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venerdì 2 giugno 2023

PLUSVALENZE JUVENTUS: GAME OVER

La Juventus sulle plusvalenze è stata condannata (un eventuale ulteriore ricorso non cambierà la sostanza). Ho studiato la prima sentenza di condanna nel processo sportivo, perché riguardava bilanci, revisori e organi di controllo, tematiche che mi appassionano e di cui mi occupo in ambito accademico e professionale da oltre 25 anni. La complessità tecnica, unitamente all’esigenza dei media di suscitare clamore e, temo, in alcuni casi, la scarsa lucidità provocata dall’odio verso la Juve, hanno indotto molti dei primi commentatori a limitarsi a fare il copia incolla della Sentenza.

D’altra parte, per chi non si occupa professionalmente di bilanci, è davvero difficile capirla. Quando ho scritto il primo articolo (Motivazioni della Sentenza plusvalenze Juventus) non immaginavo che avrebbe suscitato tanto clamore (300k visualizzazioni Twitter), interviste su quotidiani nazionali (Corriere della Sera, ed. Torino, Tuttosport), inviti ad intervenire su Juventibus (dove ormai mi sento di casa), Colpo Gobbo, Liberi Oltre che stimo e seguo da anni, diffusione dei miei lunghi tweet dall’account twitter di Juventinovero (@JU29ROTEAM), baluardo della difesa mediatica della Juventus fin dai tempi di calciopoli.
Tutto questo è stato favorito da un fatto, a miei occhi “incomprensibile”, quasi nessuno, tra i miei colleghi professori e/o commercialisti, ha ritenuto “opportuno” esporsi (nemmeno per criticare, nel merito, i miei articoli).

A conclusione di questa vicenda, propongo alcune mie riflessioni:

NON SI CRITICA UNA SENTENZA DI CONDANNA DELLA JUVENTUS.

Conosco le regole della comunicazione, ma mi ha stupito la “condanna preventiva” della Juventus, la “scarsa” propensione dei principali mezzi di comunicazione nel dare spazio a voci critiche (con l’eccezione, per quanto mi riguarda, del dott. Nerozzi del Corriere della Sera, “non amato” dai tifosi juventini per la pubblicazione delle carte della procura, ma che ha anche dato visibilità ai miei articoli critici della Sentenza). Nessun quotidiano, che io sappia, ha pubblicato commenti tecnici sul ricorso della Juventus, un vero peccato. Ma perché non si critica la Sentenza? Non lo so. È stata un’eccezione Tuttosport, che ha pubblicato anche analisi di avvocati critici verso la Sentenza, quotidiano sportivo, però, vicino alla fede juventina.

Trovo tutto ciò piuttosto grave, perché il continuo “indottrinamento” tramite la pubblicazione di intercettazioni e tesi dell’accusa, inevitabilmente crea un clima di condanna preventiva (quel sentimento popolare citato da un noto quotidiano sportivo) e falsa la realtà dei fatti (mi auguro che non influenzi anche le decisioni di chi è chiamato a giudicare, ma non si può certo escludere). Una mia ipotesi, è che le regole della comunicazione inducano a scrivere ciò che si pensa voglia sentirsi dire il lettore che, come noto, è colpevolista sempre (ancora di più quando si tratta di Juventus). Questo non ci rende un Paese civile.

PERCHÉ ESPORSI, CHI TE L’HA FATTO FARE

Sono da sempre tifoso della Juve, ma sono il tipico tifoso juventino moderato. Questa piccola esposizione mediatica mi ha portato a essere apprezzato e seguito da tifosi juventini, ma ha anche suscitato una generale freddezza nei miei confronti da parte di molte persone. Sapevo di entrare in un terreno di gioco pericoloso, e non a caso i miei articoli, prima di essere pubblicati, non solo li ho sempre riletti chiedendomi se alcune mie affermazioni potessero essere fraintese, li ho sempre anche sottoposti all’esame attento di amici colleghi qualificati (compreso un amico interista!). Ho ricevuto numerosi complimenti “vai avanti”, “sono d’accordo con te” in privato, ma pochi in pubblico. E non mi riferisco alle opinioni dei tifosi, ma a persone qualificate da cui mi sarei aspettato meno ritrosia a esporsi.

LA JUVENTUS È ODIATA

Per me è inconcepibile, io conosco solo il tifo a favore, ma capisco che un tifoso della Juve è favorito, perché è abituato a godere delle vittorie della propria squadra del cuore. Ho letto con interesse il libro di Massimo Zampini in cui spiega il “modello di comunicazione” quando c’è di mezzo la Juventus e mi sono davvero stupito nel trovare riscontri di quello che ha scritto (es. il goal di Turone), in questi mesi in cui seguo da vicino tutto ciò che riguarda la Juve. Forse è la regola del mercato, i tifosi della Juve sono milioni, ma tutti gli altri insieme sono molti di più. Sono proprio i media, spesso, a innaffiare questo odio, per non parlare dei giornalisti/opinionisti che dell’odio verso la Juve ne hanno fatto il proprio core business (cit.)

CRITICARE UNA SENTENZA NON SIGNIFICA SOSTENERE L’INNOCENZA DELLA JUVENTUS E DEI SUOI VERTICI

Questo è l’aspetto più difficile da comunicare a chi non ha “sensibilità” giuridica o onestà intellettuale. Io non ho mai scritto o parlato in qualità di tifoso della Juventus, ma sempre e soltanto sul piano tecnico, esprimendo certamente opinioni, ma di cui sono convinto e ampiamente motivate. In molti (si pensi al “sentimento popolare”) non riescono a capire che una Sentenza di condanna non può non spiegare in modo chiaro le prove della colpevolezza. E ciò indipendentemente dall’innocenza o meno degli accusati. Io non conosco i fatti e, quindi, non potrei sostenere l’innocenza della Juve sulle plusvalenze e non l’ho mai fatto. Molti però faticano a capire che le intercettazioni non dimostrano nulla, sono solo un importantissimo strumento per le indagini.

Non capiscono che quella condanna per dissimulazione della natura permutativa e per l’alterazione dei valori dei calciatori incrociati è qualcosa che ha dell’incredibile, poco più di un’accozzaglia di affermazioni maldestre, io non vorrei mai essere tra gli estensori di quel documento. Purtroppo, proprio per l’odio di cui parlavo prima, temo che siano stati troppo pochi, tra i non tifosi juventini, ad aver avuto l’onesta intellettuale di leggere e riflettere sulle critiche che ho sollevato, ma sono sicuro che almeno una parte degli addetti ai lavori l’ha fatto e questo mi basta. Qualcuno starà pensando “Ma i giudici l’hanno condannata”. La mia risposta è che talvolta le Sentenze, anche definitive, sono sbagliate e devono essere criticate.

IL PROCESSO SPORTIVO È “STUPEFACENTE” E DEVE ESSERE RIFORMATO

Confesso, è la prima volta che analizzo così in dettaglio Sentenze in ambito sportivo. Mai avrei immaginato che potessero essere scritte così male come quella che ha condannato a 15 punti di penalità la Juve. Non lineare, complicata, con affermazioni apodittiche, affermazioni non vere, discutibili e persino con un “errore” clamoroso. E poi sono arrivate quelle successive, che non mi sono sembrate migliori, ma non voglio invadere il campo degli avvocati. Mi limito a dire che per il bene del calcio è necessaria una riforma del processo sportivo. C’è un codice di diritto sportivo che viene interpretato e piegato a ciò che si vuole sostenere, è inaccettabile. Devono essere fissate delle regole chiare che non si prestino a interpretazioni “in libertà”.

A dire il vero, molte regole mi sembrano già chiare, forse è chi le applica che si muove in libertà. Se un articolo (n. 31) afferma che l’errore in bilancio è punito con un’ammenda, non bisogna essere giuristi per capire che l’errore in bilancio non può portare anche ad una penalità in punti. E questa interpretazione è rafforzata dal comma in cui si prevede la penalizzazione anche in punti qualora l’errore in bilancio sia stato strumentale all’iscrizione al campionato. Letto a contrario, significa che un errore non strumentale all’iscrizione al campionato non può essere associato alla penalizzazione in classifica.

PLUSVALENZE JUVENTUS: LA CONDANNA E IL JOLLY DELL’ARTICOLO 4

Per non parlare del famoso art. 4, che avendo natura residuale, non dovrebbe essere richiamato per fattispecie disciplinate. Si obietta che la società risponde per la slealtà dei suoi dirigenti, ma gli errori in bilancio non possono che essere commessi da persone. Oltre al fatto che, nel 99% dei casi, si tratta di comportamenti intenzionali e, conseguentemente, “sleali” nell’accezione in cui è stato utilizzato il concetto di slealtà. Ma poi mi chiedo, siamo sicuri che la slealtà sportiva (come simulare di essere stati spinti in area di rigore) sia associabile al tema dei bilanci? Per non parlare del fatto che si prevedono penalizzazioni di uno o più punti.

E nell’interpretazione di chi è chiamato a giudicare si definisce la penalità, ad esempio, 15 punti e poi 10, senza dover spiegare in alcun modo come sono stati calcolati… e molti giornalisti sportivi non trovano nulla di strano in tutto ciò, incredibile (per fortuna anche in questo caso ci sono lodevoli eccezioni).

C’è persino chi lo spiega con il fine di non consentire di giocare le coppe, questa sarebbe l’afflittività, che imbarazzo. Per non parlare di chi rappresenta l’accusa e chiede prima 9 punti e poi, sulla base delle stesse carte, passa a 11 (è qualcosa che mi fa quasi tenerezza). Non merita poi quasi nemmeno la pena di essere citato quello che è accaduto con le condanne, mi viene da ridere se penso che la celerità è prioritaria nel processo sportivo. Che le pene dovrebbero essere comminate solo a conclusione del processo sportivo come ormai sostengono diversi avvocati di diritto sportivo mi sembra non solo condivisibile, trovo incredibile che non sia già così.


LA JUVENTUS È STATA CONDANNATA, TUTTO INUTILE?

Me lo sono chiesto, ma no, anche se ovviamente sono molto amareggiato dall’esito, allo stesso tempo non ho nulla da recriminarmi. Sapevo fin dall’inizio che il successivo grado di giudizio non avrebbe riguardato il merito, ma solo questioni di diritto (e questa è una delle incredibili storture di questo processo che, nel merito, ha avuto un solo grado di giudizio). I miei articoli sono pubblicati sul blog e rimarranno a futura memoria. E nessuno, finora, ha saputo/voluto criticare, con argomentazioni valide, quello che ho scritto. Mi auguro di avere contribuito a divulgare il contenuto e le criticità della Sentenza, cercando di fare capire che in quella Sentenza di prove cosiddette concludenti, non ce ne sono, a differenza dei titoloni riportati sui quotidiani.

Ho ricevuto testimonianze di stima da parte di persone qualificate che mi hanno fatto molto piacere (anche se quasi sempre solo in privato). Forse mi illudo, ma ritengo che la consapevolezza che le Sentenze sono analizzate con spirito critico induca, alla lunga, anche gli estensori a porre maggiore attenzione. Ho poi conosciuto persone interessanti che mi auguro, in futuro, di avere l’occasione di incontrare anche di persona e non solo attraverso un monitor.

DOVE HA SBAGLIATO LA JUVENTUS E COME EVITARE PASSI FALSI IN FUTURO.

Indossare la maglia della Juve è una responsabilità, non è come indossare una maglia di un’altra squadra di calcio. E ciò vale non solo per i giocatori, ma anche per dirigenti e vertici della società. L’esito discusso (e discutibile) di calciopoli non sembra essere stato un monito sufficiente. Se lavori per la Juve devi comportarti in modo ineccepibile (e al telefono ricordarti che si può essere fraintesi). Come qualunque società, la Juve deve fare un’attenta analisi dei rischi aziendali (ex 2086 c.c., come spiego ai convegni per commercialisti) e, successivamente, valutare come gestirli al meglio, nell’ottica di ridurre al minimo la probabilità che si manifestino e/o le conseguenze.

Qual è il maggior rischio per una società di calcio? Per squadre i cui proprietari non hanno molti mezzi, il rischio potrebbe essere di tipo finanziario, considerati i diffusi squilibri di bilancio, ma non è il caso della Juve (grazie alla solidità dell’azionista di maggioranza).

L’INTERESSE MEDIATICO VERSO TUTTO CIÒ CHE RIGUARDA LA JUVE È ENORME.

E allora qual è il maggior rischio da cui deve tutelarsi la Juve? È il rischio reputazionale.

Lo so che ora qualche tifoso farà una smorfia ma, a mio parere, per la Juve la reputazione deve venire ancora prima delle vittorie sul campo. L’unico modo per difendersi in modo efficace da eventuali nuove future accuse e spazzare via questa fastidiosissima (per i tifosi juventini naturalmente) abitudine ad additare alla Juventus qualsiasi nefandezza, è essere eticamente inattaccabili. Lo devono essere i giocatori in campo, a costo di ottenere una punizione o un rigore in meno, e lo devono essere ancor di più vertici e dirigenti. Quando la Juve ci riuscirà, l’odio con il tempo scemerà e lascerà il posto soltanto all’invidia.

sabato 25 febbraio 2023

La Juve, le plusvalenze incrociate e la «foglia di fico» del par. 45 dello IAS 38

La Juve, le plusvalenze incrociate e la «foglia di fico» del par. 45 dello IAS 38

di Fabrizio Bava
L'autore è docente di Economia aziendale al dipartimento di Management dell’università di Torino


«Bilanci truccati, … non poteva iscriversi alla serie A nel 2005-'06». «Nelle ultime sessioni di mercato …, tra le altre, hanno venduto alcuni giovani della Primavera per aggiustare i propri bilanci. Potrebbero rischiare qualcosa?».


Sono alcuni estratti di articoli pubblicati su siti web, il primo nel 2007 (nomi delle squadre citate intenzionalmente omessi). Il tema plusvalenze è «chiacchierato» da decenni e non si tratta di una leva a cui ha fatto ricorso la sola Juventus, recentemente condannata nel processo sportivo. 


È quindi inevitabile porsi una domanda: perché non sono state definite preventivamente delle regole di condotta chiare così da poter poi, successivamente, controllare e punire severamente chi non le rispetta?


Oggi è comprensibile che non solo molti tifosi della Juventus, ma anche chi possiede il dono dell'onestà intellettuale, possano essere indotti a pensare che si stia attuando la politica del capro espiatorio.


I precedenti giurisprudenziali evidenziando che tali comportamenti non sono quasi mai stati puniti, non tanto perché i valori dei calciatori incrociati non fossero stati gonfiati, quanto piuttosto per la difficoltà di dimostrarlo (non esistendo qualcosa di simile a un valore di mercato, soprattutto per i calciatori più giovani).


Arriviamo al punto.

Chi segue l'inchiesta starà pensando: «E no, per la Juventus è diverso, perché essendo quotata avrebbe dovuto applicare il par. 45 dello IAS 38 e non iscrivere la plusvalenza!».


Ma questa è solo una foglia di fico. La Sentenza sportiva condanna la Juventus per avere dissimulato la natura permutativa delle operazioni incrociate al fine di evitare il rischio di non poter iscrivere la plusvalenza.

«Dovrebbe valere anche per i bilanci OIC, le società non quotate»

Ho già sottolineato una serie di perplessità.


Si può punire per tale ragione, nonostante la Juventus abbia dichiarato di non avere mai applicato in passato (e pertanto mai dichiarato nei bilanci pubblici) tale policy contabile?


Nonostante tale trattamento contabile sembrerebbe essere applicato da pochissime società di calcio in Europa (la Consob afferma almeno due)?

Nonostante nessun organo di controllo del mondo del calcio e non, interno e esterno, ne abbia mai contestato la mancata applicazione alle tre (ora due) società quotate?

Ma, soprattutto, si può punire una società per la mancata applicazione di una policy contabile che, se ritenuta la regola da applicare (c'è spazio per dibattere anche sulla correttezza della sua applicazione agli scambi di calciatori), riguarderebbe, con ogni probabilità, tutte le squadre di calcio?


A mio parere, se si sposa la qualificazione delle operazioni incrociate come permute, ciò dovrebbe valere anche per i bilanci OIC, cioè per tutte le società di calcio, non soltanto per quelle quotate.

Perché nelle raccomandazioni contabili della FIGC, con riferimento ai bilanci OIC, non è stato indicato che le operazioni incrociate sono permute che devono essere trattate, ricorrendo all'analogia, in base a quanto previsto dall'OIC 16 per le immobilizzazioni materiali?


A differenza degli IAS/IFRS, infatti, la permuta non è disciplinata nell'ambito delle immobilizzazioni immateriali, ma lo è nell'ambito di quelle materiali.


Questi sono tecnicismi per addetti ai lavori, ma qual è l'aspetto sostanziale, il ragionamento dirimente?


Tutte le operazioni incrociate, in modo particolare di giovani calciatori, presentano – da sempre – un elevato rischio di iscrizione di plusvalenze per aggiustare i bilanci.


E non si è fatto ancora nulla per cercare di porvi rimedio. 


Seconda questione.


Nella Delibera 22482/2022 la Consob afferma che la Juventus non dispone di una procedura per la stima del valore dei calciatori che possa "guidare" le operazioni di mercato su binari prestabiliti ed evitare (rendere più difficile) la possibilità di utilizzare strumentalmente la soggettività intrinseca della valutazione dei calciatori per porre in essere politiche di bilancio.


«Gli organi competenti disciplinino regole contabili chiare»

Gli organi competenti si sono chiesti se le altre società di serie A dispongono di tali procedure? L'hanno mai verificato?


Se vogliamo che le squadre di calcio si comportino in modo corretto, è necessario che gli organi competenti disciplinino regole contabili chiare e richiedano l'implementazione di procedure che rafforzino il sistema di controllo interno aziendale.


Non sarebbe certamente la soluzione di tutti i mali, qualcuno potrebbe riuscire a trovare il modo di aggirare le nuove regole, ma le soluzioni perfette non esistono.


E poi, soprattutto, chi non rispetterà le regole (che però per essere violate devono prima di tutto esistere) potrà e dovrà essere sanzionato.


Sarebbe un bel segnale del mondo del calcio e, soprattutto, toglierebbe ai tifosi della Juventus quella spiacevole sensazione di sentirsi il capro espiatorio di un "sistema calcio" che non vuole cambiare, ma che in compenso sembra godere di una masochistica soddisfazione nel distruggere il principale asset del calcio italiano.

venerdì 3 febbraio 2023

#Motivazioni - (pensieri Juventini)




Ne leggerete di ogni, su queste motivazioni. Saranno sbandierate dai nostri odiatori come la prova fumante dei delitti juventini, e sono sicuro che di questa sentenza non leggeranno neppure un rigo. Gli bastano i titoli. Dimostrando per l’ennesima volta ignoranza e superficialità.
Proprio per questo, togliendo tempo prezioso alla mia vita personale, appena uscite me le sono lette pagina per pagina. E quello che vi scrivo non ve lo scrivo come tifoso juventino, vedo che in tantissimi stanno scrivendo, ma come giurista. Sfrondando, quindi, il mio parere da tutto ciò che può essere dettato dalla soggettività del tifo.
Ovviamente cerco di mantenere un tono semplice, non mi perderò nei legalismi e nel linguaggio tecnico (spesso volutamente oscuro, come tutti i linguaggi tecnici, per mantenere potere alla casta che conosce quel linguaggio ed escludere chi non ne fa parte: cosa di cui prima o poi parleremo).
La Juventus viene punita perché, secondo i giudici, delle plusvalenze ha fatto un sistema. La stessa sentenza dice che non vi è nessuna norma che vieta le plusvalenze, anche perché non c’è alcun termine di riferimento. Non c’è, per dirla con linguaggio afferente i lavori pubblici, un prezzario di riferimento. Non ci sono parametri che consentono di fondare la valutazione di un giocatore.
È ciò che persino questa sentenza ammette. E non potrebbe fare altrimenti. Però, e qui sta tutta la sua discutibilità, punisce la Juve perché ha fatto troppe plusvalenze. Con la consapevolezza di farle.
C’è parecchio che non torna.
Orientiamoci.
Dividiamo, allora, le riflessioni in quattro paragrafi:
1) Cosa sono da considerare plusvalenze?
2) Che tipo di consapevolezza c’era nel praticarle.
3) Dove è la prova dell’illecito
4) Congruità pena
1. Plusvalenze e violazione ne bis in idem
La sentenza insiste nel dire, come fa a pag. 24, che “Un metodo vi deve essere. E deve essere razionale, verificabile e ovviamente non discrezionale”. Ma questo metodo per individuare il valore di un calciatore non c’è.
Alla fine, è proprio questa sentenza a essere irrazionale, non verificata e discrezionale, quasi arbitraria.
Questa sentenza, a riprova di ciò, dimostra infatti tutta una sofferenza latente nel non riuscire a colpire la Juve come si vorrebbe. Perché è palese l’impostazione inquisitoria (e poi vedremo meglio perché, parlando di prove e di tempi), è palese la volontà di colpire la Juve ma, anche se agli occhi meno esperti non sembrerà tale, è altrettanto palese che non ha la c.d. pistola fumante.
Questa sentenza, infatti, è un infinito e sofferto andirivieni dalla considerazione che le plusvalenze non sono vietate alla considerazione che la Juve però ne ha fatte troppe, un eterno ritorno tra la considerazione che non ci sono prezzari di riferimento ma che tuttavia la Juve le valutazioni le ha fatte tutte esorbitandole.
La sofferenza della motivazione - che si palesa soprattutto nei passaggi logici che non sono tali, perché mancano elementi per renderli tali – sta tutta nel non avere davanti una norma e un prezzario di riferimento violati: se ci fossero stati, immaginiamo quale sarebbe stata la penalizzazione, forse addirittura un ordine di sterminio!
Battuta amata a parte, capite da voi come sia esorbitante e ictu oculi abnorme la pena data a una società, in assenza di una norma violata e in assenza di un parametro preciso di riferimento: 15 punti sono veramente tantissimi. Se ci fosse stata una norma, cosa sarebbe successo? Da qui, l’evidente disparità di giudizio con casi di norme violate, in alcuni casi addirittura senza alcuna sanzione (falsificazione di passaporti, tanto per fare un esempio).
Altra sofferenza che dimostra la motivazione è il dimostrare che non si è violato affatto il divieto di ne bis in idem perché “sono emerse nuove prove”.
Ma non è affatto così: la sentenza di qualche mese fa dice le stesse cose sulle plusvalenze, e cioè che non sono punibili finchè non c’è una norma di riferimento e un metodo preciso per valutare i giocatori. Quella sentenza non diceva che le plusvalenze erano belle, tanto che invitava il legislatore ad intervenire per regolarle. Il fatto nuovo avrebbe quindi dovuto essere l’emanazione di una legge con efficacia retroattiva.
Invece la sentenza attuale individua nel fatto nuovo tutta la marea di intercettazioni che ha prelevato dalla procura di Torino. Che dimostrerebbe una coscienza, da parte dei dirigenti juventini, di fare qualcosa di illecito.
E qui veniamo al punto 2.
2) Consapevolezza dell’illiceità
Nel leggere le intercettazioni, ovviamente decontestualizzate, e senza alcun interrogatorio verso chi parlava nelle intercettazioni, il giudice Figc dunque vede una consapevolezza dell’illiceità di quanto si andava facendo, attribuendo un valore confessorio.
Ora, sarà pure l’ordinamento sportivo separato da quello generale, ma la separatezza non implica potere di discostarsi dai principi generali, che sono principi del diritto, sia codificati che non codificati, che si sono maturati in millenni di storia e di riflessioni.
Non può certo essere un Chinè o un Torsello qualsiasi a cambiare, a loro piacimento, il significato del termine “confessione”.
Vedere nel contenuto di una intercettazione una confessione è una cosa gravissima.
Chiarisco questo punto, che a mio parere è fondamentale (e dimostra una carenza fortissima di cultura giuridica nei protagonisti di questo scarabocchio chiamato sentenza).
L’intercettazione è un mezzo per arrivare alla prova. Non è, in se, una prova. La prova è quel che emerge in giudizio. Se in una intercettazione, faccio un esempio, si parla di un omicidio, l’omicidio non è provato a carico di un imputato. Sarà provato quando si troveranno, ad esempio, l’arma del delitto e le impronte digitali del colpevole su quell’arma. L’intercettazione può servire per arrivare ad individuare l’assassino, ma non è prova dell’assassinio e del fatto che sia stato commesso da Tizio anziché Caio.
Infatti, è sempre in uso la tradizionale differenza tra intercettazione, che è un mezzo di ricerca della prova, e prova vera e propria.
Ora, i nostri poco avveduti giudici hanno scambiato l’intercettazione per una confessione.
La prima è un mezzo di ricerca della prova e la si utilizza con determinate finalità e con determinate modalità (sulle quali, altra cosa gravissima, la sentenza dice che non importa se siano state violate: roba da dittatura!). La seconda si ottiene in giudizio: la confessione, infatti, è una testimonianza contro se stessi.
Ora, a questa fase, semmai si arriverà, non si è ancora arrivati nel giudizio penale dove sono state prelevate queste intercettazioni. Addirittura, non si è tenuta neppure l’udienza preliminare.
Paratici non è ancora stato sentito da nessuno. Nessuno gli ha chiesto spiegazioni, nessun Pm lo ha messo alle corde, nessun avvocato lo ha controinterrogato. Niente di tutto questo. Non c’è nessun interrogatorio, e tanto meno una testimonianza confessionale.
Ma ai giudici della Figc non è importato nulla, perché hanno pensato bene di scambiare per prova quello che è un mezzo di ricerca della prova. E di vedere in ciò che viene detto in una intercettazione addirittura una confessione della consapevolezza dell’illiceità del proprio comportamento.
Che poi, per essere consapevoli di una illiceità, occorrerebbe anche conoscere la norma che si va a violare: norma che, invece, non esiste, come i nostri giudici sanno.
Gravissimo.
Non mi pento, anzi confermo, di aver parlato, appena emanato il dispositivo, di sentenza nata in una clima non solo di morte della cultura del diritto, ma con un approccio da stato dittatoriale: sei colpevole perché sei colpevole!
Il diritto piange, a leggere queste motivazioni, e soprattutto queste confusioni, fatte da persone che dovrebbero essere esperte di diritto!
Questo fa il paio con l’incredibile pochezza di tempo affidato alla difesa e l’altrettanto incredibile pochezza di tempo con cui si è deciso.
La decisione è stata basata su oltre 14mila pagine provenienti dai fascicoli della Procura. La difesa ha avuto una mezzoretta per difendersi. E i giudici hanno deciso in poco più di due ore. Le motivazioni sono state scritte poi, ma la decisione è stata presa in due ore.
Evidente che una tale sproporzione sarà sancita dalla CEDU (Corte Europea dei Diritti Umani), come già avvenuto in Farsopoli con soddisfazione di Luciano Moggi (e cosa aspetti la Juve per ricorrervi ancora non si sa).
Ecco perché parlo di clima inquisitorio, da caccia alle streghe, anzi all’unica strega.
Perché tutta questa fretta? Perché non aspettare almeno un rinvio alla sede penale? Perché non attendere almeno le risultanze dell’udienza preliminare? Perché non attendere la fine del campionato, come sarebbe doveroso fare?
Ma poi, di cosa parliamo? Di quali operazioni di mercato? Siamo così sicuri che siano state provate queste plusvalenze? E qui, veniamo al terzo punto
3) La prova delle plusvalenze
La prova secondo la sentenza è una e una sola: il famoso “libro nero di Fabio Paratici”. Che è stato preso a Cherubini, il quale lo teneva con se come arma di ricatto per poter contrattare con lo stesso Paratici un rinnovo del suo stesso contratto.
Si tratta di una serie di appunti, scritti dallo stesso Paratici, e da Cherubini, spesso a penna. Insomma, quegli appunti, a cui noi pure spesso ricorriamo, dove, molto schematicamente, buttiamo giù le fasi di una operazione, le procedure di un qualcosa. Un promemoria. Di quelli dove scrivo X perché non so bene ancora quale nome scrivere (ad esempio, “se vendo X alla soma 100 …”). Ebbene, i nostri giudici hanno visto in quell’X la prova dell’illecito e della plusvalenza sistematica: Paratici vendeva dando un valore predeterminato senza sapere neppure che giocatore andava a vendere.
Ma non gli è venuto in mente che quella X era messa lì perché non era ancora sicuro quale giocatore dovesse vendere, e quindi come semplice ipotesi? Cosa c’è di male a prefigurare la vendita di un giocatore X alla somma Y, e poi andare a vedere chi possa essere l’X da vendere? Questa sarebbe la prova della plusvalenza elevata a sistema?
Faccio un esempio.
Io devo fare entrare nel mio bilancio familiare 300 euro. Metto su un foglio ipotesi varie di vendita di cose: e allora scriverò la somma 150, la somma 50 e la somma 100. Siccome ancora non so cosa posso o voglio vendere, accanto a questa somma ci metto X. Poi, analizzata bene la situazione, vedo che 150 mi vale uno stock di abiti usati, 50 la chitarrina che mio figlio non usa più, e 100 la traduzione che ho scritto per un mio cliente.
Nessuno fa mai così?
Del resto, vi ricordate i famosi appunti di Paratici sul calcio mercato da fare, con i nomi su cui trattare? Era sua abitudine ricorrere ai foglietti, a schizzi. Abitudine sbagliata. Forse persino inopportuna. Ma non certo da ritenere prova di una plusvalenza e della consapevolezza dell’illiceità di quanto si andava facendo.
Del resto, questi giudici hanno ritenuto prove intercettazioni del genere. Ve le trascrivo, perché possiate capire di cosa stiamo parlando:
“Perché io voglio dire non è che Paratici si svegliava la mattina e diceva: oggi voglio fare una bella plusvalenza! È che a un certo punto, facevate due conti, lo chiamavate e gli dicevate: devi fare 100, devi fare 150, devi fare 70! E lui poi ve le faceva! E ringrazia che le faceva, perché così avete mascherato i problemi per 3 anni, eh! Ho detto, dico perché poi quello ha fatto, non è che...”. Ed ancora Fabio Paratici: “Eh! No, per 6 o 7, però va bene... magari 3, magari 3, magari 3”.
Telefonate decontestualizzate, frasi smozzicate, non si sa bene dette per quali finalità. Dalle quali si capisce poco. E che al massimo possono costituire una base per un interrogatorio. Non certo per un giudizio. Che infatti non si può non definire sommario.
Per non parlare del fatto di citare alcune correzioni a penna fatte su fatture di società con cui si trattava.
I giudici sembrerebbero quasi voler far credere che le fatture siano state falsificate a penna (cosa ridicola, in epoca di fattura elettronica). In realtà, quelle erano correzioni che la Juve chiedeva alla società interlocutrice perché alcuni trasferimenti dovevano essere intesi come operazioni singole, e non come scambi. Ma se così la Juve li aveva intesi, e li considerava, perché dovevano per forza essere considerate permute, visto che da tali operazioni sarebbero nati oneri maggiori? Se la legge mi da la possibilità di trattare una operazione come singola e non come scambio io ricorro a questa possibilità. Come fanno, infatti, tutti.
Forse è sbagliato, forse è da correggere la legge, forse è da integrare o riscrivere da capo, ma finché c’è questa possibilità, giusto utilizzarla.
La cosa vale per tutti, tranne che per la Juve ovviamente. Che viene punita perché all’Olimpique Marsiglia ha rimandato una fattura con una nota scritta a penna, dove chiedeva di correggere un errore.
Quella sarebbe, per i nostri giudici, una falsificazione e una prova dell’illiceità di quanto si andava facendo.
Gli illustri giuristi che hanno contribuito alla formazione dei principi giuridici si rivoltano nella tomba, nel vedere questo scempio fatto di una arbitrarietà ributtante e odiosa.
Che, in punto di determinazione della pena, esprime tutta la sua forza disgustosa.
4) Congruità della pena
Già questa sentenza è dubbia perché ne segue una su cui si era formata la definitività di un giudicato. E la smentisce del tutto, facendo passare per fatti nuovi quel che invece non lo sono, e perché il quadro normativo è sempre lo stesso. Già è dubbio considerare fatti nuovi intercettazioni provenienti da un processo che ancora non è arrivato neppure alla fase dell’udienza preliminare. E in cui non c’è stato alcun interrogatorio e nessuna spiegazione, convincente o meno che sia, di certi comportamenti e di certe frasi intercettate.
Già si stanno utilizzando come prove quelli che sono invece mezzi di ricerca delle prove. Già non si sa bene prove di cosa, visto che il ricorso alle plusvalenze non è disciplinato dalla legge, tanto che non c’è alcun prezzario di riferimento.
Già tale ricorso viene praticato, come le stesse operazioni della Juve confermano, da molte altre società. Prima tra tutte il Napoli, che ha potuto acquistare Oshimen, che sta contribuendo a fargli vincere il campionato, valutando un giocatore che ora gioca in serie D addirittura 7 milioni di euro.
Mentre le operazioni sotto osservazioni fatte dalla Juve riguardano giocatori del settore giovanile o della serie C. Non certo quelli che ci hanno fatto vincere i campionati, strapagati. E infatti uno dei momenti più penosi della sentenza è quando si cerca di far passare la valutazione dello scambio Pjanic-Arthur per plusvalenza indebita: e un giudice sportivo cosa ne sa del valore di tali due giocatori? Dove starebbe scritto che Arthur vale 10, 30, 50, 100 milioni?
Ma poi, sapete benissimo cosa ci ha fatto vincere Arthur. Un bel nulla, a differenza di Oshimen nel Napoli. Il quale non è toccato, come da tradizione degli stati dittatoriali, dove, anche a costo di inventare e precostruire le prove, tocchi solo chi pare a te, mentre per gli altri, che te la fanno sotto al naso, c’è un totale via libera.
Dunque, stiamo parlando di scambi e di operazioni minori, che non hanno portato in prima squadra campioni, e che hanno inciso sul bilancio, ammesso che siano plusvalenze indebite, circa il 4 per cento.
Insomma già ci sono tutte queste perplessità, e i giudici cosa fanno, in punto di penalizzazione? Addirittura quasi raddoppiano l’iniziale, pur assurda e spropositata, richiesta del Procuratore.
Senza alcuna motivazione. Parlando semplicemente di “inevitabile alterazione del risultato”. Ma non basta dirla, occorre provarla. E questo un giurista dovrebbe saperlo, che, anche in punto di sanzione, deve ragionare a seconda di quanto può provare.
Anche ammesso che si voglia punire la Juve per violazione dei principi di lealtà (art. 4 Cds), la punizione deve essere proporzionata alla gravità del fatto e alla sua incisività. Qui non si sa neppure se il fatto sussiste come violazione, perché non si sa bene cosa sia stato violato. E a maggior ragione non si è in grado di capire quanto, da queste operazioni, la Juve abbia tratto in termini di vantaggio. E un giudice, anziché ragionare prudentemente, colpisce addirittura con 15 punti, mentre agli altri soggetti coinvolti non da neppure una piccola ammenda?
Una delle cose che insegnano nelle aule di giurisprudenza è che un giudice, e tra questi anche i procuratori, sono tenuti ad una oggettività tale da allontanare qualsiasi sospetto che le loro decisioni siano prese contro un nemico.
Qui i giudici hanno colpito, con mal celato imbarazzo in punto di motivazione e di decisione, un nemico.
Questo non è diritto, questo non è stato democratico, questa non è giustizia.
È un’altra cosa, che a me, che studio e applico da una vita concetti millenari, fa schifo. E mi fa pena, umana e professionale, chi, pur ricco di incarichi e di titoli, ragiona nel modo in cui ha ragionato in questo caso. Senza una stella polare giuridica, senza prudenza, scambiando concetti elementari, con una approssimazione inaccettabile.
Il giudice deve anche saper convincere, infatti. La sua è una arte: motivare in modo che la sua decisione venga sentita, da tutti, come giusta.
Qui non c’è alcuno sforzo in tal senso, perché non ci sono proprio le basi.
Questa decisione, tranne che agli odiatori della Juve, viene percepita come un esercizio di vendetta, di rancore, una esecuzione, neppure tanto raffinata, che nulla ha a che fare con quello che, come è stato insegnato a me, è stato insegnato a tutti, compresi i giudici di questo abominio.
È per questi motivi che ora la società dovrà difendersi con vigore. E noi tifosi siamo lì, a controllarla, perché non compia i gravi errori dell’altra volta.
A maggior ragione, dobbiamo continuare la nostra formidabile reazione in punto di disdetta degli abbonamenti televisivi.
Non mi faccio illusioni. Qui l’aria è percepibile: vogliono la Juve in B. Dal Coni non mi aspetto nulla di buono.
Ma almeno non gli si renda la vita facile.
Quanto a Paratici e alla sua superficialità, ne parleremo. Non ne esce affatto bene, e sono sempre più convinto della sua inadeguatezza al ruolo.
Ma una cosa è la superficialità, altra cosa la criminalità.
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