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venerdì 25 aprile 2025

25 aprile



“Il 25 aprile non si celebra soltanto l’insurrezione dei partigiani che hanno liberato le città italiane. 

Si celebra la fine della guerra, la sconfitta dei tedeschi, la distruzione della tirannia nazifascista.

E si celebra il fatto che, grazie all’insurrezione dei partigiani, l’Italia, che aveva cominciato quella guerra dalla parte vergognosa, di quelli che hanno fatto le camere a gas e i forni crematori, almeno un pezzo d’Italia, è riuscita a combattere e morire dalla parte giusta.

A quelli che oggi non si vogliono dire antifascisti, a loro vorrei chiedere: preferivi che gli americani e le nazioni unite avessero perso la guerra?

Preferivi che avesse vinto Hitler? 

Preferivi vincessero quelli delle camere a gas?

Perché, se è così, puoi anche non andare a celebrare il 25 aprile.

Dimmelo in faccia però.

Vorrei vedere chi oserebbe dirmelo in faccia.

Dimmelo in faccia che preferivi che vincessero le SS e non i partigiani”.


Buon 25 aprile a tutti!🌹







domenica 29 agosto 2021

A che serve studiare?



Caro Augias, ricordo ancora la domanda che ci fece il professore di Filosofia il primo giorno di liceo: «A che serve studiare? Chi sa rispondere?». 

Qualcuno osò rispostine educate («a crescere bene…», «a diventare brave persone…»). 

Niente, scuoteva la testa.

Finché disse: «Ad evadere dal carcere». 

Ci guardammo stupiti. «L’ignoranza è un carcere – aggiunse –. Perché là dentro non capisci e non sai che fare.

In questi cinque anni dobbiamo organizzare la più grande evasione del secolo.

Non sarà facile, vi vogliono stupidi ma se scavalcate il muro dell’ignoranza poi capirete senza dover chiedere aiuto.

E sarà difficile ingannarvi. Chi ci sta?».

Mi è tornato in mente quell’episodio indelebile leggendo che solo un ragazzo su venti capisce un testo.

E penso agli altri 19, che faticano ad “evadere” e rischiano l’ergastolo dell’ignoranza.

Uno Stato democratico deve salvarli perché è giusto.

E perché il rischio poi è immenso: le menti deboli chiedono l’uomo forte.
Massimo Marnetto


Risposta di Augias:

L’operaio conosce 300 parole, il padrone 1000: per questo è lui il padrone», era il titolo di una commedia di Dario Fo-Franca Rame (1969); l’idea gramsciana che dovere di un partito di sinistra fosse l’elevazione delle masse era ancora forte – di fronte al deserto culturale della parte opposta. L’ultima volta in cui l’ho sentita enunciare a livello politico fu col primo governo Prodi che dichiarò di voler mettere la scuola in cima alle priorità.
Nel discorso programmatico del primo governo Conte le parole scuola e cultura non c’erano. Nel Conte due è invece comparso un breve accenno. La verità è che un accenno non serve di fronte alla magnitudine del disastro. Se i dati Ocse-Pisa rivelano che solo un adolescente su venti riesce a decifrare un testo di media complessità, vuol dire che la regressione è galoppante, che leggere su uno strumentino elettronico non serve a niente perché con una comunicazione scheletrica e ripetitiva s’arriva a trasmettere un appuntamento o al massimo un’effusione sentimentale ridotta a «Tvb» (Ti voglio bene). Leggere e scrivere sono un’altra cosa.
Qualche giorno fa ho partecipato ad un corso per insegnanti organizzato da “Italiadecide” (Associazione di ricerca per la qualità delle politiche pubbliche). Una trentina di insegnanti, per la maggior parte donne, riunite a discutere di cooperazione e apprendimento alla luce dei princìpi costituzionali.
Sono rimasto sorpreso dalla qualità e dal tenore degli interventi, dall’evidente passione nell’arduo compito di insegnare a generazioni di giovani distratti (attratti) da ben altro.
A un certo punto una di loro ha detto: «Se offri una visione, il ragazzo ti segue». M’è parsa una frase chiave; «offrire una visione» significa non limitarsi a trasmettere una data, un nome, la località d’una battaglia o d’un trattato, significa completare un fatto, una pagina di testo, una strofa di poesia, una formula chimica, una scoperta della biologia accompagnandola col percorso, il significato, il contesto, il significato della cosa in esame. Poiché la politica è quello che, sulle spalle di insegnanti di questo livello grava l’intero peso di colmare il vuoto rivelato dai drammatici indici Ocse-Pisa.

Da la Repubblica del 6/12/2019

giovedì 6 febbraio 2014

Francamente me ne infischio


Appena uscito dal "tribunale" della Presidenza della Camera che ha istituito un maxiprocesso contro di noi, "esseri eversivi" colpevoli di volere il rispetto del regolamento della Camera, della Costituzione e rei di aver provato a difendere 4,5 miliardi di soldi nostri da un furto ad opera del Governo (soprattutto del PD) e delle banche private. Queste sono state le parole che ho pronunciato alla Boldrini:

Di Battista: Innanzitutto le esprimo la massima solidarietà per l'episodio spregevole che l'ha vista coinvolta ieri (il proiettile in busta). Spero che lei crederà all'assoluta sincerità di queste mie parole.

Boldrini: La ringrazio.

Di Battista: Per quel che concerne i fatti in questione, dopo averla ascoltata mentire al popolo italiano rispetto all'IMU…

Boldrini: Si attenga all'oggetto in questione.

Di Battista: Mi lasci concludere! Dopo aver assistito a un indecente e incostituzionale abuso della decretazione di urgenza, dopo aver visto un Questore della Camera picchiare una mia collega, dopo aver assistito ad una votazione dittatoriale in Commissione Affari Costituzionali, pur sforzandomi non riesco a intravedere alcuna autorità in questo pseudo tribunale che ci sta giudicando. Per cui fate quello che volete, francamente me ne infischio.

Boldrini: La ringrazio.

Di Battista: Arrivederci.





Link:

mercoledì 29 gennaio 2014

Ghigliottina


La ghigliottina è una macchina per la decapitazione di persone condannate alla pena capitale. Fu usata soprattutto in Francia, in Svizzera, in Italia, in Belgio e in Germania.

Nella versione utilizzata in Francia, l'apparecchio era formato da una base sulla quale erano fissati due montanti verticali di circa 4 metri di lunghezza, distanziati fra loro di circa 37 cm, sormontati da una barra trasversale che li univa tra loro sulla quale era montata una puleggia.

Tra i due montanti scorreva una lama di acciaio di forma di trapezio, montata in modo che il filo della lama si trovasse sul lato obliquo e rivolto verso il basso. Sopra la lama era apposto un peso metallico, talché l'insieme di lama e peso aveva una massa di circa 40 kg. La lama aveva un angolo di 45° rispetto all'asse orizzontale: molto più inclinata quindi di quanto appaia normalmente nell'iconografia popolare.




ROMA - Qualcuno l'ha chiamata, sbagliando, "tagliola". Ma il provvedimento che la Boldrini (ha preso) potrebbe prendere per fermare l'ostruzionismo del Movimento 5 stelle sul decreto Imu-Bankitalia si chiama in realtà "ghigliottina" e nel regolamento della Camera in realtà non esiste.

Questo istituto, al contrario di quanto accade al Senato dove è nel regolamento, discende da una interpretazione della presidenza della Camera della XIII legislatura, riconfermata nelle legislature successive.

La ghigliottina serve ad assicurare il diritto della maggioranza di deliberare in ordine al procedimento di conversione di un decreto-legge. La presidenza, fin dalla XIII legislatura, ha quindi costantemente affermato come rientri nella sua responsabilità assicurare la deliberazione della camera sui decreti-legge nei termini costituzionali ricorrendo, se necessario, allo strumento della 'ghigliottina'.

Luciano Violante, presidente della Camera nella XIII legislatura, spiegava come non fosse "accettabile in nessun sistema politico democratico che sia una minoranza a deliberare e non una maggioranza".

La 'ghigliottina', invece, al senato esiste. Ed è normata dagli art. 78 Comma 5 e art. 55 Comma 5 del regolamento. A Palazzo Madama si è stabilita l'applicazione della 'ghigliottina' al trentesimo giorno dal deferimento, ove il disegno di legge sia stato presentato al Senato o entro sessanta giorni complessivi se trasmesso dalla Camera. Alla scadenza il presidente può porre in votazione la conversione in legge del decreto con l'automatica decadenza di tutti gli emendamenti non esaminati, salvo, in casi determinati, porre in votazione gli emendamenti accolti dalla commissione competente per l'esame in sede referente.

Fino a oggi, però, la 'ghigliottina' non era mai calata sull'aula.



GIORNATA "NERA" PER IL PARLAMENTO E PER LA DEMOCRAZIA
La notizia

Non voglio entrare nel merito del provvedimento votato (forse un po' di respiro alla banche, che in fondo devono tutelare il risparmio, ci può  anche stare, ora poi che si rincorrono voci di attivazione del fondo interbancario di garanzia per la Tercas che in realtà non esiste veramente e che verrà finanziato da tutto il sistema con altre poste pesanti da mettere al passivo), ma se in settant'anni di storia parlamentare lo strumento usato oggi dalla Presidente della Camera (tra l'altro Camera eletta con un sistema elettorale dichiarato anticostituzionale e quindi illegittimo) per bloccare le opposizioni non era mai stato usato un motivo profondo ci deve essere.
Forse, ora, in parlamento c'è una vera "opposizione" come non c'era mai stata. E bloccarla così mi fa sempre di più credere che in Italia sia davvero in atto un "golpe" dolce...
Spero proprio che alle prossime elezioni questa lordura venga spazzata via, con il porcellum rettificato dalla consulta, con l'italicum o con qualsiasi altra legge...fino a che punto continueremo a farci prendere per il culo?
Abbiamo proprio bisogno di aria nuova...e non vorrei mai che alla fine la "ghigliottina" la usi il popolo...per davvero!

mercoledì 11 settembre 2013

L’evoluzione della democrazia



Ferdinando Boero per Internazionale


Ci sono due modi principali per descrivere gli schemi evolutivi. Il gradualismo darwininano prevede che gli organismi cambino gradualmente, generazione dopo generazione, e che la selezione naturale incanali la variabilità, onnipresente in natura, verso “soluzioni” ottimali ai problemi posti dall’ambiente. Gradualmente le specie evolvono e possono trasformarsi in altre specie.


Negli anni settanta, Eldredge e Gould proposero gli equilibri punteggiati. La forma di selezione più forte, secondo questo modello, è stabilizzante e le specie restano in equilibrio (cioè non cambiano) per molto tempo. Poi, all’improvviso, si verificano salti evolutivi che, appunto, “punteggiano” l’evoluzione. Usando la logica popperiana (a sproposito) i saltazionisti, con il loro modello, affermarono di aver falsificato il gradualismo e, allo stesso modo, i gradualisti, trovando esempi di evoluzione graduale, affermarono di aver falsificato il saltazionismo. Entrambi falsificano l’universalità dell’altra visione, ma non la sua esistenza: esiste l’evoluzione per salti ed esiste l’evoluzione graduale. Nessuna delle due spiega tutti i fenomeni evolutivi. Una “puntella” l’altra.

Che c’entra questo con la democrazia? C’entra, c’entra. La democrazia non è un prodotto obbligato della socialità, il marchio di fabbrica della nostra specie. La nostra storia sociale inizia con la famiglia, e poi con la tribù, poi ci sono stati regni e imperi, e qualche volta soltanto ci sono state forme di governo in cui, con opportuni accorgimenti, si è tentato di far governare “il popolo”. La Grecia, di solito riconosciuta come la culla della democrazia, non ha mai raggiunto grande complessità organizzativa. La democrazia era presente nelle città, ma queste si combattevano e non riuscivano a trovare meccanismi di governo sopra-cittadino. Di solito i popoli sono stati governati da re, imperatori, tiranni, oligarchie. Ogni tanto gli oppressi si arrabbiano e fanno fuori i prepotenti e, di solito, altri prepotenti prendono il posto dei precedenti.

L’occidente ritiene la democrazia come qualcosa di innato nel nostro modo di rapportarci gli uni con gli altri. E ritiene giusto “esportare” questo modello verso tutti gli altri popoli. A volte l’”insegnamento” richiede un po’ di violenza, ma poi i vantaggi sono innegabili. Sarà. Come con l’evoluzione, a volte le cose vanno così, altre volte no. La democrazia, in Giappone, è arrivata con un bel salto, anzi con due: due bombe atomiche. Ed è arrivata in modo brusco anche in Germania, e anche in Italia. In altri posti, come in Inghilterra, è presente da tantissimo tempo.

Ora chiediamoci: ma l’Italia è davvero un paese democratico? Certo, lo è. Andiamo a votare e possiamo esprimere la nostra opinione. Se non ci sono candidati che ci piacciono, la colpa è nostra che non siamo in grado di esprimerli. Però, se ci pensate, la stramaledetta faccenda Berlusconi porta qualcuno a dire: ci hanno votato in tanti, e quindi abbiamo ragione. Eh no, la democrazia prevede che chi ha la maggioranza comandi, ma non garantisce che abbia ragione. Una vera democrazia ha meccanismi per impedire la dittatura della maggioranza.

Un mio amico me l’ha spiegato così: siamo in quattro a condividere un appartamento e, ogni sera, mettiamo ai voti chi debba lavare i piatti; mi metto d’accordo con gli altri due e, in tre, ogni sera votiamo che li devi lavare tu. Se ti opponi sei antidemocratico. Volete qualche esempio dal mondo reale? Il primo è successo in Algeria, ma ora sta succedendo in Egitto e, forse, anche in Tunisia e in Turchia. Si fanno le elezioni e un partito a forte base religiosa si presenta. Il suo programma è di abolire la democrazia e di instaurare un governo basato sui dettami di un libro scritto da una divinità. Quel partito vince le elezioni e quindi quel popolo, democraticamente, decide di rinunciare alla democrazia come la intendiamo noi. Chi ha perso le elezioni, per difendere la democrazia, va contro l’esito delle elezioni democratiche. Risultato: guerra civile. Da noi si vive troppo bene per fare una guerra civile vera, ma sono vent’anni che è in corso un guerra civile fredda. E non accenna a diminuire.

La prima volta che ho dubitato delle rivoluzioni democratiche è stato quando, in Persia (ora Iran) fu rovesciato lo scià. Arrivò Kohmeini e, all’inizio, fui proprio contento. Vedevo le sue interviste da Parigi, dove era esule, e mi sembrava un tipo a posto. Proprio come Morsi!

La democrazia prevede una forma di adattamento culturale molto profonda. Se la cultura del popolo che dovrebbe praticare la democrazia non è arrivata a conquistarsi quell’adattamento, il progetto fallisce. E pensare di poterlo imporre con la forza non porta a buoni risultati.

In Italia, per esempio, siamo ancora culturalmente molto lontani dalla democrazia. Noi non pensiamo che lo stato sia qualcosa di buono. Pensiamo che con la privatizzazione delle cose di stato si possano risolvere i problemi perché, semplicemente, non ci fidiamo dello stato. Lo stato è un nemico. Se un popolo vede lo stato come un nemico, non è maturo per esercitare la democrazia. Noi abbiamo ancora una visione contrapposta tra la nostra città o regione (spesso è proprio la città ad essere il centro di tutto e, se ci sono due squadre di calcio, sono guai persino nella stessa città) e lo stato. Al nord c’è la lega, al sud c’è la malavita organizzata, ma le cose non cambiano. Assistiamo a tentativi di instaurare forme di governo alternative a quella statale. In entrambi i casi assistiamo al sacco delle cose di stato e le due forme di antistato spesso si alleano, come forse mostra il giudizio espresso dalla magistratura sul caso Dell’Utri.

Adesso pensiamo alla Siria, all’Iran, all’Iraq, al Sudan, allo Yemen, alla Mauritania (la lista può continuare molto a lungo) a tutta una serie di stati che hanno ancora forme tribali di visione del potere. Con sette religiose contrapposte, con culture molto differenti e apparentemente inconciliabili, tipo quelle delle città dell’antica Grecia, a voler essere benevoli. La democrazia si ottiene esportando cultura, e l’evoluzione di solito è graduale, soprattutto nei popoli che sono culturalmente molto lontani dal questa forma di gestione del potere. E noi siamo tra quelli.

Volete una prova? In molte regioni d’Italia esiste un proverbio che dice: chi fa le parti ha la parte peggiore. Deriva dalla saggezza salomonica secondo cui chi fa le parti è l’ultimo a scegliere e, quindi, se ci sono parti diverse, visto che è l’ultimo a scegliere, gli tocca la peggiore. Ma questo proverbio si è “evoluto” in: chi fa le parti ha la parte peggiore (se è fesso). E l’ultima versione è: chi fa le parti ha la parte migliore. Il che significa che chi si trova a comandare è autorizzato a fare i propri interessi. Questo, da noi, viene accettato come inevitabile, anzi, come giusto. La strada da fare è ancora lunga. Per popoli lontani, ma anche per il nostro. Prima di pensare di esportare la democrazia, sarebbe bene che imparassimo a praticarla.

Ultimo esempio sui danni di una democrazia mal praticata. Abbiamo fatto le valutazioni del sistema universitario. E si dice che con la valutazione dovremmo capire dove stanno le “eccellenze” e dove le “sofferenze”. Vi svelo un segreto: le eccellenze sono poche, le sofferenze sono tante. I rettori si eleggono democraticamente. In un’università dove ci sono più sofferenze (cioè docenti che producono poco scientificamente) che eccellenze (docenti che producono al meglio) chi credete che determini l’esito delle elezioni? Indovinato: vincono i mediocri e gli eccellenti sono marginalizzati. In nome della democrazia! Se dovete farvi operare non ve ne importa nulla della democrazia. Volete andare nel posto migliore. E se c’è solo uno che sa fare certi interventi, volete quello. Perché volete il migliore, della massa dei mediocri non vi importa.

Bene, ora bisogna trasferire questo alla gestione dello stato. Trovando il bilanciamento tra il governo del popolo e il governo dei furbi o dei mediocri. Noi non ci siamo ancora riusciti, ed è meglio se non esportiamo proprio niente! Forse il nostro problema è che siamo un paese con un gran numero di mediocri che si credono furbi e che, forti del numero, stanno portando il paese alla rovina. Ma se lo diciamo siamo antidemocratici, no? Un bel dilemma.

Finisco con questo, che secondo me rende giustizia al proverbio “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”. Sono in Marocco, e vado in pullman da Marrakech a Essaouira. Vedo molte aziende italiane che operano lungo quella strada. Come mai così tanti italiani?, chiedo al mio amico Mohamed. Semplice: voi siete corrotti e noi siamo corrotti. Ci intendiamo a meraviglia. Sono venuti i tedeschi e sono scappati dopo tre mesi. Bene, ora confrontiamo la fiducia che i popoli “democratici” hanno nei nostri confronti e quella che hanno nei confronti dei tedeschi. E non chiediamoci come mai il nostro paese non attira investimenti!

Ferdinando Boero è uno zoologo, ecologo-evoluzionista. Lavora all’università del Salento e al Cnr-Ismar. Il suo ultimo libro è Economia senza natura. La grande truffa.

Nella foto, la scultura sottomarina 
“La rivoluzione silenziosa” di Jason de Caires Taylor, nelle acque al largo di Cancún, in Messico. 
(Jorge Silva, Reuters/Contrasto)