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martedì 14 aprile 2026

Perché mai dovremmo colpire l'Italia...




Perché mai dovremmo colpire l'Italia? Amiamo gli italiani, il calcio, il cibo e amiamo Roma, Rimini, Pisa, Milano, Venezia, Sardegna, Firenze, Napoli, Genova, Torino, Sicilia e tutto ciò che c'è nel mezzo. 🇮🇹

 


Contesto:

Trump attacca Meloni e tra le tante dichiarazioni deliranti c'è anche questa:

"Sul Papa Giorgia Meloni ha detto che è inaccettabile quello che ho dichiarato? È lei che è inaccettabile, perché non le importa se l’Iran ha una arma nucleare e farebbe saltare in aria l’Italia in due minuti se ne avesse la possibilità".

LINK TELEGRAM



Da qui il perfetto post su X da parte dell'ambasciata Iraniana in Thailandia, che, tra l'altro, cita anche la mia Rimini...



 

domenica 25 ottobre 2015

5 CONSIGLI UTILI (?) PER CHI TROVA I LADRI IN CASA

Spara e uccide ladro in casa nel Milanese: 65enne indagato per omicidio volontario. Maroni: "Paghiamo noi l'avvocato"


Visto che sono cose che succedono ormai tutti i giorni, è bene conoscere alcuni utili consigli in caso di presenza di ladri a casa nostra.
 

Primo.
Occorre rimuovere filo spinato ed eventuali spuntoni di ferro per chi avesse un giardino. Qualora nello scavalcare il ladro si ferisse, verreste condannati per lesioni colpose, anche lesioni gravissime ove il ladro fosse poco agile. In sede civile sarete tenuti al risarcimento del danno.
 

Secondo.
Tenete conto che il ladro ha facoltà di entrare a casa vostra. Da quando la violazione di domicilio è stata depenalizzata, non è che il ladro abbia un vero e proprio diritto di entrare e sedersi a tavola con voi, ma se lo fa non viene punito. Quindi, prima di trattarlo male e prenderlo a male parole, considerate bene cosa dice la legge.
 

Terzo.
E' molto brutto svegliarsi e scoprire che c'è qualcuno in casa, le vostre reazioni potrebbero essere inconsulte e provocare danni. Meglio alla sera prendere camomille o tranquillanti, non farete brutti incontri, ci resterete solo un po' male al mattino, ma non capiterà nulla a voi. A loro non capita nulla in ogni caso, quindi è meglio così.
 

Quarto.
Certo che se poi il ladro entra nella vostra stanza e vi punta una torcia in faccia, finisce che vi svegliate. Se vi svegliate in quel modo, annebbiati, spaventati, ancora poco lucidi potreste reagire male. Se aveste una pistola, potreste anche sparare. Errore gravissimo, perché le regole sono diverse. Se a sparare siete voi derubati, vi andrebbe benissimo se finiste condannati a qualche anno per eccesso di legittima difesa (poi, usciti dal carcere, dovreste vedervela con i parenti e i complici del ladro). Si tratta quindi di valutare con calma e con attenzione con chi si ha a che fare. In quei pochi istanti dovrete capire se il ladro è armato, se è violento, se è drogato, se ha intenzione di uccidervi. Dopo l'analisi, e soltanto se avete accertato che si tratta dell'ultima ipotesi, forse vi verrà concesso di sparare, di striscio però e, attenzione, solo frontalmente. Perché se malauguratamente il ladro si girasse durante lo sparo e venisse colpito di schiena, un buon vent'anni di reclusione non ve li toglie nessuno. Tenete anche conto che se invece il vostro ladro fosse un po' strano o un po' pazzo e vi mandasse all'altro mondo, dopo un paio d'anni o in certi casi anche subito dopo, tornerebbe in libertà e ve lo ritrovereste, anzi, chiedo scusa, i vostri eredi se lo ritroverebbero, sotto casa.
 

Quinto.
Probabilmente questi consigli non sono granché soddisfacenti. E' vero. La soluzione migliore sarebbe andarsene di qui, dove tutto funziona all'incontrario, e farsi accogliere in un Paese normale. Il problema è che l'unico Paese che accoglie tutti è il nostro. Quelli normali hanno delle regole, e le fanno rispettare 

Domenico (trovata su FB)



sabato 24 gennaio 2015

Italy the extraordinary commonplace

mercoledì 15 gennaio 2014

E' ora! - il manifesto di Wired per far ripartire l'Italia (e un video)


1. L’innovazione non è tecnologia, è cultura.

2. L’innovazione non chiede permesso. Premia il merito, non ha timore di cannibalizzare se stessa.

3. La crisi è insuperabile solo per chi guarda al presente con gli occhi del passato.

4. Non ci accontentiamo della decrescita felice.

5. La distinzione tra reale e virtuale non esiste. Il digitale è il nostro mondo.

6. Riscattiamo il fallimento: l’importante non è restare in piedi, ma la velocità con cui ti rialzi.

7. In Italia hacker e maker ci sono da dieci secoli: si chiamano artigiani. È questa la terza rivoluzione industriale.

8. Le nostre eccellenze restano isole. Servono nuove mappe per metterle in rete e realizzare le condizioni per ripartire.

9. Lo sviluppo comincia dagli spazi urbani locali e globali, crocevia dell’innovazione, luoghi dell’economia creativa.

10. Il futuro è presente.


Nel video qui sotto lo staff di Wired ha declinato a suo modo il manifesto “È ora” che avete appena letto. E per te che cosa “è ora di fare”? Se vuoi, lascia un commento qui sotto (o lascialo sul sito wired.it).



domenica 8 dicembre 2013

L'Italiano





Caro Professore,in una discussione tra adulti è emerso un dubbio:‘qual è’ si scrive con o senza l’apostrofo? Secondo me non ha mai l’apostrofo, ma c’è chi sostiene il contrario.
Un cordiale saluto,
Donatella



Gentile Donatella,

qual è un troncamento non un’elisione: perciò va sempre scritto senza apostrofo.

Per chiarirne i motivi, le copio qui sotto la nota presente nello Zingarelli 2012 alla voce quale. Dallo stesso vocabolario copio anche parte della Nota d’uso Elisione e troncamento.

Con i miei migliori saluti,

Lorenzo Enriques


quale

[lat. quâle(m), di orig. indeur. ¤ sec. XII]

A agg. interr. (pl. quali, poet. †quai, poet. †qua’ davanti a parola che comincia per consonante.)

Nota Bene: Si tronca davanti a parole che cominciano per vocale, spec. davanti alle forme del v. essere, e anche davanti a parole che cominciano per consonante spec. in alcune espressioni entrate nel linguaggio comune: qual è; qual era; qual sono; per la qual cosa; in un certoqual modo. ATTENZIONE: poiché si tratta di troncamento e non di elisione, non si apostrofa mai: qual è e non qual’è. (V. nota d’uso ELISIONE e TRONCAMENTO)
————————–

(Dalla Nota d’uso: Elisione e troncamento)

Nel caso di caduta della sola vocale finale davanti a parola che comincia per vocale resta spesso il dubbio se si tratti di elisione o di troncamento e cioè se si debba mettere l’apostrofo. Per esempio: buon anno o buon’anno? qual è oqual’è? pover uomo o pover’uomo? un artista o un’artista? Il problema si può facilmente risolvere. Se la parola accorciata può essere posta davanti ad un’altra parola dello stesso genere che comincia per consonante, questo significa che tale parola non richiede elisione perché è già di per sé compiuta. È una forma tronca, non ci vuole l’apostrofo. Per es. buon davanti a parola maschile che comincia per consonante non si modifica: buon compleanno, buon pranzo; potrò quindi scrivere buon anno, buon appetito, ecc. Al contrario, buon davanti a parola femminile che comincia per consonante non si può dire: buon donna, buon maestra sono forme inaccettabili, occorre dire buona. Poiché l’aggettivo buona si elide davanti a vocale, scriverò: buon’amica, buon’alimentazione. Per lo stesso motivo scriverò qual è, qual auspicio, qual amica, qual angoscia (senza l’apostrofo: posso dire infatti qual buon vento, qual cumulo di errori ed anche, al femminile, qual grazia, qual testardaggine). Scriverò invece pover’uomo, trattandosi di elisione (infatti non posso scrivere pover caro, pover figlio, bensì povero caro, povero figlio). Quanto a un artista, se si tratta di un uomo lo scriverò così, senza apostrofo (in quanto posso dire un cane, un leone), ma scriverò un’artista(= una artista) se si tratta di una donna (appunto perché non posso dire un donna, un sedia, bensì una donna, una sedia).

- See more at: http://dizionari.zanichellipro.it/la-posta-del-professore/2012/05/18/qual-e-o-quale/#sthash.f1hyctmm.dpuf

venerdì 18 ottobre 2013

London School of Economics: dell’Italia non rimarrà nulla, in 10 anni si dissolverà

http://www.imolaoggi.it/2013/10/16/london-school-of-economics-dellitalia-non-rimarra-nulla-in-10-anni-si-dissolvera/

lunedì 16 settembre 2013

Preventivi...(the italian job)


Un sindaco chiede un preventivo per pitturare la facciata del municipio e gli arrivano tre offerte: quella di un tedesco per 3.000,00 Euro, quella di un francese per 6.000,00 e quella di un italiano per 9.000,00.

Davanti a tali differenze, convoca una riunione con i tre concorrenti affinché giustifichino i loro preventivi.

Il tedesco gli dice che vuole usare una vernice acrilica per esterni che costa 1.000,00 Euro e che vuole dare due mani, poi tra impalcature e pennelli si spendono altri 1.000,00 Euro ed il resto è il suo guadagno.

Il francese giustifica il suo preventivo dicendo che lui è il miglior pittore in circolazione, che usa vernice poliuretanica e che vuole dare tre mani.
La pittura viene quindi 3.000,00 Euro, tra impalcature e pennelli si spendono altri 2.000,00 Euro e gli altri 1.000,00 Euro sono il suo guadagno.

L'Italiano, che viene ascoltato solo per curiosità poiché il suo preventivo non è paragonabile agli altri, dice:

"sindaco, il mio è sicuramente il preventivo migliore: 3.000,00 Euro sono per te, 3.000,00 Euro sono per me e....3.000,00 Euro sono per il tedesco che pittura la facciata....."


Italians do it better... 

mercoledì 11 settembre 2013

L’evoluzione della democrazia



Ferdinando Boero per Internazionale


Ci sono due modi principali per descrivere gli schemi evolutivi. Il gradualismo darwininano prevede che gli organismi cambino gradualmente, generazione dopo generazione, e che la selezione naturale incanali la variabilità, onnipresente in natura, verso “soluzioni” ottimali ai problemi posti dall’ambiente. Gradualmente le specie evolvono e possono trasformarsi in altre specie.


Negli anni settanta, Eldredge e Gould proposero gli equilibri punteggiati. La forma di selezione più forte, secondo questo modello, è stabilizzante e le specie restano in equilibrio (cioè non cambiano) per molto tempo. Poi, all’improvviso, si verificano salti evolutivi che, appunto, “punteggiano” l’evoluzione. Usando la logica popperiana (a sproposito) i saltazionisti, con il loro modello, affermarono di aver falsificato il gradualismo e, allo stesso modo, i gradualisti, trovando esempi di evoluzione graduale, affermarono di aver falsificato il saltazionismo. Entrambi falsificano l’universalità dell’altra visione, ma non la sua esistenza: esiste l’evoluzione per salti ed esiste l’evoluzione graduale. Nessuna delle due spiega tutti i fenomeni evolutivi. Una “puntella” l’altra.

Che c’entra questo con la democrazia? C’entra, c’entra. La democrazia non è un prodotto obbligato della socialità, il marchio di fabbrica della nostra specie. La nostra storia sociale inizia con la famiglia, e poi con la tribù, poi ci sono stati regni e imperi, e qualche volta soltanto ci sono state forme di governo in cui, con opportuni accorgimenti, si è tentato di far governare “il popolo”. La Grecia, di solito riconosciuta come la culla della democrazia, non ha mai raggiunto grande complessità organizzativa. La democrazia era presente nelle città, ma queste si combattevano e non riuscivano a trovare meccanismi di governo sopra-cittadino. Di solito i popoli sono stati governati da re, imperatori, tiranni, oligarchie. Ogni tanto gli oppressi si arrabbiano e fanno fuori i prepotenti e, di solito, altri prepotenti prendono il posto dei precedenti.

L’occidente ritiene la democrazia come qualcosa di innato nel nostro modo di rapportarci gli uni con gli altri. E ritiene giusto “esportare” questo modello verso tutti gli altri popoli. A volte l’”insegnamento” richiede un po’ di violenza, ma poi i vantaggi sono innegabili. Sarà. Come con l’evoluzione, a volte le cose vanno così, altre volte no. La democrazia, in Giappone, è arrivata con un bel salto, anzi con due: due bombe atomiche. Ed è arrivata in modo brusco anche in Germania, e anche in Italia. In altri posti, come in Inghilterra, è presente da tantissimo tempo.

Ora chiediamoci: ma l’Italia è davvero un paese democratico? Certo, lo è. Andiamo a votare e possiamo esprimere la nostra opinione. Se non ci sono candidati che ci piacciono, la colpa è nostra che non siamo in grado di esprimerli. Però, se ci pensate, la stramaledetta faccenda Berlusconi porta qualcuno a dire: ci hanno votato in tanti, e quindi abbiamo ragione. Eh no, la democrazia prevede che chi ha la maggioranza comandi, ma non garantisce che abbia ragione. Una vera democrazia ha meccanismi per impedire la dittatura della maggioranza.

Un mio amico me l’ha spiegato così: siamo in quattro a condividere un appartamento e, ogni sera, mettiamo ai voti chi debba lavare i piatti; mi metto d’accordo con gli altri due e, in tre, ogni sera votiamo che li devi lavare tu. Se ti opponi sei antidemocratico. Volete qualche esempio dal mondo reale? Il primo è successo in Algeria, ma ora sta succedendo in Egitto e, forse, anche in Tunisia e in Turchia. Si fanno le elezioni e un partito a forte base religiosa si presenta. Il suo programma è di abolire la democrazia e di instaurare un governo basato sui dettami di un libro scritto da una divinità. Quel partito vince le elezioni e quindi quel popolo, democraticamente, decide di rinunciare alla democrazia come la intendiamo noi. Chi ha perso le elezioni, per difendere la democrazia, va contro l’esito delle elezioni democratiche. Risultato: guerra civile. Da noi si vive troppo bene per fare una guerra civile vera, ma sono vent’anni che è in corso un guerra civile fredda. E non accenna a diminuire.

La prima volta che ho dubitato delle rivoluzioni democratiche è stato quando, in Persia (ora Iran) fu rovesciato lo scià. Arrivò Kohmeini e, all’inizio, fui proprio contento. Vedevo le sue interviste da Parigi, dove era esule, e mi sembrava un tipo a posto. Proprio come Morsi!

La democrazia prevede una forma di adattamento culturale molto profonda. Se la cultura del popolo che dovrebbe praticare la democrazia non è arrivata a conquistarsi quell’adattamento, il progetto fallisce. E pensare di poterlo imporre con la forza non porta a buoni risultati.

In Italia, per esempio, siamo ancora culturalmente molto lontani dalla democrazia. Noi non pensiamo che lo stato sia qualcosa di buono. Pensiamo che con la privatizzazione delle cose di stato si possano risolvere i problemi perché, semplicemente, non ci fidiamo dello stato. Lo stato è un nemico. Se un popolo vede lo stato come un nemico, non è maturo per esercitare la democrazia. Noi abbiamo ancora una visione contrapposta tra la nostra città o regione (spesso è proprio la città ad essere il centro di tutto e, se ci sono due squadre di calcio, sono guai persino nella stessa città) e lo stato. Al nord c’è la lega, al sud c’è la malavita organizzata, ma le cose non cambiano. Assistiamo a tentativi di instaurare forme di governo alternative a quella statale. In entrambi i casi assistiamo al sacco delle cose di stato e le due forme di antistato spesso si alleano, come forse mostra il giudizio espresso dalla magistratura sul caso Dell’Utri.

Adesso pensiamo alla Siria, all’Iran, all’Iraq, al Sudan, allo Yemen, alla Mauritania (la lista può continuare molto a lungo) a tutta una serie di stati che hanno ancora forme tribali di visione del potere. Con sette religiose contrapposte, con culture molto differenti e apparentemente inconciliabili, tipo quelle delle città dell’antica Grecia, a voler essere benevoli. La democrazia si ottiene esportando cultura, e l’evoluzione di solito è graduale, soprattutto nei popoli che sono culturalmente molto lontani dal questa forma di gestione del potere. E noi siamo tra quelli.

Volete una prova? In molte regioni d’Italia esiste un proverbio che dice: chi fa le parti ha la parte peggiore. Deriva dalla saggezza salomonica secondo cui chi fa le parti è l’ultimo a scegliere e, quindi, se ci sono parti diverse, visto che è l’ultimo a scegliere, gli tocca la peggiore. Ma questo proverbio si è “evoluto” in: chi fa le parti ha la parte peggiore (se è fesso). E l’ultima versione è: chi fa le parti ha la parte migliore. Il che significa che chi si trova a comandare è autorizzato a fare i propri interessi. Questo, da noi, viene accettato come inevitabile, anzi, come giusto. La strada da fare è ancora lunga. Per popoli lontani, ma anche per il nostro. Prima di pensare di esportare la democrazia, sarebbe bene che imparassimo a praticarla.

Ultimo esempio sui danni di una democrazia mal praticata. Abbiamo fatto le valutazioni del sistema universitario. E si dice che con la valutazione dovremmo capire dove stanno le “eccellenze” e dove le “sofferenze”. Vi svelo un segreto: le eccellenze sono poche, le sofferenze sono tante. I rettori si eleggono democraticamente. In un’università dove ci sono più sofferenze (cioè docenti che producono poco scientificamente) che eccellenze (docenti che producono al meglio) chi credete che determini l’esito delle elezioni? Indovinato: vincono i mediocri e gli eccellenti sono marginalizzati. In nome della democrazia! Se dovete farvi operare non ve ne importa nulla della democrazia. Volete andare nel posto migliore. E se c’è solo uno che sa fare certi interventi, volete quello. Perché volete il migliore, della massa dei mediocri non vi importa.

Bene, ora bisogna trasferire questo alla gestione dello stato. Trovando il bilanciamento tra il governo del popolo e il governo dei furbi o dei mediocri. Noi non ci siamo ancora riusciti, ed è meglio se non esportiamo proprio niente! Forse il nostro problema è che siamo un paese con un gran numero di mediocri che si credono furbi e che, forti del numero, stanno portando il paese alla rovina. Ma se lo diciamo siamo antidemocratici, no? Un bel dilemma.

Finisco con questo, che secondo me rende giustizia al proverbio “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”. Sono in Marocco, e vado in pullman da Marrakech a Essaouira. Vedo molte aziende italiane che operano lungo quella strada. Come mai così tanti italiani?, chiedo al mio amico Mohamed. Semplice: voi siete corrotti e noi siamo corrotti. Ci intendiamo a meraviglia. Sono venuti i tedeschi e sono scappati dopo tre mesi. Bene, ora confrontiamo la fiducia che i popoli “democratici” hanno nei nostri confronti e quella che hanno nei confronti dei tedeschi. E non chiediamoci come mai il nostro paese non attira investimenti!

Ferdinando Boero è uno zoologo, ecologo-evoluzionista. Lavora all’università del Salento e al Cnr-Ismar. Il suo ultimo libro è Economia senza natura. La grande truffa.

Nella foto, la scultura sottomarina 
“La rivoluzione silenziosa” di Jason de Caires Taylor, nelle acque al largo di Cancún, in Messico. 
(Jorge Silva, Reuters/Contrasto)

giovedì 29 agosto 2013

SE STEVE FOSSE NATO IN PROVINCIA DI NAPOLI (MA ANCHE OVUNQUE IN ITALIA)

Steve Jobs è cresciuto a Mountain View, nella contea di Santa Clara, in California. Qui, con il suo amico Steve Wozniak, fonda la Apple Computer, il primo aprile del 1976. Per finanziarsi, Jobs vende il suo pulmino Volkswagen, e Wozniak la propria calcolatrice. La prima sede della nuova società fu il garage dei genitori: qui lavorarono al loro primo computer, l’Apple I. Ne vendono qualcuno, sulla carta, solo sulla base dell’idea, ai membri dell’Homebrew Computer Club. Con l’impegno d’acquisto, ottengono credito dai fornitori e assemblano i computer, che consegnano in tempo. Successivamente portano l’idea ad un industriale, Mike Markkula, che versa, senza garanzie, nelle casse della società la somma di 250.000 dollari, ottenendo in cambio un terzo di Apple. Con quei soldi Jobs e Wozniak lanciano il prodotto. Le vendite toccano il milione di dollari. Quattro anni dopo, la Apple si quota in Borsa.

Mettiamo che Steve Jobs sia nato in provincia di Napoli.

Si chiama Stefano Lavori. Non va all’università, è uno smanettone.
Ha un amico che si chiama Stefano Vozzini.
Sono due appassionati di tecnologia, qualcuno li chiama ricchioni perchè stanno sempre insieme. 
I due hanno una idea. Un computer innovativo. Ma non hanno i soldi per comprare i pezzi e assemblarlo. Si mettono nel garage e pensano a come fare. Stefano Lavori dice: proviamo a venderli senza averli ancora prodotti. Con quegli ordini compriamo i pezzi.

Mettono un annuncio, attaccano i volantini, cercano acquirenti. Nessuno si fa vivo. Bussano alle imprese: “volete sperimentare un nuovo computer?”. Qualcuno è interessato: “portamelo, ti pago a novanta giorni”. “Veramente non ce l’abbiamo ancora, avremmo bisogno di un vostro ordine scritto”.
Gli fanno un ordine su carta non intestata. Non si può mai sapere. Con quell'ordine, i due vanno a comprare i pezzi, voglio darli come garanzia per avere credito.
I negozianti li buttano fuori. “Senza soldi non si cantano messe”. 
Che fare? Vendiamoci il motorino. Con quei soldi riescono ad assemblare il primo computer, fanno una sola consegna, guadagnano qualcosa. Ne fanno un altro. La cosa sembra andare.

Ma per decollare ci vuole un capitale maggiore. “Chiediamo un prestito”.
Vanno in banca. “Mandatemi i vostri genitori, non facciamo credito a chi non ha niente”, gli dice il direttore della filiale.
I due tornano nel garage. Come fare? Mentre ci pensano bussano alla porta. Sono i vigili urbani. “Ci hanno detto che qui state facendo un’attività commerciale. Possiamo vedere i documenti?”. “Che documenti? Stiamo solo sperimentando”. “Ci risulta che avete venduto dei computer”.

I vigili sono stati chiamati da un negozio che sta di fronte. I ragazzi non hanno documenti, il garage non è a norma, non c’è impianto elettrico salvavita, non ci sono bagni, l’attività non ha partita Iva. Il verbale è salato. Ma se tirano fuori qualche soldo di mazzetta, si appara tutto. Gli danno il primo guadagno e apparano.

Ma il giorno dopo arriva la Finanza. Devono apparare pure la Finanza. E poi l’ispettorato del Lavoro. E l’ufficio Igiene. Il gruzzolo iniziale è volato via. Se ne sono andati i primi guadagni. Intanto l’idea sta lì. I primi acquirenti chiamano entusiasti, il computer va alla grande. Bisogna farne altri, a qualunque costo. Ma dove prendere i soldi?

Ci sono i fondi europei, gli incentivi all’autoimpresa. C’è un commercialista a Napoli che sa fare benissimo queste pratiche. “State a posto, avete una idea bellissima. Sicuro possiamo avere un finanziamento a fondo perduto almeno di 100mila euro”. I due ragazzi pensano che è fatta. “Ma i soldi vi arrivano a rendicontazione, dovete prima sostenere le spese. Attrezzate il laboratorio, partire con le attività, e poi avrete i rimborsi. E comunque solo per fare la domanda dobbiamo aprire la partita Iva, registrare lo statuto dal notaio, aprire le posizioni previdenziali, aprire una pratica dal fiscalista, i libri contabili da vidimare, un conto corrente bancario, che a voi non aprono, lo dovete intestare a un vostro genitore. Mettetelo in società con voi. Poi qualcosa per la pratica, il mio onorario. E poi ci vuole qualcosa di soldi per oliare il meccanismo alla regione. C’è un amico a cui dobbiamo fare un regalo sennò il finanziamento ve lo scordate”. “Ma noi questi soldi non ce li abbiamo”. “Nemmeno qualcosa per la pratica? E dove vi avviate?”.

I due ragazzi decidono di chiedere aiuto ai genitori. Vendono l’altro motorino, una collezione di fumetti. Mettono insieme qualcosa. Fanno i documenti, hanno partita iva, posizione Inps, libri contabili, conto corrente bancario. Sono una società. Hanno costi fissi. Il commercialista da pagare. La sede sociale è nel garage, non è a norma, se arrivano di nuovo i vigili, o la finanza, o l’Inps, o l’ispettorato del lavoro, o l’ufficio tecnico del Comune, o i vigili sanitari, sono altri soldi. Evitano di mettere l’insegna fuori della porta per non dare nell'occhio. All'interno del garage lavorano duro: assemblano i computer con pezzi di fortuna, un po’ comprati usati un po’ a credito. Fanno dieci computer nuovi, riescono a venderli. La cosa sembra poter andare.

Ma un giorno bussano al garage. E’ la camorra. Sappiamo che state guadagnando, dovete fare un regalo ai ragazzi che stanno in galera. “Come sarebbe?”. “Pagate, è meglio per voi”.

Se pagano, finiscono i soldi e chiudono. Se non pagano, gli fanno saltare in aria il garage. Se vanno alla polizia e li denunciano, se ne devono solo andare perchè hanno finito di campare. Se non li denunciano e scoprono la cosa, vanno in galera pure loro.

Pagano. Ma non hanno più i soldi per continuare le attività. Il finanziamento dalla Regione non arriva, i libri contabili costano, bisogna versare l’Iva, pagare le tasse su quello che hanno venduto, il commercialista preme, i pezzi sono finiti, assemblare computer in questo modo diventa impossibile, il padre di Stefano Lavori lo prende da parte e gli dice “guagliò, libera questo garage, ci fittiamo i posti auto, che è meglio”.

I due ragazzi si guardano e decidono di chiudere il loro sogno nel cassetto. Diventano garagisti.


La Apple in provincia di Napoli non sarebbe nata, perché saremo pure affamati e folli, ma se nasci nel posto sbagliato rimani con la fame e la pazzia, e niente più.



venerdì 18 febbraio 2011

Fratelli d'Italia

Fratelli d'Italia
L'Italia s'è desta,
Dell'elmo di Scipio*
S'è cinta la testa.
Dov'è la Vittoria**?
Le porga la chioma,
Ché schiava di Roma
Iddio la creò. 
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò. 

Noi siamo da secoli
Calpesti, derisi,
Perché non siam popolo,
Perché siam divisi.
Raccolgaci un'unica
Bandiera***, una speme:
Di fonderci insieme
Già l'ora suonò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò.

Uniamoci, amiamoci,
l'Unione, e l'amore
Rivelano ai Popoli°
Le vie del Signore;
Giuriamo far libero
Il suolo natìo:
Uniti per Dio
Chi vincer ci può?
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò.

Dall'Alpi a Sicilia
Dovunque è Legnano°°,
Ogn'uom di Ferruccio
Ha il core, ha la mano,
I bimbi d'Italia
Si chiaman Balilla°°°,
Il suon d'ogni squilla
I Vespri^ suonò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò.

Son giunchi che piegano
Le spade vendute:
Già l'Aquila d'Austria^^
Le penne ha perdute.
Il sangue d'Italia,
Il sangue Polacco,
Bevé, col cosacco,
Ma il cor le bruciò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò 

MAMELI - NOVARO

Fratelli d'Italia

Dobbiamo alla città di Genova Il Canto degli Italiani, meglio conosciuto come Inno di Mameli. Scritto nell'autunno del 1847 dall'allora ventenne studente e patriota Goffredo Mameli, musicato poco dopo a Torino da un altro genovese, Michele Novaro, il Canto degli Italiani nacque in quel clima di fervore patriottico che già preludeva alla guerra contro l'Austria.