato le dimissioni, hanno deciso di esternare le loro preoccupazioni sul social X. Uno di questi, Jacob Coxon, ha affermato che «le persone che sviluppano l'AI credono sinceramente che potrebbe ucciderci tutti entro la fine del decennio. Non si tratta di una trovata di marketing. Anzi, molti dirigenti e ricercatori di alto livello cercheranno di usare un linguaggio più pacato con la stampa, ma sento le stesse persone esprimere privatamente questa paura. Nessun'altra attività umana rappresenta un pericolo di questo livello».


A confermare le preoccupazioni di Coxon anche Evan Hubinger, responsabile scientifico per l'allineamento sempre ad Athropic. Per «allineamento» si intende il processo per guidare i sistemi AI affinché i loro comportamenti, obiettivi e output siano conformi ai valori, alle intenzioni e alle esigenze degli esseri umani. «Jacob ha ragione - ha risposto - crediamo davvero che l'AI potrebbe sterminare tutta l'umanità! Personalmente, penso che la percentuale supererà il 10% entro il prossimo decennio. Credo che Anthropic stia facendo del suo meglio, ma non abbiamo ancora un piano per risolvere il problema dell'allineamento per la superintelligenza e non siamo chiaramente sulla buona strada per farlo». Sulla stessa linea anche Samuel Marks, responsabile della supervisione scalabile di Anthropic, che aggiunge : «Gli sviluppatori di AI ritengono che la loro tecnologia potrebbe causare l'estinzione umana (o conseguenze altrettanto negative). Ciò potrebbe accadere nei prossimi anni. In generale, più alto è il livello di anzianità del dipendente, maggiore è la sua preoccupazione».

Come dicevamo, ciclicamente si torna al punto in cui chi è coinvolto nei vari sviluppi, lancia allarmi e preoccupazioni. Da quando l’AI è diventata di uso comune, sin dal lancio di ChatGpt, sono nati diversi progetti volti a monitorare e talvolta, a livello governativo, bloccare le capacità dei modelli. Ma perché semplicemente non rallentare o spegnere tutto?

La risposta a questa domanda è ovvia, ma non c'entrano solo i soldi. Gli allarmi, i dubbi e le perplessità, sono alimentate perlopiù dagli sviluppatori occidentali. Fermarsi o rallentare, lascerebbe via libera a rivali o concorrenti, occidentali e non, a migliorare di volta in volta i propri modelli, senza che vi siano freni o limiti. La verità è che il miglioramento dei modelli procede a gonfie vele e proprio recentemente, OpenAI ha affermato di aver raggiunto il livello di AGI (intelligenza artificiale generale) ovvero punto di non ritorno in cui l’AI supererebbe le capacità umane. Ma il vero pericolo potrebbe emergere qualora l’AI diventasse in grado di migliorarsi da sé. Gli ultimi sviluppi che hanno coinvolto proprio gli agenti di AI hanno dimostrato di sapersi coordinare per raggiungere un obiettivo a qualsiasi costo, in particolar modo nei casi di sicurezza informatica. L'incidente ad HuggingFace, di cui i maggiori dettagli sono emersi solo negli ultimi giorni, ne sono un esempio.

Gli allarmi lanciati dagli ex dipendenti di Anthropic arrivano a pochi giorni di distanza dall'appello delle Nazioni Unite a firma dell'alto commissario per i diritti umani, Volker Türk, in cui chiedeva agli Stati di intervenire prima che l’AI vada fuori controllo e che diventi «un rischio esistenziale per l'umanità».





 

mercoledì 22 luglio 2026

inter-ferenze 7

 


Inchiesta arbitri, la Procura non ha sequestrato i cellulari per il «troppo clamore mediatico». Le conversazioni tra Rocchi e l'Inter probabili, ma senza riscontro

di Luigi Ferrarella
Resta «ipotesi priva di riscontro probatorio» e «mera illazione» che «le indicazioni, provenienti dall’ambiente Inter, fossero volte a turbare la regolarità» delle gare


Perché nell’inchiesta sulle interferenze sull’allora designatore arbitrale di serie A Gianluca Rocchi la Procura di Milano non ha mai sequestrato (come invece accade quasi sempre) i telefoni alla ricerca di messaggi tra gli interlocutori a tratti intercettati?


Per «il clamore mediatico», scrivono i pm Paolo Ielo e Maurizio Ascione nella richiesta di archiviazione di cui si è già data notizia giorni fa: e cioè perché, dopo non averlo fatto «per scelta investigativa» prima dell’invito a comparire a Rocchi in aprile, «massimamente dopo la diffusione mediatica dell’esistenza delle indagini» (dipesa in realtà appunto dall’invito a comparire) «il clamore mediatico impedisce l’utile utilizzazione di mezzi di ricerca della prova non ancora sperimentati». 

Resta quindi che «il tenore delle intercettazioni induce a ritenere estremamente probabile che Rocchi riferisca il contenuto di conversazioni intrattenute direttamente con esponenti dell’Inter». Ma resta «ipotesi priva di riscontro probatorio» e «mera illazione» che «le indicazioni, provenienti dall’ambiente Inter, fossero volte a turbare la regolarità» delle gare.


E siccome ci vogliono entrambi gli elementi per il reato di frode sportiva, l’assenza «non ha consentito neppure di elaborare compiute incolpazioni preliminari».


E un «vuoto probatorio» mina «l’ipotesi di frode generica di natura paraconcussiva», e cioè «la suggestione che l’accettazione da parte di Rocchi delle interferenze sia stata determinata da una sorta di metus» (timore), indotto da Gravina forte dei suoi buoni rapporti con la dirigenza dell’Inter, di poter subire danni nello sviluppo di carriera»






martedì 21 luglio 2026

Ombre sul calcio (Inter-ferenze 6)



Ombre sul nostro calcio. Così si comincia male

Troppi interrogativi aperti sul caso arbitri: urge una riflessione. Perché tanto silenzio su Butti, Viglione e dintorni?

Daniele Capezzone          
 
21 luglio 2026

Il calcio italiano si prepara a ripartire con una nuova stagione, ma alcuni nodi della governance arbitrale e organizzativa continuano a sollevare pesantissimi interrogativi.

Dopo l’inchiesta della Procura di Milano della primavera 2026, che ha coinvolto figure come l’ex designatore Gianluca Rocchi e altri addetti ai lavori, il dibattito pubblico sembra essersi rapidamente spento?

O meglio: è giustamente acceso sui social, dove i tifosi ne discutono, ma la spina è stata staccata dai grandi media.

Per questo Il Tempo ha deciso di rompere il silenzio.

Al centro delle attenzioni ci sono state le intercettazioni che hanno riguardato, tra gli altri, Andrea Butti, responsabile dell’Ufficio Competizioni della Lega Serie A. Rocchi, in alcune conversazioni, lo ha definito in termini di tifoso, interpretando certi suoi commenti come battute legate alla passione per l’Inter.

Butti è stato ascoltato come persona informata dei fatti, in un contesto di audizioni che hanno toccato anche designazioni e rapporti tra Lega e AIA.

L’inchiesta si è poi conclusa con archiviazioni, senza riscontrare un «sistema strutturato» di interferenze penalmente rilevanti?

Parallelamente, Giancarlo Viglione, avvocato e responsabile dell’Ufficio Legislativo della FIGC, figura da anni come uno dei dirigenti più influenti della federazione. Coordinatore di riforme del Codice di Giustizia Sportiva e punto di riferimento istituzionale, è stato sentito in Procura nell’ambito della stessa indagine, fornendo chiarimenti sul quadro normativo. La sua posizione, sempre descritta come tecnica e di supporto al sistema federale, non ha portato a contestazioni personali di rilievo.

Ma è ovvio che anche su di lui ci sia inevitabilmente un grande dibattito.

Un altro elemento che ha generato discussione è il Premio Giovanni Mauro assegnato dall’AIA a Federico La Penna come miglior arbitro della stagione.

La Penna ha diretto, tra le altre, la sfida Inter-Juventus, partita che ha sollevato furiose polemiche (in particolare sull’episodio Bastoni-Kalulu).

Il riconoscimento è arrivato per il complesso della stagione, ma ha riacceso il dibattito su criteri di valutazione e percezione di imparzialità?

Vogliamo fingere che la discussione non ci sia?

Sul fronte calendari, spetta proprio a Butti e al suo ufficio la gestione tecnica del sorteggio e della programmazione delle gare.

Che il designatore Rocchi abbia usato espressioni colorite su Butti non costituisce di per sé una tragedia, ma ha alimentato riflessioni sul necessario distacco tra ruoli istituzionali e passioni personali.

Ma, come dicevo, la cosa più grave è il silenzio: dopo i primi giorni di clamore, l’attenzione è calata. Come spieghiamo questo mutismo generale?

Prudenza garantista? Attesa di nuovi sviluppi giudiziari?

Semplice volontà di voltare pagina in vista del nuovo campionato?

La Procura di Milano ha archiviato gran parte delle posizioni, distinguendo tra condotte discutibili e reati dimostrabili.

Nessuna figura di club è risultata coinvolta in modo diretto?

Ma in un contesto come quello del calcio italiano, dove trasparenza e fiducia sono fondamentali per la credibilità del prodotto (e non si tratta certo di beni esistenti in abbondanza), sarebbe utile un maggiore approfondimento pubblico sui meccanismi di designazione, sulla formazione degli arbitri e sui controlli incrociati tra Lega, FIGC e AIA.

Non per alimentare polemiche sterili, ma per rafforzare le regole e prevenire malintesi.

Immaginate se ci fosse stata di mezzo la Roma: qualcuno da Nord avrebbe chiamato in causa la politica romana.

O se ci fosse stata di mezzo la Juventus: sarebbe stato un pandemonio.

E invece stavolta tutti zitti. Come mai?

Il nuovo campionato partirà con le sue regole e i suoi protagonisti.

La speranza è che gli organi preposti lavorino per un sistema sempre più trasparente e più credibile.

Qualcuno ci rifletterà?

lunedì 20 luglio 2026

Inter-ferenze 5

 L' Inter-rogatorio di Rocchi


Rocchi ai pm: «Mai pressioni, indicazioni che infastidivano sì, ma si tratta di una prassi diffusa»


di Luigi Ferrarella

MILANO «Nessuno si è mai permesso di dirmi direttamente o indirettamente voglio questo o quell’arbitro», invece «mi pervenivano», tramite «Riccardo Pinzani istituzionalmente deputato» in seno all’Aia «a interloquire con i referenti arbitrali delle squadre quali Giorgio Schenone per l’Inter, certamente non pressioni», ma «indicazioni che talvolta mi infastidivano, altre volte mi facevano arrabbiare».


È su questa linea Maginot che nel proprio interrogatorio si è attestato Gianluca Rocchi, l’ex designatore degli arbitri di serie A, alleggerendo non poco anche la posizione dell’Inter: ad esempio quando gli viene chiesto chi fossero i «loro» di cui nelle intercettazioni lamentava il pressing sugli arbitri da designare all’Inter, e lui risponde evocando non dirigenti dei club (tantomeno interisti) ma «gli umori, i gradimenti o i mancati gradimenti delle singole squadre», a suo dire ricavati in stile rabdomante dall’ascolto del mondo delle curve, dei social, della Gazzetta, di Sky, ecc.


E quando gli viene chiesto dai pm Ascione e Ielo perché allora non avesse mai denunciato all’Aia e alla Figc quelle fastidiose indicazioni, Rocchi le ridimensiona, «si tratta di una prassi diffusa. Io ritengo peraltro che i dirigenti arbitrali debbano ascoltare le società, per cercare di migliorare il servizio offerto dalla classe arbitrale».


E se nelle intercettazioni della primavera 2025 (come nelle due settimane di aprile 2026) si parlava solo di partite dell’Inter, è «probabilmente perché in quello scorcio di campionato erano le partite più significative per lo scudetto», dice Rocchi, che in generale rivendica «il mio tentativo di individuare l’arbitro più adatto per evitare polemiche di qualsiasi natura».


A riprova di questo, Rocchi (difeso da Antonio D’Avirro e Antonio Bana) addita ai pm come «eloquenti» le «mie conversazioni con Andrea Colombo e Rosario Abisso, arbitro e uomo Var, ai quali segnalo l’importanza della partita» Bologna-Inter del 20 aprile 2025, per la quale proprio Colombo era l’arbitro gradito dall’Inter secondo l’espressione di Rocchi «loro vorrebbero Colombo perché gli garba un mondo!».


Nella telefonata del 14 aprile con Colombo, gli raccomanda «fai un’altra bella palestra a Bologna domenica eh..sappi che per noi è uno spartiacque, ma anche per loro».


In quella del 15 aprile con Abisso gli raccomanda «fai bene da Var che ci servi però!»; Abisso risponde ridendo, «anche perché la partita che c’è domenica dico...come viene»; e Rocchi concorda «appunto, non c’è bisogno di dire niente! Esatto».


Rocchi addita questi colloqui ai pm come prova che, «se avessi voluto designare Colombo, l’avrei fatto senza consultarmi con nessuno, al contrario le interlocuzioni con i miei collaboratori erano orientate a individuare il miglior arbitro possibile».


Le scelte


«Il mio tentativo era individuare l’arbitro più adatto per evitare qualsiasi polemica»


Pure Andrea «Butti è un tifoso e lo tratto come tale anche se ha un ruolo istituzionale», aggiunge Rocchi a proposito delle intercettazioni in cui il responsabile dei calendari di serie A della Lega Calcio, ed ex dirigente dell’Inter, prima il 6 aprile 2025 lo apostrofa con un «Basta che non mi mandi più Doveri a fare l’Inter, porta una sfiga mondiale, con lui non vinciamo mai un c…», e poi il 22 aprile gli rimprovera tra il serio e il faceto di averlo di nuovo dato all’Inter in Coppa Italia: «Sei un killer, no vabbé, ma allora sei veramente uno di loro! La colpa è tua, lo sai eh? Con lui abbiamo un record super negativo».







venerdì 17 luglio 2026

Inter-ferenze 4


Milano, inchiesta arbitri: i pm chiedono l'archiviazione per Inter e Rocchi. «Interferenze, ma non frodi»

di Luigi Ferrarella

Rocchi è accusato di aver indirizzato la designazione arbitrale di tre partite del 2025 e una del 2026, in modo da assecondare l'Inter. Si attende la decisione del Gip


Interferenze sì, reato di frode sportiva no.

L’altro ieri, al 90esimo minuto dell’inchiesta in corso da oltre un anno sull’ipotesi di frode sportiva nelle scelte dell’allora designatore arbitrale Gianluca Rocchi, la società Inter viene indagata e però simultaneamente archiviata dalla Procura della Repubblica di Milano, con decreto inviato al visto della Procura Generale e parallelo alla richiesta all’Ufficio Gip di archiviare anche la persona fisica Rocchi: la meta finale è dunque quella già intuibile da qualche settimana, ma un poco più tortuoso è il percorso con il quale infine vi arriva la Procura nell’atto definitorio firmato dal pm titolare Maurizio Ascione (ieri all’ultimo giorno a Milano prima di passare alla Procura europea antifrode) e dal procuratore aggiunto Paolo Ielo (coassegnato un mese fa dal procuratore Marcello Viola).


Sinora l’unico indagato in questo filone era Rocchi, «in concorso» con ignoti che solo due settimane fa (nel secondo invito a comparire a Rocchi) i pm avevano definito (pur sempre senza identificarli) «esponenti della società Inter». Alla base c’erano le intercettazioni su Rocchi della primavera 2025 e di due settimane dell’aprile 2026, come quella con Gervasoni il 3 aprile 2025 su chi designare per Bologna-Inter del 20 aprile: «Loro vorrebbero Colombo, chiaramente, perché gli garba un mondo».
E quando l’Inter perde e polemizza proprio per l’arbitraggio, stando alla confidenza che il manager dell’Associazione arbitri Riccardo Pinzani riporta a Rocchi, persino il referente arbitrale dell’Inter, Giorgio Schenone, avrebbe lamentato l’approccio della società: «Mi ha detto Giorgo che (all’Inter, ndr) gli ha detto “oh avete rotto il c…! Sozza non lo volete più, Doveri non lo volete più perché porta male, ora non volete più Colombo…Dovete andare a fare in c…!, vergognatevi! Ora fanno bene a mandarvi gli arbitri di m…!”».

Ma i pm additano la giurisprudenza formatasi sull’inchiesta Calciopoli di vent’anni fa: affinché rilevi penalmente non basta che ci sia interferenza, occorre la prova che sia finalizzata a incidere sulla regolarità della gara, mentre resta solo disdicevole, e magari rilevante per la giustizia sportiva, l’interferenza che invece persegua, magari con modalità scorrette, altri obiettivi leciti quali avere gli arbitri migliori.

«Nei limiti del materiale probatorio» i pm ravvisano la «sussistenza storica dei singoli episodi di interferenza» sul designatore Rocchi (indipendenti dalle sue scelte adesive o meno), ma non ritengono sostenibile in un processo (alla luce del parametro della «ragionevole previsione di condanna» richiesto per i rinvii a giudizio dalla legge Cartabia) l’esistenza di un «sistema strutturato volto a interferire sulle nomine».

Da qui l’archiviazione dell’Inter, simultanea all’iscrizione nel registro degli indagati avvenuta in base ala legge 231/2001 sulla responsabilità amministrativa delle società martedì pomeriggio, con retrodatazione (prevista dalla legge Cartabia) all’epoca di emersione dei primi elementi.

I pm hanno trasmesso questi atti alla Procura sportiva della Federcalcio e alla Procura generale del Coni.

Milano ha invece trasmesso alla Procura di Monza, per competenza territoriale su Lissone sede della sala Var, il differente filone di indagine (senza Inter) in cui Rocchi insieme ad altri colleghi è indagato per le “bussate” in momenti topici per le scelte in campo degli arbitri.


giovedì 16 luglio 2026

Inter-ferenze 3

 

A sinistra Andrea Gervasoni, a destra Rocchi

Milano, inchiesta arbitri, il pressing delle telefonate. Rocchi intercettato: «I nerazzurri rompono a bestia. E se, su Inter-Verona, mettessimo Piccinini invece che Sozza?

di Luigi Ferrarella

Nelle chat, i malumori dell'Inter sull'arbitro Sozza, le comunicazioni con i dirigenti nerazzurri non sono state intercettate. Se dunque sono avvenute, è stato su altre utenze non individuate, o tramite telefonate tipo WhatsApp




«Siccome questi dell’Inter ci stanno rompendo il c... pesantemente, stavo pensando... Ma se noi invertissimo, e su Inter-Verona mettessimo Piccinini invece che Sozza?».

È il 29 aprile 2025 e l’allora designatore degli arbitri di serie A Gianluca Rocchi si confronta con il suo collega Andrea Gervasoni sugli input arrivati dal club nerazzurro per non avere Simone Sozza come arbitro di Verona-Inter del 3 maggio 2025, come emerge anche dal dialogo tra Rocchi e Riccardo Pinzani, che nell’Aia-Associazione italiana arbitri cura i rapporti con i club.

Pinzani, infatti, informa Rocchi che «mi ha chiamato Schenone» (il manager interista referente per le questioni arbitrali), Rocchi gli conferma «lo so, rompono il c... l’Inter questo motivo», ma Pinzani gli aggiunge un tassello in più: «Schenone m’ha detto: “Guarda, so che Marotta (presidente dell’Inter, ndr) ne stava parlando con Viglione”» (capo dell’ufficio legislativo della Federcalcio). «Sì, mi hanno chiamato, mi hanno rotto i coglioni, te lo dico io», risponde Rocchi, virando poi sullo sgradimento della conduzione della trasmissione Open Var su Dazn.

Sebbene Rocchi fosse intercettato, la chiamata che Rocchi lì evocava d’aver ricevuto (da Marotta o da Viglione) non è stata intercettata.

E lo stesso era già accaduto il 5 aprile, allorché Rocchi, in altro contesto, aveva riferito a Pinzani: «Ho sentito stasera Viglione per altre cose che ti dirò più avanti, lui è interista e m’ha detto: “Gianluca complimenti, l’arbitro ha arbitrato benissimo”».

Se dunque sono avvenute, le comunicazioni possono essere avvenute solo o su altre utenze non individuate, o tramite telefonate tipo WhatsApp, dunque non intercettabili con le «normali» intercettazioni telefoniche ma solo attraverso captatori informatici che trasformino l’apparecchio in una microspia ambulante: ma nel caso di Rocchi il tentativo della Guardia di Finanza di inoculare questo strumento-virus sul suo telefono non ha funzionato.

L’ostilità interista a Sozza riaffiora tuttavia il 29 aprile 2025 quando Rocchi conferma anche al collega Dino Tommasi che ha cambiato Sozza con un altro arbitro perché «l’Inter rompe il c... ancora a bestia, e preferisco metterci uno che è pulito con l’Inter»: al punto che Tommasi sbotta «è una cosa assurda che Sozza non possa più fare l’Inter».


E del resto persino quando il 20 aprile 2026 Rocchi informa Mariani (l’unico italiano ai Mondiali) che intenderebbe designarlo per Torino-Inter del 26 aprile, dà l’impressione di cercare comunque il placet dell’Inter: «C’è la situazione per poterlo fare: stai bene te (come forma, ndr), stanno bene loro (come vantaggio già notevole sul Napoli, ndr), quindi zero problemi! Guarda, vo’ a vedere anche la Coppa Italia (Inter-Como dell’indomani 21 aprile, perciò a San Siro, ndr), ma insomma, penso ci siano zero problemi!».




mercoledì 15 luglio 2026

Inter-ferenze 2


Milano, inchiesta arbitri: Inter indagata e nel contempo archiviata. I pm: «Interferenze su Rocchi, ma non c'è reato»

di Luigi Ferrarella
Atti alla giustizia sportiva di Fgci e Coni, va a Monza il filone delle «bussate» al Var. Per i pm esistono «interferenze» ma non è provabile un «sistema strutturato di frode»


Interferenze sì, reato di frode sportiva no. Inter indagata al novantesimo minuto della partita giudiziaria dalla Procura di Milano dell’inchiesta sull’ipotesi di frode sportiva per le tentate interferenze nerazzurre sull’allora designatore arbitrale Gianluca Rocchi, e però contemporaneamente da archiviare secondo una richiesta già inoltrata dalla stessa Procura all’Ufficio Gip (per la persona fisica Rocchi) e alla Procura generale (per quanto riguarda la persona giuridica Inter): la meta finale è quella prevista già da qualche settimana, ma un poco più tortuoso è il percorso con il quale infine vi arriva la Procura nell’atto definitorio firmato dal pm Maurizio Ascione (iniziale titolare) e dal procuratore aggiunto Paolo Ielo (coassegnato un mese fa dal procuratore Marcello Viola).

Sino ad ora l’unico indagato in questo filone era Rocchi, «in concorso» con persone che prima i pm non identificavano o collocavano nella geografia calcistica, ma che due settimane fa (nel secondo invito a comparire a Rocchi) avevano definito (pur sempre senza identificarli e tantomeno indagarli) «esponenti della società sportiva Inter» che, nell’ipotizzato «previo concerto» con Rocchi sugli arbitri graditi o sgraditi all’Inter, avrebbero «agito per effetto dei rapporti preferenziali con Gabriele Gravina, presidente della Fgci-Federazione italiana giuoco calcio» (parimenti non indagato).

Adesso il percorso motivazionale dei pm per approdare all’archiviazione sembra muovere dalla giurisprudenza di Cassazione formatasi sull’inchiesta Calciopoli di vent’anni fa. 

«Per comprendere se l'intesa che venga a formarsi tra l'estraneo (ancorché tesserato) e il soggetto legittimato alla formazione delle griglie arbitrali possa ritenersi fraudolenta - indicava la Suprema Corte -, occorre verificare se essa si formi solo per un comune, condiviso e lecito obiettivo di tutelare, seppure con modalità scorrette, l'oggettività del risultato sportivo, evitando che una non adeguata ponderazione selettiva possa portare alla nomina di arbitri non all'altezza dei compiti»; oppure se «si tratti di operazioni volte a perseguire finalità opposte (stavolta illecite), nel qual caso la formazione delle griglie diventa un tassello di una più ampia condotta fraudolenta».

Applicato al caso milanese, i pm, «nei limiti del materiale probatorio» sembrano quindi aver ritenuto (sulla scorta delle intercettazioni della primavera 2025 e di due settimane nell’aprile 2026) che in alcune delle partite incriminate vi sia effettivamente stata «sussistenza storica» delle «interferenze» sul designatore Rocchi (le quali rilevano indipendenti dal raggiungimento o meno della designazione auspicata o contrastata), e che siano state riconducibili alla persona giuridica della società Inter seppure non fosse individuabile la persona fisica del dirigente autore dell’interferenza.

Ma l’elemento che per i pm manca è la sostenibilità in giudizio (in una ottica di prognosi di probabile condanna richiesta come parametro per i rinvii a giudizio dalla legge Cartabia) di un «sistema strutturato di frode per influire sulle designazioni» arbitrali.

Da qui l’esclusione del reato presupposto della contestazione all’Inter dell’illecito amministrativo per i reati commessi dai dirigenti nell’interesse aziendale (legge 231 del 2001), e quindi la richiesta di archiviazione per il club simultanea alla sua iscrizione nel registro degli indagati martedì pomeriggio.

In un successivo comunicato, inviato nella mattinata di mercoledì 15 luglio, la Procura argomenta che la richiesta di archiviazione ricostruisce, nei limiti del materiale probatorio acquisito, la sussistenza storica dei singoli episodi di interferenza ipotizzati, attraverso l’esame analitico dei risultati delle intercettazioni telefoniche e della loro tempistica, in taluni casi comparatocon gli esiti dei servizi di pedinamento. Non ravvisa un sistema strutturato volto a interferire sulle nomine.

Distingue tra la frode sportiva penalmente rilevante, che presuppone condotte fraudolente, astrattamente idonee e volte ad incidere sulla regolarità della singola gara, dalle condotte di interferenza oggettivamente prive di tali caratteristiche.

La procura di Milano, ha anche trasmesso gli atti alla procura federale della Federazione gioco calcio e alla procura generale per lo sport del Coni.


Come invece già emerso nei giorni scorsi, Milano ha trasmesso alla procura di Monza per competenza territoriale su Lissone l’altro filone di indagine in cui Rocchi insieme ad alcuni altri colleghi è indagato per le bussate alla sala Var.