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lunedì 3 gennaio 2022

3 gennaio 1841 – Apre la Cassa di Risparmio di Rimini


3 gennaio 1841 – Apre la Cassa di Risparmio di Rimini 

da Chiamami Città

Il 3 gennaio 1841, segnala Carlo Tonini, «Un’altra bella istituzione, e questa di utilità non  dubbia, fecesi in Rimini negli stessi anni; e fu l’istituzione della Cassa de’ Risparmi colle contribuzioni di molti cittadini, ossia per mezzo delle cosi dette azioni che furono di scudi 20 l’una. Il Municipio la favorì coll’accordarle residenza in alcune stanze del palazzo pubblico e a quale stato di fiorente prosperità sia questa pur anco salita da’ suoi umili principii, non occorre che da noi si dica».

Le prime Casse di Risparmio – Sparkassen – furono costituite all’inizio dell’Ottocento nei Paesi della Germania e nell‘impero Austro-ungarico; le prime Casse in Italia aprirono dunque nel Lombardo-Veneto (Venezia, 1822; Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde, 1823; Verona, 1825). Il successo fu travolgente, tanto che anche gli altri stati italiani si adeguarono subito: il Regno sabaudo con la Cassa di Risparmio di Torino nel 1827; il Granducato di Toscana con quelle di Firenze (1829), San Miniato (1830), Livorno (1834), Lucca (1835), Pisa (1836). Nello stesso 1836 aprono anche le prime Casse di Risparmio degli Stati pontifici, a Roma e Spoleto; seguiranno Bologna (1837), Ferrara (1838), Forlì (1839), Cesena e Rimini (1840, ma con l’apertura dello sportello all’inizio dell’anno successivo).

Già dopo pochi decenni dalla loro istituzione, le Casse di Risparmio raccoglievano la maggior parte del risparmio disponibile. Caratteristica originaria degli enti era quella di non avere fini di lucro, differenziandosi in questo dalle banche private. E infatti, anche a Rimini i componenti del consiglio di amministrazione non percepivano alcun compenso.

Nel 1880 in Italia operavano 183 casse di risparmio, distribuite in tutto il Paese ma con la maggior concentrazione fra Emilia, in Romagna e nelle Marche. Il governo già nel 1888 interviene a regolamentarne in modo più chiaro l’istituzione ed il funzionamento, dato che già allora la distinzione fra credito, previdenza individuale e beneficenza  per la comunità tende a confondersi, con non pochi inconvenienti. La legge di quell’anno sottopone le Casse alla vigilanza del Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio, considerandole come istituzioni ben definite e distinte, anche per la loro funzione sociale, dalle altre aziende di credito. Intanto però nella raccolta del risparmio sorge la concorrenza delle Poste e delle banche popolari.

A Rimini la “Cassa” per eccellenza si guadagna il nomignolo di “Banca dei preti”, dato il predominio ininterrotto dei cattolici nella sua conduzione.

Nel 1914 la Cassa di Risparmio di Rimini inaugura la sua nuova sede, progettata dall’architetto Paolito Somazzi, svizzero nato in Uruguay. Somazzi nel 1908 aveva progettato anche il Grand Hotel di Rimini; per la banca si ispira al fiorentino Palazzo Strozzi. Per dare all’edificio un “giardino di rispetto”, fin dal 1888 viene spianato l’isolato che gli sta di fronte; scompaiono così edifici religiosi ormai dismessi o quanto ne resta, come il convento delle Celibate di S. Cecilia (ex palazzo degli Atti), quello del Cuor di Gesù che incorporava l’oratorio di San Paterniano (un tempo della Confraternita dei Tedeschi e prima ancora degli Ungheresi), la chiesa di San Tommaso che aveva origine addirittura da un monasterium del V secolo e dove ancora si vedeva qualcosa dei suoi mosaici. Nasce così Piazza Ferrari.

Con il ricavato delle vendite della piazza, la Curia riminese avvia la costruzione di una nuova chiesa a Marina, che si sta sviluppando tumultuosamente. Sarà Maria Ausiliatrice, nel disegno neo-gotico dell’architetto bolognese Giuseppe Gualandi, sull’allora piazza Tripoli (oggi Marvelli), consacrata il 17 agosto 1913 pur non ancora terminata.

Nuove norme a regolare le Casse di Risparmio intervengono nel 1926 e nel 1936, con una distinzione dagli altri istituti di credito sempre più sottile.

Alla fine degli anni ’80 del Novecento il modello delle Casse di Risparmio dà ormai segni di crisi in tutta Europa, a iniziare dalla stessa Germania: per il salvataggio delle Sparkassen si calcola che lo stato tedesco abbia dovuto spendere finora il 7% del pil. In Italia la svolta è determinata dalla legge Amato del 1990, imponendo lo scorporo delle Casse tra azienda bancaria in forma di Società per Azioni (“Cassa di Risparmio SpA”, con funzione creditizia) e Fondazione Cassa di Risparmio con finalità morali e benefiche;  separate nettamente le due finalità originarie  (credito e beneficenza) le Casse sono equiparate alle altre aziende di credito.

Una volta sul mercato, la loro vita non è stata facile; alcune Casse sono state coinvolte nei processi di fusione ed acquisizione che hanno portato alla creazione di grandi gruppi bancari, altre hanno tentato di associarsi fra loro, con risultati alterni. Non poche sono scomparse, altre ancora resistono da sole

La Cassa di Risparmio di Rimini, com’è noto, è stata acquisita il 21 dicembre 2017 da Cariparma, del gruppo francese Credit Agricole, prima banca mutualistica in Europa e in Francia e la terza banca francese per capitalizzazione.

sabato 14 novembre 2015

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mercoledì 9 ottobre 2013

In vacanza con 6.000 lire al giorno

CORRIERE DELLA SERA  26 giugno 1977 


COSA SI FA CONTRO IL CARO PREZZI NELLE PENSIONI FAMILIARI DELLA RIVIERA ROMAGNOLA
  
DAL NOSTRO INVIATO SPECIALE
RIMINI - Quando la vacanza costa 6 mila lire al giorno, tutto compreso: cioè una camera con doccia, il burro e la marmellata con il caffelatte del mattino, carne o pesce a pranzo e la cena mai avara di calorie. Il miracolo romagnolo del mare a buon mercato. Cominciò più di venti anni fa, l'invenzione di quello che oggi chiamiamo « turismo sociale »: prezzi bassi perché fare le ferie non sia un lusso. Protagonista una razza unica, di gente che durante la « stagione » si mise a lavorare 20 ore su 24 e in inverno a firmare cambiali per tirare su altre camere.

Brodetto di pesce

A chiamarli « albergatori » non si entusiasmano, questa parola ha il sapore di una dimensione imprenditoriale che non hanno mai né raggiunto né amato: sono i proprietari delle cento, mille « pensioni familiari» della spiaggia romagnola.
Quelli che conoscono tutti i clienti per nome, si ricordano di mandare un bigliettino quando il figlio dei Rossi fa la cresima. Non passa l'estate senza che essi preparino almeno una volta quel brodetto di pesce che piace tanto ai signori di Brescia.
Questo è un rapido viaggio dentro un miracolo che si ripete. Un'incursione nella vita-gestione di una « pensione familiare » che nonostante l'inflazione, il caro bistecca, il caro frutta, il caro tutto riesce ad offrire un giorno di vacanza al prezzo di due biglietti per un film di prima visione. Una ricerca mossa anche da scampoli di curiosità e invidia per i segreti e le bravure che rendono possibile, nell'alberghetto del mare, quello che è impossibile, in fatto di economie, sulle nostre tavole.
Al centro del viaggio una « pensione » che si chiama « Villa Gori », a Rivabella di Rimini, lontano dal luccichio di Marina centro e del lungomare dove sorgono gli hotel di prima categoria con piscina. Una scelta casuale ma emblematica. Non l'unica con queste caratteristiche, anzi una delle tante. Cambiano le insegne e i nomi dei protagonisti, la geografia umana però resta identica. E comune è il nesso di una fedeltà al lavoro e all'iniziativa, che colpisce nella semplicità. « Se mi fermo sto peggio »; « Salute e lavoro, cosa altro si può chiedere? ».
Il filo conduttore è l'attivismo, in estate ma anche nella stagione morta. In un recente libro (« Una terra targata Romagna », scritto da Giuliano Zanotti e Aureliano Bassani) c'è un bozzetto che coglie questa realtà. La scena avviene davanti ad una « pensioncina », ai primi di marzo.  «Suonai, venne ad aprirmi un cane con un bambino. "Non c'è nessuno - disse il piccolo - babbo è in ufficio e mamma a scuola perché fa la bidella, mio fratello Sanzio lavora alla Segissa". E la nonna?, chiesi io. "Nonna è al nait che tiene a bada i paltò". E tu stai giocando?. Azzardai nella speranza che almeno uno in famiglia stessa riposando. "No - disse il bimbo - lavo le bottiglie per l'estate"».
Ed ecco la vita di « Villa Gori », pensione familiare, vicino al mare, cucina casalinga, raccontata attraverso i suoi protagonisti.

Diploma di maestra

« Aspetti un momento che devo finire di dare la cera », dice la signora continuando a strofinare per terra. Ha il diploma di maestra elementare, due figli (il primo di 9 anni e l'altro di 6), un marito che lavora in banca e nelle cose della pensione non centra perché lui ha il suo lavoro e qui deve lasciare fare. Si chiama Elide Arlotti Gori. Nove anni fa si è messa in questa attività. Si alza alle 5, alle 6 è al mercato, il suo appartamento è a Rimini centro, in una bella casa nuova, vicino alla fiera. Ma d'estate sta sempre qui. « Dormiamo in quattro in una stanza, così ne abbiamo una in più da affittare ».
Fa gli acquisti, bada all'amministrazione, serve in sala da pranzo, da una mano per pulire le camere. « Mi stanco più in inverno quando sono casalinga ». In giugno ha avuto quasi sempre il tutto esaurito, mamme e nonne con i bambini, fino a 8 anni sconto del 20 per cento. Cerca di accontentare in tutti i modi gli ospiti. « Ho imparato anche a fare le iniezioni; se arrivano in treno ed hanno molte valige non mi tiro indietro, sono capacissima di andare a prenderli con la mia auto ». Mario e Gilberto, i due figli vanno tutti i giorni al mare: « Li affido a qualche altra mamma, in cambio io offro l'ombrellone ».

OGNI MATTINA BATTAGLIA AL MERCATO


Quando la signora Elide cominciò a condurre la sua piccola azienda, nel 1969, un giorno di pensione costava 1500-1800 lire. Era più facile « starci dentro » allora che oggi. La battaglia contro i prezzi comincia tutte le mattine al mercato. « A me qualcosa levano sempre, perché so contrattare ». Ecco i costi dell'ultima spesa: prugne a 400 lire il chilo, pesche a 500, patate 200, pomodori 450, albicocche 500.

La carne proibita

La voce che incide di più nella gestione è quella della carne: « La pago 4000 lire il chilo più IVA comperando mezza bestia alla volta. Il macellaio si impegna a conservarla. Però mi do da fare. Quando si seppe che aumentava l'IVA, alle 5 della mattina avevo già comperato la carne per tutta la stagione ... ». A « Villa Gori » due volte la settimana c'è il pesce: « Io non sono ammessa al mercato all'ingrosso ma ho un negoziante amico che ci va per me. Le seppie e le lumachine invece me le porta Sergio, il bagnino. Il formaggio grana lo compro a 6500 lire, ma quando facciamo i cannelloni lo mischiamo al pecorino nostrano che ha più sapore. Al mercato il pollo costa 1700 lire. Attraverso l'organizzazione di promozione alberghiera riesco a prenderlo a 150 lire di meno ».
I pasti sono serviti alle 12.30 e alle 19.30: dopo un'ora la sala da pranzo è già sgombra. E' una saletta piccola, con una ventina di tavoli, molto pulita. In un angolo il bar. Molti amari, qualche brandy, pochi whisky. Accanto alle bottiglie una confezione di citrosodina, per digerire. Dall'altra parte il frigorifero dei gelati e un mobiletto con giornali, libri e giocattoli. Uno è il « Gioco di Sandokan »: deve essere stato di Gilberto, adesso è di chi lo vuole. Le consumazioni extra vengono segnate giorno per giorno. Su ogni tavolo c'è un cartellino per registrare l'acquisto. Qualche esempio. Una bottiglia di acqua minerale 400 lire (costo per il gestore 80), il vino da pasto 700 (costo 300); la birra da tre quarti 800.
« Quello che guadagniamo lo mettiamo in lavori di miglioramento», spiega Elide Gori. Quest'anno hanno comperato sedie e tavoli nuovi. « Le spese sono tante. In una stagione paghiamo 240 mila lire solo di tassa sul rusco. Noi cerchiamo di dare da mangiare molto bene. Un anno è venuto qui anche un lord inglese, si è fermato per caso e poi ha fatto tutta la vacanza. Però gli inglesi qualche volta danno pensieri, lasciano le camere in grande disordine. Allora io finché non capiscono scrivo dei bigliettini: "Tenere in ordine il bagno" ».


La cuoca, suocera della signora Elide, è la titolare della licenza. Cominciò lei assieme al marito, nel '57: « Qui c'era solo del canneto e questa casa di pescatori che costava 2 milioni e 600 mila lire. Mario, facciamo un debito e la compriamo. Mario era mio marito. Si convinse. I primi tempi tenevamo solo qualche camera e ci sono state anche delle belle soddisfazioni, sapesse. Sono venuti a mangiare Pajetta e Longo. Ma anche i preti. Tutti contenti ».
La cuoca si chiama Ines, ha 71 anni. Comincia a lavorare alle 6. Finisce tra le 21 e le 22. « Quando lavoro sto bene, se mi fermo arrivano i guai. In inverno mi si gonfiano le gambe. Il caldo della cucina invece mi fa bene ». Ines Gori sta cucinando gli involtini, occorrono cento grammi di carne, per le bistecche 120 grammi. Non pensa a smettere, a riposarsi, a uno svago. « Cosa dovre fare, un viaggio? Per viaggare bisognerebbe esserci abituati. Io invece ho cominciato a laborare a 13 anni e ho continuato. Ricca non sono ma ho sempre pagato i debiti. La mia soddisfazione è andare in pescheria. "Ines, Ines", mi chiamano tutti e vogliono vendere a me perché sanno che sono "galantuoma". Finché posso lavoro. Mia madre è stata in cucina fino a 87 anni, poi è morta perché è caduta dalla bicicletta ».
Per tenere 6 mila lire in giugno e poco di più in alta stagione (una « scala mobile » che tocca la punta massima per ferragosto) il segreto del risparmio non è solo in cucina. Il costo maggiore infatti è quello del personale. Ecco perché a « Villa Gori », come in tutte le altre «pensioni» è mobilitata l'intera famiglia. Un piccolo incarico l'ha anche Francisco Gori, ragioniere di banca, che si autoqualifica il « portiere di notte ». E' lui che chiude la porta un po' prima di mezzanotte, quando i clienti sono già tutti a letto. In cucina lavora anche la sorella di Ines, di qualche anno più giovane che tutti chiamano «Pallina».

« Meglio le donne »

Poi ci sono le cameriere. Loredana Antonioli 21 anni, addetta soprattutto alle stanze, e Paolo Antonioli, 20, che non è parente dell'altra, incaricata del servizio in sala. Guadagnano 400 mila lire al mese, più il mangiare. Loredana faceva la parrucchiera: « Qui prendo di più, lo faccio perché voglio aprire un negozio mio ». Paola invece lavorava come commessa.
Loredana l'altro giorno è andata all'ufficio collocamento, per sbrigar pratiche. A finire i lavori nelle camere ci ha pensato la "signora".  Elide Gori aggiunge « Ho dei clienti bravissimi, si erano già fatti il letto da soli».
L'anno scorso ai tavoli serviva un ragazzo: « Prendeva 250 mila lire, quest'anno ci ha detto che per tornare ne voleva 400. Allora abbiamo preferito assumere una donna. All'uomo non piace mica tanto dare lo straccio per terra e invece i pavimenti vanno lavati ». Le due ragazze sono contente: «Quando una famiglia parte lascia sempre mille o duemila lire di mancia. C'è anche chi la mancia la da appena arriva. Ma noi trattiamo tutti uguale ».
Il lord inglese è un'eccezione che resterà nella piccola storia della « Villa Gori ». Arrivano soprattutto italiani. Molti operai e impiegati, moltissimi pensionati. Corrado Pancaldi, un ex tranviere bolognese di 62 anni, è il fedelissimo: da quindici anni fa qui le vacanze: « Ho il diabete, la signora Ines mi cucina quello che mi serve ». Aldo Gamba, un milanese, anche lui in pensione, ha lavorato per 35 anni all'Edison. E' con la moglie Ilde che sa bene quanto costa la vita: « Mi domando anch'io come facciano a fare spendere così poco con quello che danno da mangiare ». Ci sono giovani mamme con i figli. All'ora di pranzo si sentono le parole che tutte le mamme continueranno a dire: «Se non mangi la carne oggi vai a letto a dormire » e si sentono i soliti pianti che tutti i bambini continueranno a fare. La vita a « Villa Gori » va avanti così con gli orari quasi da collegio di tutte le « pensioni familiari », il bagno, la cura del sole, le chiacchiere dopo mangiato e i quattro passi prima di andare a letto.

Vittorio Monti