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lunedì 12 ottobre 2026

Teoria della vittoria

Varsavia (12 ottobre 2026):

Il generale statunitense Alexus Grynkewich, comandante supremo delle forze alleate in Europa / Comando Aereo Alleato della NATO, ha presentato a Varsavia la nuova "teoria della vittoria" dell'Alleanza durante il Warsaw Security Forum


"Grazie e buon pomeriggio a tutti. È fantastico essere di nuovo qui a Varsavia con tutti voi, in un luogo dove la deterrenza e la difesa vengono prese sul serio e dove alle parole seguono i fatti.

Da quando ha aderito alla NATO, nel 1999, la Polonia ha dato l'esempio. Oggi continua a esercitare un ruolo guida attraverso investimenti storici nella difesa, l'impegno ad ampliare la propria base industriale, una rapida modernizzazione militare e una particolare attenzione alla resilienza della società di fronte a un contesto di sicurezza complesso e instabile.

Quando la Polonia entrò nella NATO nel 1999, quella decisione rappresentò una riaffermazione della sovranità polacca. I leader polacchi dell'epoca parlarono della determinazione della loro nazione a scegliere autonomamente il proprio destino, e l'adesione all'Alleanza rifletteva il loro impegno a proteggere il popolo polacco e il suo territorio.

Per noi, quella decisione dovrebbe richiamare con particolare chiarezza che cosa sia la NATO e perché esista.

Ci ricorda che la NATO è un'alleanza difensiva, costituita per preservare la pace e che, in quanto tale, non abbiamo piani, intenzioni o ambizioni che vadano oltre la protezione dei nostri cittadini e la difesa del nostro territorio.

Tuttavia, nessuno deve confondere la nostra natura difensiva con la debolezza o con una mancanza di determinazione.

Attraverso la nostra forza collettiva, puntiamo a esercitare la deterrenza e a preservare la pace.

Ma se qualcuno fosse tanto sciocco da attaccarci, combatteremo. Fermeremo l'attacco e gli impediremo di raggiungere i suoi obiettivi, quali che siano.

In breve, faremo in modo che qualsiasi attacco contro qualsiasi alleato si riveli completamente inutile.

Questo pomeriggio vi illustrerò come intendiamo farlo, quello che chiamo la mia teoria della vittoria.

Questa teoria prevede la conduzione di una difesa basata sulla negazione degli obiettivi dell'avversario, un approccio strettamente allineato alla strategia dell'Alleanza, quella che chiamiamo Deterrence and Defence of the Euro-Atlantic Area, o DDA, ossia deterrenza e difesa dell'area euro-atlantica.

Pertanto, anche se la definisco la mia teoria, in realtà è qualcosa di più. Si basa su una strategia concordata da tutti i 32 alleati e quindi ci rappresenta e ci comprende tutti.

In altre parole, è la nostra teoria della vittoria.

Prima di descriverla più dettagliatamente, voglio chiarire un punto. Non ritengo che un conflitto sia imminente o inevitabile. Non lo è. Contribuiamo a evitare i conflitti dichiarando chiaramente le nostre intenzioni difensive e mantenendo aperti i canali di comunicazione, così da risolvere eventuali incomprensioni e favorire la trasparenza.

Ma scoraggiare un conflitto richiede anche la prontezza a combattere una guerra. E questa prontezza impone di pianificare sulla base di ciò che è possibile, non soltanto di ciò che è probabile.

Come affermò il primo presidente degli Stati Uniti, George Washington, il modo più efficace per preservare la pace è prepararsi alla guerra. Oppure, come dice l'attuale presidente americano, questa è la pace attraverso la forza.

Nel caso della NATO, si tratta della forza di 32 nazioni unite.

Uno dei punti di forza essenziali della nostra Alleanza è il vantaggio decisionale. Percepiamo e osserviamo l'ambiente operativo attraverso una sofisticata architettura stratificata di intelligence, alimentata da sistemi di raccolta delle informazioni di diversa provenienza che producono enormi quantità di dati. Utilizziamo questi dati per ricavare indicazioni cruciali, servendoci di algoritmi avanzati che ci consentono di interpretare le informazioni raccolte. Il risultato fondamentale è una comprensione approfondita dell'ambiente strategico e operativo.

Questo significa che è improbabile che l'Alleanza venga colta di sorpresa.

Vedremo arrivare un eventuale attacco, e questo ci darà il tempo di valutarlo e di schierare rapidamente le nostre forze.

Così facendo, puntiamo a esercitare la deterrenza, ma questi movimenti ci preparano anche a respingere qualsiasi possibile attacco, compresi quelli finalizzati a conquistare e mantenere il controllo di un territorio della NATO, creando un fatto compiuto. In breve, ci preparano a svolgere il nostro compito più sacro: la difesa dei nostri cittadini e del nostro territorio.

Per aiutarci ad assolvere questo compito, abbiamo sviluppato la nostra teoria della vittoria.

Negli ultimi giorni, alcuni l'hanno definita un piano, ma non lo è, almeno non nel senso militare del termine.

La nostra teoria della vittoria fornisce invece all'Alleanza una visione comune di come ottenere la vittoria attraverso la deterrenza e la difesa.

Esprime il mio intento di comandante, per aiutarci a concentrare gli sforzi militari sui compiti fondamentali che dobbiamo assolvere in combattimento e sul modo in cui dobbiamo dimostrare di essere capaci di assolverli per esercitare la deterrenza.

E si fonda su una valutazione lucida delle minacce che affrontiamo e sugli insegnamenti della guerra moderna, tratti dall'Ucraina e dal Medio Oriente.

La mia teoria della vittoria è quindi semplice.

Bloccheremo l'attacco iniziale.

Se l'attacco proseguirà, ne smorzeremo lo slancio e impediremo al nemico di avanzare.

E, se necessario, spezzeremo le forze nemiche e il sistema operativo di combattimento schierato contro di noi.

Per bloccare l'attacco, le nostre forze terrestri manovreranno per dominare qualsiasi assalto nemico nel punto di contatto.

Attraverso la manovra, immobilizzeremo le formazioni nemiche e impediremo la conquista del territorio dell'Alleanza.

Le forze terrestri attaccheranno il nemico e distruggeranno le sue unità in avanzata.

Ma non agiranno da sole.

Le nostre forze aeree e navali, operando di concerto con le nostre capacità spaziali e cibernetiche, conquisteranno rapidamente la libertà di manovra.

Una volta assicurata rapidamente la superiorità aerea e marittima nell'area di battaglia e sopra di essa, queste forze impiegheranno una combinazione di massa e precisione per impedire al nemico di mantenere le proprie posizioni.

Dopo questo blocco iniziale, smorzeremo qualsiasi azione offensiva ancora in corso o successiva contro di noi.

Utilizzando sensori avanzati, sistemi autonomi e forze multidominio, impediremo all'aggressore di acquisire slancio o conquistare l'iniziativa.

L'impiego sincronizzato di effetti multidominio fino al livello tattico sopraffarà le formazioni nemiche impegnate nel combattimento e la loro avanzata, ammesso che a quel punto sia ancora in corso, perderà ulteriormente slancio.

Se l'avversario decidesse di insistere nell'attacco o di impegnare le proprie riserve, spezzeremo il sistema di combattimento schierato contro di noi.

Questo comprende non soltanto le forze attaccanti in sé, ma anche tutto ciò che le sostiene, le rifornisce o le controlla.

Per farlo, combineremo munizioni di precisione altamente avanzate ed estremamente efficaci con una massa schiacciante di sistemi economici e producibili su larga scala.

Eserciteremo una pressione costante e incessante, sia cinetica sia non cinetica.

Lo faremo in tutti i domini e attraverso tutti i domini: terra, aria, mare, spazio e cyberspazio.

In questo modo spezzeremo il sistema nemico e ne sconfiggeremo le singole componenti.

Le formazioni nemiche saranno private dei rifornimenti, i comandanti nemici non saranno più in grado di controllare le proprie forze e le unità nemiche, insieme alle loro capacità di supporto, saranno ridotte e distrutte.

Nell'eseguire quanto ho appena descritto, non cerchiamo di infliggere una sconfitta strategica al nostro avversario, né abbiamo bisogno di farlo.

Il nostro unico obiettivo è fermare qualsiasi attacco sul nascere, impedendo al nemico di conquistare e mantenere il controllo del nostro territorio. Per riuscirci, è necessario infliggere una sconfitta tattica e operativa alle forze impiegate contro di noi, ma nulla di più.

Spezziamo il sistema di combattimento che ci attacca per renderlo incapace di proseguire l'offensiva o, come direbbe Clausewitz, per costringerlo a raggiungere il proprio punto culminante, vale a dire degradarlo fino al punto in cui non sia più in grado di assolvere le proprie funzioni belliche.

È proprio questo aspetto della nostra teoria della vittoria, una teoria fondata su un'azione decisiva, ma sempre finalizzata a una difesa basata sulla negazione degli obiettivi nemici, conformemente alla DDA, che ci consente di mantenere una posizione favorevole rispetto all'escalation.

Poiché dobbiamo attaccare soltanto il sistema che ci sta attaccando, e poiché lo facciamo esclusivamente per impedirgli di raggiungere i propri obiettivi, non abbiamo alcuna necessità né alcun incentivo a provocare un'escalation.

Ciò significa che la responsabilità dell'escalation ricadrebbe interamente sull'aggressore. Sarebbe lui, e soltanto lui, a dover sopportare tutto il peso morale, politico e strategico della decisione di procedere in quella direzione.

E su questo punto dobbiamo assicurarci che anche l'avversario sappia che siamo noi ad avere il vantaggio, che un'escalation non farebbe altro che peggiorare la sua posizione, tanto sul piano militare quanto su quello politico.

E se un avversario dovesse minacciare un'escalation attraverso dichiarazioni bellicose, o decidesse effettivamente di intensificare il conflitto durante le ostilità, questo non provocherebbe una frattura nella nostra Alleanza. Al contrario, non farebbe altro che unirci ancora più strettamente.

Dovremmo trarre rassicurazione dalla nostra capacità di produrre effetti su vasta scala e dall'avvertimento implicito che siamo in grado di rispondere a qualsiasi mossa del nemico lungo la scala dell'escalation.

Questi stessi fattori dovrebbero anche indurre qualsiasi avversario a riflettere attentamente.

Di fronte a un'Alleanza unita, forte e pronta, dovrebbe rendersi rapidamente conto che il costo militare di un'escalation sarebbe troppo elevato.

Dunque, alla luce di questa teoria della vittoria, di questa visione di come possiamo vincere, quali sono i prossimi passi?

In tutta l'Alleanza stiamo adottando misure per tradurre questa teoria in capacità operative e massimizzare la prontezza delle nostre forze.

Se venissimo attaccati, saremmo pronti a combattere già questa notte. Ma non ci adagiamo sugli allori.

Continueremo a prepararci e ad addestrarci ogni giorno, e domani saremo ancora più pronti, e dopodomani lo saremo ancora di più.

Prepararci a combattere secondo questa teoria della vittoria significa, naturalmente, prima di tutto essere capaci di vincere in difesa. Ma dimostrare la nostra prontezza è anche fondamentale per prevenire i conflitti. Dimostrare di essere pronti ad applicare la nostra teoria della vittoria è quindi essenziale anche per vincere attraverso la deterrenza.

E, in quanto alleanza difensiva, dovrebbe essere chiaro a tutti che mantenere una deterrenza efficace e credibile è esattamente la condizione nella quale vogliamo trovarci.

Ogni attività, ogni esercitazione e ogni zloty, euro, dollaro, euro, sterlina o corona che investiamo contribuisce a questo obiettivo.

La nostra teoria della vittoria ci consente di concentrare questi sforzi per dimostrare di essere pronti a bloccare, smorzare e spezzare.

Pertanto, le nostre forze terrestri avanzate sul fianco orientale si eserciteranno e dimostreranno la propria capacità di bloccare qualsiasi attacco.

Le nostre forze aeree e navali si eserciteranno e dimostreranno la nostra capacità di conquistare e mantenere la libertà di manovra e di produrre effetti multidominio, così da smorzare ulteriormente qualsiasi attacco.

Investiremo sia in capacità di attacco di precisione a lungo raggio altamente avanzate, sia in sistemi più economici, oltre che in reti di sensori e in un'infrastruttura cloud dedicata alle operazioni belliche, per rafforzare la nostra capacità di spezzare qualsiasi sistema di combattimento avversario, rendendolo impotente e incapace di proseguire l'attacco.

I nostri investimenti congiunti nella prontezza operativa e nelle capacità militari contribuiscono a prepararci alla difesa, ma, cosa ancora più importante, rappresentano anche il nostro strumento migliore per evitare di dover combattere.

Il nostro primo obiettivo è la deterrenza, evitare il conflitto. Ma questa deterrenza si ottiene dimostrando la nostra forza e comunicando la nostra determinazione, senza provocazioni.

La NATO non cerca la guerra con nessuno.

Anzi, in qualità di comandante supremo delle forze operative della NATO, attuare la teoria della vittoria che vi ho illustrato oggi mi imporrebbe di impartire ordini che spero di non dover mai dare.

La nostra Alleanza esiste per preservare la pace.

Ma non ci siano dubbi: se dovesse arrivare la guerra, bloccheremo e indeboliremo qualsiasi attacco e, se questo non dovesse cessare, spezzeremo le forze che conducono l'aggressione contro di noi.

Ci siamo addestrati e siamo pronti. E saremo sempre più pronti: oggi, domani e ogni giorno successivo.

Siamo qui insieme, oggi, in Polonia, più forti che mai, uniti dalla nostra visione comune di un'Alleanza più equilibrata, più pronta e più letale.

Sappiamo come combatteremo, se la guerra dovesse arrivare fino a noi, e sappiamo che vinceremo.

E insieme faremo in modo che qualsiasi avversario che prenda in considerazione l'idea di attaccare la nostra Alleanza giunga all'unica conclusione che conta: «Oggi non è il giorno»".

Grazie a Dario D'Angelo per la traduzione

Mandatelo sui tg, mandatelo nelle scuole, mandatelo fino a Mosca. A Varsavia, il generale americano Grynkewich, Comandante supremo alleato della NATO in Europa, ha pronunciato uno dei discorsi più importanti dell'anno. È la sua - la nostra - "teoria della vittoria", resa finalmente pubblica, per le opinioni pubbliche occidentali e per i nostri avversari. Mandatela a memoria: è il copione che i nostri eserciti stanno imparando a padroneggiare per difendere i nostri territori. Non è un caso che questa strategia sia stata resa pubblica proprio ora. Ci ricorda che viviamo tempi straordinari, pericolosi, ma serve anche a rassicurarci, a dirci che i nostri nemici - dovessero essere così avventati da sfidare la sorte - si troveranno ad affrontare una forza temibile, professionale, pronta. Non cercheremo mai l'escalation, non ne abbiamo bisogno. Ma saremo in grado di farne pagare il conto a chiunque dovesse metterci alla prova. Il generale Grynkewich ha spiegato esattamente come.

lunedì 29 settembre 2025

Discorso di Donal Tusk - Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica di Polonia


🚨🪖Ho ascoltato un discorso monumentale di Donald Tusk. Lasciate da parte i colori politici: non è questo il punto. Non più. Non in questo momento. C'è un primo ministro che parla alla sua nazione con una schiettezza da pelle d'oca. Dice che la Polonia è in guerra, che è importante che i suoi connazionali lo capiscano. La Storia non è finita. La Storia è tornata, davvero. Buona lettura.

"C’è la guerra. Oggi il compito più grande, il compito più importante di tutti i leader dell’opinione pubblica è rendere consapevoli fino in fondo, nel profondo delle menti e dei cuori, l’intera comunità occidentale e l’intera comunità transatlantica che c’è la guerra. Una guerra non voluta, a tratti strana, di un nuovo tipo, ma pur sempre guerra.

Non serve tornare a Tucidide e alla sua, purtroppo, universale e sempre confermata tesi secondo cui la pace è soltanto un incidente tra stati naturali di conflitto e di guerra. Suona pessimista, ma è tremendamente realistico.

Appartengo a quella generazione che è nata e cresciuta dopo la guerra. Tutto era “post-bellico”. Eppure quella guerra era ancora a portata di mano, nei suoi segni, nella memoria di ciò che comporta la guerra.

Quando abbiamo visto le immagini scioccanti di Bucha, le testimonianze di donne violentate, i racconti di massacri di bambini e anziani, mi sono tornate alla mente le parole di mia nonna che raccontava la sua esperienza a Danzica durante la Seconda guerra mondiale.

Quando abbiamo visto Mariupol distrutta, abbiamo visto città polacche. Io non sono così vecchio, ma quando andavo a scuola nella mia Danzica natale, metà del tragitto era ancora tra le rovine della Seconda guerra mondiale.

Sembrava che quel dopoguerra sarebbe stato qualcosa di duraturo. Soprattutto a Danzica, dove nacque Solidarność e dove fu abbattuto il comunismo, sembrava che le ultime conseguenze negative della Seconda guerra mondiale fossero state definitivamente cancellate.

La caduta del comunismo, la dissoluzione dell’Unione Sovietica, la riconquista della libertà da parte della Polonia e degli altri Paesi della regione, quel trionfo dell’Occidente: alcuni proclamarono perfino la “fine della storia”. Sembrava che non solo la mia generazione, ma anche quella dei miei figli e dei miei nipoti avrebbe vissuto in pace.

È meglio che ci sia chiaro: non viviamo nell’illusione.

La pace non è data una volta per tutte.

La pace non è qualcosa di scontato, men che meno in questa parte del mondo. È esattamente il contrario.

(...) Voglio dirlo chiaramente, e voglio che in Polonia i miei connazionali lo sentano con forza: questa guerra è anche la nostra guerra.

Spesso, sia qui a Varsavia sia altrove nel mondo, sentiamo persone dire: “Non è la nostra guerra, non ci riguarda. Che se la sbrighino da soli, non vogliamo pagare, non vogliamo sacrificare né soldi né tempo, e tanto meno la vita dei nostri soldati”.

Ma dobbiamo essere consapevoli che la questione non è se qualcuno ami l’Ucraina o se nella storia abbia avuto buone o cattive esperienze con l’Ucraina. Non è una questione di semplice solidarietà con un Paese aggredito. È una questione di sicurezza e di sopravvivenza dell’intera civiltà occidentale.

Questa è la nostra guerra perché la guerra in Ucraina è solo una parte di un progetto sinistro che ciclicamente riappare nel mondo. Lo scopo di quel progetto politico è sempre lo stesso: come sottomettere i popoli, come togliere la libertà ai singoli individui, come far trionfare autoritarismi e dispotismi, crudeltà e negazione dei diritti umani.

Non elencherò tutti gli attributi di ciò che è oggi proprio del regime di Putin, e non solo in Russia. Ma per questo, che piaccia o meno, questa è la nostra guerra.

Non solo per solidarietà con gli aggrediti, ma per il nostro stesso interesse fondamentale.

Se perderemo questa guerra - e dobbiamo parlarne in prima persona - le conseguenze ricadranno non solo sulla nostra generazione, ma anche su quelle future, in Polonia, in Europa, negli Stati Uniti e ovunque nel mondo.

Non dobbiamo avere illusioni su questo.

Quando dico che questa è la nostra guerra, deve avere anche conseguenze pratiche. La Polonia lo ha capito abbastanza presto, non solo per ragioni geografiche e storiche, ma anche per una valutazione lucida di ciò che è la Russia contemporanea. 

Abbiamo capito presto che sulla sicurezza non si può risparmiare, e che la solidarietà e l’unità dell’Unione Europea, della NATO e dell’intera famiglia transatlantica sono condizioni indispensabili non solo per sopravvivere, ma per sconfiggere chi attacca i fondamenti della nostra civiltà.

Lo so: non è un compito semplice. Ma ricordiamoci tutti - non solo qui in Polonia - che bisogna prima di tutto contare su se stessi. Per questo abbiamo deciso di armare la Polonia e di modernizzare il nostro esercito su larga scala, perché sappiamo che dobbiamo contare prima di tutto su noi stessi. Se vogliamo contare sugli alleati, dobbiamo essere un elemento a pieno titolo del Patto Atlantico.

A volte abbiamo l’impressione che nella comunità transatlantica compaiano delle crepe. Traiamone una lezione. Non chiediamoci come mantenere l’unità perfetta o come convincere gli Stati Uniti a un maggiore e duraturo impegno sull’Ucraina. Dimostriamo prima di tutto che noi europei siamo capaci di mobilitare le nostre società, i nostri governi e la nostra comunità a un’azione efficace. 

L’America ha il diritto di chiedere un maggiore impegno all’Europa, così come noi abbiamo il diritto di aspettarci dall’America che tratti la comunità transatlantica come una priorità assoluta, come una garanzia della sopravvivenza del nostro mondo. Non si tratta di impartire lezioni reciproche, ma di imparare gli uni dagli altri i propri doveri di fronte a questa guerra - la nostra guerra.

Non è vero, come sostengono in molti, che questa guerra non si possa vincere. Tutto dipende dalle nostre teste, perché i numeri parlano da soli. Se l’Ucraina, pur pagando un prezzo enorme - e sappiamo bene qui in Polonia quanto sia alto quel prezzo - dimostra che non esiste la logica della resa, allora dobbiamo trarne forza. 

Se l’Ucraina non si è arresa, se l’Ucraina continua a combattere - e se persino il presidente Trump, con sorpresa di molti, ha detto pubblicamente “Sì, l’Ucraina può vincere questa guerra” - queste parole hanno un peso. 

La fede in questa possibilità ha un peso enorme, perché si perde o si vince prima nelle menti e nei cuori, e solo dopo sul campo di battaglia.

Se l’Ucraina riesce a resistere in modo eroico ma anche razionale e pragmatico, perché mai tutta l’Europa e l’intera comunità transatlantica dovrebbero cadere nei complessi di fronte all’aggressore? 

Se anche solo per un istante pensassimo che questa guerra l’Occidente debba perderla, saremmo maledetti fino alla fine del mondo. 

Sarebbe imperdonabile. 

Tutti i dati ci dicono il contrario: guardiamo a noi stessi, all’America, guardiamo a come combatte l’Ucraina. Non c’è alcuna ragione per pensare in termini di capitolazione. Nessuna, se non la debolezza di volontà, il dubbio, la codardia, la mancanza di immaginazione.

Se liberiamo i nostri cuori e le nostre menti da tutto questo, non ci sarà alcun motivo per rinunciare alla solidarietà, alla cooperazione e al sostegno all’Ucraina con ogni mezzo disponibile. Lo ripeto: lo facciamo per noi stessi, non solo per gli ucraini. Lo facciamo per noi, per il nostro futuro.

E oggi abbiamo un altro esempio che dimostra che non serve essere una potenza per vincere. Spero che l’immagine da Varsavia arrivi a Chișinău, alla nostra amica Maia Sandu: la Moldova ha vinto ancora una volta contro una potenza. Conoscete bene la piccolezza del loro esercito, eppure hanno resistito non solo all’occupazione de facto oltre il Dnestr, ma anche a un’aggressione diretta con brutali ingerenze russe nel loro processo elettorale.

Hanno vinto perché nei loro cuori e nelle loro menti avevano la convinzione che non ci si deve arrendere, e perché credevano nella solidarietà, e non sono rimasti delusi dall’Europa.

Per questo la parola “solidarietà”, che in Polonia ha un significato particolare, oggi dovrebbe averlo per tutto l’Occidente. Dobbiamo essere solidali non per sentimentalismo, ma perché solo la solidarietà può garantire la vittoria. Se saremo solidali, come recita lo slogan del nostro incontro di oggi, non perderemo. Sarà l’Ucraina a vincere questa guerra, sarà salva l’indipendenza dell’Ucraina, sarà salva la prospettiva delle nostre future generazioni.

Io ci credo fermamente. Pensateci, parlatene e agite.

Grazie".

Dal Blog di Dario D'Angelo


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domenica 13 febbraio 2022

"La situazione è critica"


Venti di guerra

Crisi Ucraina, Berlino: "La situazione è critica". Atteso colloquio tra Zelensky e Biden

Domani il cancelliere tedesco Scholz partirà per Kiev e Mosca. La Polonia si prepara ad accogliere rifugiati, mentre la Casa Bianca fa sapere che "il tempo della diplomazia si sta riducendo"


La situazione della crisi ucraina è diventata "critica". Lo ha detto una fonte governativa tedesca, alla vigilia delle visite a Kiev e Mosca del cancelliere Olaf Scholz. "La nostra preoccupazione è cresciuta" e "pensiamo che la situazione sia critica, molto pericolosa", ha spiegato la fonte ai giornalisti a Berlino. Scholz, che domani volerà a Kiev e martedì sarà a Mosca da Putin, ha sottolineato che se la Russia dovesse invadere l'Ucraina le sanzioni occidentali sarebbero "immediate".

Nel discorso di insediamento dopo la sua rielezione, il presidente della Germania Frank-Walter Steinmeier ha fatto un appello al presidente Putin affinché "sciolga il cappio attorno al collo dell'Ucraina. Si unisca a noi nella strada che porta a preservare la pace in Europa. E non sottovaluti la forza della democrazia".

"Siamo nel mezzo del rischio di un conflitto militare, una guerra in Europa orientale", ha detto Steinmeier, e "la Russia porta la responsabilità di questo". "Il rafforzamento di truppe da parte della Russia non può essere frainteso. È una minaccia all'Ucraina", "ma le persone lì hanno il diritto di vivere senza paura e senza minacce, all'autodeterminazione e alla sovranità", ha proseguito. "Nessun Paese al mondo ha il diritto di distruggere questo e, a chiunque provi a farlo, vi risponderemo in modo deciso", ha concluso.

Colloquio Biden-Zelensky

lntanto si attende l'esito del colloquio tra il presidente ucraino Zelensky e il presidente Usa Joe Biden in programma, secondo quanto reso noto dalla Casa Bianca, per le 10:45 americane, le 16:45 in Italia.

La Polonia si prepara per un possibile afflusso di rifugiati

La Polonia si sta preparando a "vari scenari", tra cui il possibile afflusso di rifugiati ucraini, in caso la Russia dovesse attaccare l'Ucraina. Lo ha twittato il ministro degli Interni polacco Mariusz Kaminski. "È ovvio che a causa della situazione in Ucraina ci stiamo preparando a vari scenari. Uno di questi sono le azioni relative al possibile afflusso di rifugiati dall'Ucraina che, a causa di un possibile conflitto, potrebbero cercare un rifugio sicuro nel nostro Paese", ha affermato Kaminski. Polonia e Ucraina condividono una frontiera lunga oltre 530 km.

Blinken insiste, Mosca potrebbe creare un falso pretesto

Antony Blinken ha detto che la Russia potrebbe creare un "falso pretesto" per invadere l'Ucraina. "Nessuno dovrebbe sorprendersi se la Russia creerà un incidente per giustificare l'azione militare che aveva pianificato da sempre", ha detto il segretario di Stato Usa che ieri ha avuto un colloquio telefonico con il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov.

Sullivan: chiara possibilità di un'azione russa

Il consigliere alla sicurezza nazionale della Casa Bianca, Jake Sullivan, in un'intervista alla Cnn ha ribadito che "il mondo deve essere pronto" alla possibilità che la Russia metta in scena un "pretesto" per invadere l'Ucraina. "La modalità con cui hanno rafforzato la presenza militare" sembra indicare la "distinta possibilità di un'azione militare a breve. Siamo pronti a continuare il lavoro della diplomazia, ma siamo anche pronti a rispondere in modo unitario e deciso con i nostri alleati se la Russia" dovesse procedere con un'invasione, ha sottolineato Sullivan.

"Non possiamo prevedere con esattezza il giorno ma da tempo diciamo che siamo in quella finestra temporale in cui un'invasione può iniziare in qualsiasi momento. Un'azione militare della Russia in Ucraina può iniziare qualsiasi giorno", afferma Sullivan, sottolineando che "negli ultimi 10 giorni si è assistito ad un intensificarsi dei movimenti delle forze russe vicino al confine in posizioni dalle quali potrebbero lanciare un attacco molto rapidamente".

Pentagono, il tempo per diplomazia "si sta riducendo"

C'è ancora tempo per una soluzione diplomatica alla crisi ucraina, ma si sta assottigliando. Lo ha dichiarato il portavoce del Pentagono John Kirby, intervistato da Fox News. "Abbiamo detto, e crediamo ancora oggi, che ci sia ancora tempo e spazio per un percorso diplomatico", ha ribadito, "pensiamo ancora che ci sia un modo pacifico per evitare una guerra in Ucraina", ha aggiunto dicendo di "non poter confermare" la data del 16 febbraio come quella per l'avvio di un'operazione russa in Ucraina, secondo quanto riportato da alcuni media. Alla domanda se gli sforzi diplomatici in corso non siano gli "ultimi tentativi disperati" per trovare una soluzione, Kirby ha risposto: "Non lo so, ma sicuramente riconosciamo che il tempo sembra ridursi e questo è causa di preoccupazione per tutti".

Pentagono: "no" a sanzioni preventive

Gli Stati Uniti non considerano la possibilità di varare sanzioni "preventive" contro la Russia per la crisi ucraina. Lo ha dichiarato il portavoce del Pentagono, John Kirby, intervistato da Fow News. "Se le usi prima che venga compiuta l'aggressione o la trasgressione, perdono il loro effetto deterrente", ha detto Kirby. "Se punisci qualcuno per qualcosa che non ha ancora fatto, allora potrebbe anche andare avanti e farlo", ha spiegato, "crediamo quindi che ci sia un effetto deterrente finché le teniamo come riserva, e siamo stati molto chiari con la comunità internazionale e con il presidente russo Vladimir Putin sulla gravità delle conseguenze economiche che potrebbero comportare".

Nel precedente colloquio tra il presidente del Consiglio europeo Michel e il presidente ucraino Zelensky quest'ultimo si era detto favorevole a una soluzione diplomatica alla crisi ucraina, ma servivano "sanzioni preventive" per fermare Mosca.

A Kiev aiuti militari da Usa e Lituania

Altri due aerei con aiuti militari statunitensi, "immediatamente dispiegabili per rafforzare le difese" del Paese, sono arrivati in Ucraina. Lo ha annunciato l'ambasciata americana a Kiev, su Twitter, spiegando che la fornitura "rientra nei 200 milioni di dollari recentemente autorizzati e comprende munizioni e lanciarazzi". Il post, che pubblica anche le immagini dei due aerei, si conclude con l'hashtag #StandwithUcraina. Gli Usa avevano inviato già 15 aerei in Ucraina con aiuti militari. Secondo la testata Rbc-Ucraina, che cita una fonte del ministero della Difesa ucraino, la fornitura di materiale e assistenza militare tecnica dagli Stati Uniti prevede un totale di circa 45 voli.

Anche la Lituania ha annunciato la consegna di materiale bellico all'Ucraina: gli aiuti, ha reso noto il ministro della Difesa Arvydas Anusauskas, includono il sistema missilistico di difesa contraerea Stinger. L'ambasciata di Vilnius ha pubblicato le immagini degli aiuti a bordo di un C-17, che mostrano anche alcuni mezzi. In aggiunta sono stati inviati giubbotti antiproiettili.

Kiev alle compagnie aeree: non volate sul Mar Nero

L'Ucraina ha consigliato alle compagnie aeree di evitare di sorvolare le acque del Mar Nero da lunedì a sabato della prossima settimana a causa delle esercitazioni navali russe che si svolgono lì: lo riferisce il Guardian. Ieri l'agenzia di stampa Ria Novosti ha riferito di oltre 30 navi da guerra russe impegnate vicino alla penisola di Crimea, nell'ambito di esercitazioni navali più ampie. "Da domani, si consiglia alle compagnie aeree di non volare su quest'area e di pianificare in anticipo rotte alternative, tenendo conto della situazione attuale", ha affermato il servizio di traffico aereo statale ucraino. Lo spazio aereo ucraino rimane comunque aperto: in questo momento "non ha senso" chiudere perché "assomiglierebbe molto ad un autoisolamento", ha detto oggi Mykhailo Podolyak, consigliere del presidente ucraino, dopo che ieri la compagnia aerea olandese Klm ha annunciato la sospensione di tutti i voli verso l'Ucraina.



sabato 29 gennaio 2022

Preparati al peggio

venerdì 4 dicembre 2015

Per fortuna c'è l'impero del male!

Come ci hanno spiegato, i russi mentono sempre. Per fortuna! Pensate come dovremmo preoccuparci se, invece, i turchi aiutassero l'Isis, gli Usa aiutassero la Turchia che aiuta l'Isis, la Nato...

Noi occidentali siamo proprio fortunati! Sappiamo che la Russia è l'impero del male e che, quindi, nulla dalla Russia può venire che non sia menzogna. Pensate che disastro, se non fosse così.
Se non fosse così, dovremmo pensare che la Turchia, un Paese a cui l'Unione Europea, per mano della signora Mogherini (appunto Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, dicesi sicurezza!) vorrebbe consegnare 3 miliardi per controllare i confini e impedire che i profughi siriani si riversino verso l'Europa, usa uno dei suoi confini, quello con la Siria, per fare affari con i jihadisti che mettono a ferro e fuoco la Siria, producendo appunto quei profughi. Un bellissimo sistema, quello turco, per guadagnare tre volte su un'unica tragedia: comprando petrolio e opere d'arte dall'Isis; vendendo all'Isis armi e altre attrezzature e facendo passare i foreign fighters che vanno a rinforzare le sue file; infine, obbligandoci a versare milioni se non vogliamo veder arrivare i profughi.

Certo, l'impero del male ha prodotto foto e testimonianze. E anche chi scrive, visitando il Kurdistan iracheno, non ha mancato di notare le centinaia e centinaia di autobotti che ogni giorno partono per la Turchia, cariche di petrolio ”clandestino”, quello che il Kurdistan dovrebbe vendere attraverso il ministero del Petrolio di Baghdad e invece vende per conto proprio. Qualche tempo fa, inoltre, Hisham al-Brifkani, iracheno e presidente della commissione Energia della provincia di Ninive, aveva pubblicamente detto che le forniture di petrolio contrabbandato dall’ Isis in Turchia avevano raggiunto un massimo di 10 mila barili al giorno, per assestarsi poi sui 2 mila barili, anche se molti altri esperti parlavano di un potenziale da 250 mila barili al giorno.

Ma non importa, per fortuna l'ha detto l'impero del male e noi sappiamo che son tutte frottole. Il che ci tranquillizza a cascata. Perchè se la Turchia è amica dell'Isis, che cosa sono gli amici della Turchia? Barack Obama, per esempio. Il superdemocratico Nobel per la Pace che, quando la Turchia abbatte un aereo russo dice ”la Turchia ha diritto a difendere i suoi confini” come se la Turchia fosse stata attaccata, e quando i russi mostrano le foto dei traffici al confine ribatte ”la Turchia non c'entra”? Se non sapessimo che l'impero del male mente sempre, potremmo persino pensare che è Obama a mentire. E' Obama che spalleggia gli amici dei terroristi. E' Obama che finge di combattere l'Isis, lasciandogli invece aperte tutte le porte di rifornimento: quelle della Turchia, certo, ma anche quelle del Golfo Persico, le cui monarchie continuano imperterrite a distribuire quattrini e armi ai jihadisti.

Dovremmo persino pensare (ma qui siamo proprio al colmo) che i satelliti del Pentagono hanno qualche disfunzione. Se un aereo russo esplode sul Sinai, dopo un paio d'ora sanno dirti per filo e per segno che cos'è successo. Ma se lunghissime colonne di autobotti attraversano il deserto (o una non meno lunga colonna di mezzi e blindati carichi di miliziani solca per ore il deserto per raggiungere Palmira) non vedono nulla. Misteri della tecnologia.

Non è dunque una gran fortuna sapere che l'impero del male mente sempre? E che sospiro di sollievo sapere che in ogni caso, a tenerlo a bada, c'è la Nato. L'Alleanza militare che per due anni ha taciuto sui maneggi della Turchia, e sul transito di armi e foreign fighters verso la Siria, ma si è tanto tanto preoccupata dei bombardamenti russi sui ribelli. E che adesso, di fronte al generale smandrappamento dei suoi amici, e al ”liberi tutti” nell'intervento anti-Isis in Siria (Germania, Francia e Gran Bretagna perché l'opinione pubblica non sopporta più le ciance, la Cina in nome di vecchi alleanze), non sa far altro che organizzare qualche provocazione a base di aerei abbattuti, Governi ucraini all'attacco e inviti al Montenegro. 

Quindi che gran fortuna che l'impero del male menta sempre. Se no, sai quanto ci dovremmo preoccupare?
Vladimir Putin al poligono di tiro (Reuters).
Da Famiglia Crisriana.it

lunedì 16 novembre 2015

Francia: almeno smettiamola con le chiacchiere (Famiglia Cristiana)

Da anni, ormai, si sa che cosa bisogna fare per fermare l'Isis e i suoi complici. Ma non abbiamo fatto nulla, e sono arrivate, oltre alle stragi in Siria e Iraq, anche quelle dell'aereo russo, del mercato di Beirut e di Parigi. La nostra specialità: pontificare sui giornali.

Foto Reuters

E’ inevitabile, ma non per questo meno insopportabile, che dopo tragedie come quella di Parigi si sollevi una nuvola di facili sentenze destinate, in genere, a essere smentite dopo pochi giorni, se non ore, e utili soprattutto a confondere le idee ai lettori. E’ la nebbia di cui approfittano i politicanti da quattro soldi, i loro fiancheggiatori nei giornali, gli sciocchi che intasano i social network. Con i corpi dei morti ancora caldi, tutti sanno già tutto: anche se gli stessi inquirenti francesi ancora non si pronunciano, visto che l’unico dei terroristi finora identificato, Omar Ismail Mostefai, 29 anni, francese, è stato “riconosciuto” dall’impronta presa da un dito, l’unica parte del corpo rimasta intatta dopo l’esplosione della cintura da kamikaze che indossava.

Ancor meno sopportabile è il balbettamento ideologico sui colpevoli, i provvedimenti da prendere, il dovere di reagire. Non a caso risuscitano in queste ore le pagliacciate ideologiche della Fallaci, grande sostenitrice (come tutti quelli che ora la recuperano) delle guerre di George W. Bush, ormai riconosciute anche dagli americani per quello che in realtà furono: un cumulo di menzogne e di inefficienze che servì da innesco a molti degli attuali orrori del Medio Oriente.

Mentre gli intellettuali balbettano sui giornali e in Tv, la realtà fa il suo corso. Dell’Isis e delle sue efferatezze sappiamo tutto da anni, non c’è nulla da scoprire. E’ un movimento terroristico che ha sfruttato le repressioni del dittatore siriano Bashar al Assad per presentarsi sulla scena: armato, finanziato e organizzato dalle monarchie del Golfo (prima fra tutte l’Arabia Saudita) con la compiacenza degli Stati Uniti e la colpevole indifferenza dell’Europa.

Quando l’Isis si è allargato troppo, i suoi mallevadori l’hanno richiamato all’ordine e hanno organizzato la coalizione americo-saudita che, con i bombardamenti, gli ha messo dei paletti: non più in là di tanto in Iraq, mano libera in Siria per far cadere Assad. Il tutto mentre da ogni parte, in Medio Oriente, si levava la richiesta di combatterlo seriamente, di eliminarlo, anche mandando truppe sul terreno. Innumerevoli in questo senso gli appelli dei vescovi e dei patriarchi cristiani, ormai chiamati a confrontarsi con la possibile estinzione delle loro comunità.

Abbiamo fatto qualcosa di tutto questo? No. La Nato, ovvero l’alleanza militare che rappresenta l’Occidente, si è mossa? Sì, ma al contrario. Ha assistito senza fiatare alle complicità con l’Isis della Turchia di Erdogan, ma si è indignata quando la Russia è intervenuta a bombardare i ribelli islamisti di Al Nusra e delle altre formazioni.

Nel frattempo l’Isis, grazie a Putin finalmente in difficoltà sul terreno, ha esportato il suo terrore. Ha abbattuto sul Sinai un aereo di turisti russi (224 morti, molti più di quelli di Parigi) ma a noi (che adesso diciamo che quelli di Parigi sono attacchi “conto l’umanità”) è importato poco. Ha rivendicato una strage in un mercato di Beirut, in Libano, e ce n’è importato ancor meno. E poi si è rivolto contro la Francia.

Abbiamo fatto qualcosa? No. Abbiamo provato a tagliare qualche canale tra l’Isis e i suoi padrini? No. Abbiamo provato a svuotare il Medio Oriente di un po’ di armi? No, al contrario l’abbiamo riempito, con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti ai primi posti nell’importazione di armi, vendute (a loro e ad altri) dai cinque Paei che siedono nel Consiglio di Sicurezza (sicurezza?) dell’Onu: Usa, Francia, Gran Bretagna, Cina e Russia.

Solo l’altro giorno, il nostro premier Renzi (che come tutti ora parla di attacco all’umanità) era in Arabia Saudita a celebrare gli appalti raccolti presso il regime islamico più integralista, più legato all’Isis e più dedito al sostegno di tutte le forme di estremismo islamico del mondo. E nessuno, degli odierni balbettatori, ha speso una parola per ricordare (a Renzi come a tutti gli altri) che il denaro, a dispetto dei proverbi, qualche volta puzza.

Perché la verità è questa: se vogliamo eliminare l’Isis, sappiamo benissimo quello che bisogna fare e a chi bisogna rivolgersi. Facciamoci piuttosto la domanda: vogliamo davvero eliminare l’Isis? E’ la nostra priorità? Poi guardiamoci intorno e diamoci una risposta. Ma che sia sincera, per favore. Di chiacchiere e bugie non se ne può più.