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lunedì 12 ottobre 2026

Teoria della vittoria

Varsavia (12 ottobre 2026):

Il generale statunitense Alexus Grynkewich, comandante supremo delle forze alleate in Europa / Comando Aereo Alleato della NATO, ha presentato a Varsavia la nuova "teoria della vittoria" dell'Alleanza durante il Warsaw Security Forum


"Grazie e buon pomeriggio a tutti. È fantastico essere di nuovo qui a Varsavia con tutti voi, in un luogo dove la deterrenza e la difesa vengono prese sul serio e dove alle parole seguono i fatti.

Da quando ha aderito alla NATO, nel 1999, la Polonia ha dato l'esempio. Oggi continua a esercitare un ruolo guida attraverso investimenti storici nella difesa, l'impegno ad ampliare la propria base industriale, una rapida modernizzazione militare e una particolare attenzione alla resilienza della società di fronte a un contesto di sicurezza complesso e instabile.

Quando la Polonia entrò nella NATO nel 1999, quella decisione rappresentò una riaffermazione della sovranità polacca. I leader polacchi dell'epoca parlarono della determinazione della loro nazione a scegliere autonomamente il proprio destino, e l'adesione all'Alleanza rifletteva il loro impegno a proteggere il popolo polacco e il suo territorio.

Per noi, quella decisione dovrebbe richiamare con particolare chiarezza che cosa sia la NATO e perché esista.

Ci ricorda che la NATO è un'alleanza difensiva, costituita per preservare la pace e che, in quanto tale, non abbiamo piani, intenzioni o ambizioni che vadano oltre la protezione dei nostri cittadini e la difesa del nostro territorio.

Tuttavia, nessuno deve confondere la nostra natura difensiva con la debolezza o con una mancanza di determinazione.

Attraverso la nostra forza collettiva, puntiamo a esercitare la deterrenza e a preservare la pace.

Ma se qualcuno fosse tanto sciocco da attaccarci, combatteremo. Fermeremo l'attacco e gli impediremo di raggiungere i suoi obiettivi, quali che siano.

In breve, faremo in modo che qualsiasi attacco contro qualsiasi alleato si riveli completamente inutile.

Questo pomeriggio vi illustrerò come intendiamo farlo, quello che chiamo la mia teoria della vittoria.

Questa teoria prevede la conduzione di una difesa basata sulla negazione degli obiettivi dell'avversario, un approccio strettamente allineato alla strategia dell'Alleanza, quella che chiamiamo Deterrence and Defence of the Euro-Atlantic Area, o DDA, ossia deterrenza e difesa dell'area euro-atlantica.

Pertanto, anche se la definisco la mia teoria, in realtà è qualcosa di più. Si basa su una strategia concordata da tutti i 32 alleati e quindi ci rappresenta e ci comprende tutti.

In altre parole, è la nostra teoria della vittoria.

Prima di descriverla più dettagliatamente, voglio chiarire un punto. Non ritengo che un conflitto sia imminente o inevitabile. Non lo è. Contribuiamo a evitare i conflitti dichiarando chiaramente le nostre intenzioni difensive e mantenendo aperti i canali di comunicazione, così da risolvere eventuali incomprensioni e favorire la trasparenza.

Ma scoraggiare un conflitto richiede anche la prontezza a combattere una guerra. E questa prontezza impone di pianificare sulla base di ciò che è possibile, non soltanto di ciò che è probabile.

Come affermò il primo presidente degli Stati Uniti, George Washington, il modo più efficace per preservare la pace è prepararsi alla guerra. Oppure, come dice l'attuale presidente americano, questa è la pace attraverso la forza.

Nel caso della NATO, si tratta della forza di 32 nazioni unite.

Uno dei punti di forza essenziali della nostra Alleanza è il vantaggio decisionale. Percepiamo e osserviamo l'ambiente operativo attraverso una sofisticata architettura stratificata di intelligence, alimentata da sistemi di raccolta delle informazioni di diversa provenienza che producono enormi quantità di dati. Utilizziamo questi dati per ricavare indicazioni cruciali, servendoci di algoritmi avanzati che ci consentono di interpretare le informazioni raccolte. Il risultato fondamentale è una comprensione approfondita dell'ambiente strategico e operativo.

Questo significa che è improbabile che l'Alleanza venga colta di sorpresa.

Vedremo arrivare un eventuale attacco, e questo ci darà il tempo di valutarlo e di schierare rapidamente le nostre forze.

Così facendo, puntiamo a esercitare la deterrenza, ma questi movimenti ci preparano anche a respingere qualsiasi possibile attacco, compresi quelli finalizzati a conquistare e mantenere il controllo di un territorio della NATO, creando un fatto compiuto. In breve, ci preparano a svolgere il nostro compito più sacro: la difesa dei nostri cittadini e del nostro territorio.

Per aiutarci ad assolvere questo compito, abbiamo sviluppato la nostra teoria della vittoria.

Negli ultimi giorni, alcuni l'hanno definita un piano, ma non lo è, almeno non nel senso militare del termine.

La nostra teoria della vittoria fornisce invece all'Alleanza una visione comune di come ottenere la vittoria attraverso la deterrenza e la difesa.

Esprime il mio intento di comandante, per aiutarci a concentrare gli sforzi militari sui compiti fondamentali che dobbiamo assolvere in combattimento e sul modo in cui dobbiamo dimostrare di essere capaci di assolverli per esercitare la deterrenza.

E si fonda su una valutazione lucida delle minacce che affrontiamo e sugli insegnamenti della guerra moderna, tratti dall'Ucraina e dal Medio Oriente.

La mia teoria della vittoria è quindi semplice.

Bloccheremo l'attacco iniziale.

Se l'attacco proseguirà, ne smorzeremo lo slancio e impediremo al nemico di avanzare.

E, se necessario, spezzeremo le forze nemiche e il sistema operativo di combattimento schierato contro di noi.

Per bloccare l'attacco, le nostre forze terrestri manovreranno per dominare qualsiasi assalto nemico nel punto di contatto.

Attraverso la manovra, immobilizzeremo le formazioni nemiche e impediremo la conquista del territorio dell'Alleanza.

Le forze terrestri attaccheranno il nemico e distruggeranno le sue unità in avanzata.

Ma non agiranno da sole.

Le nostre forze aeree e navali, operando di concerto con le nostre capacità spaziali e cibernetiche, conquisteranno rapidamente la libertà di manovra.

Una volta assicurata rapidamente la superiorità aerea e marittima nell'area di battaglia e sopra di essa, queste forze impiegheranno una combinazione di massa e precisione per impedire al nemico di mantenere le proprie posizioni.

Dopo questo blocco iniziale, smorzeremo qualsiasi azione offensiva ancora in corso o successiva contro di noi.

Utilizzando sensori avanzati, sistemi autonomi e forze multidominio, impediremo all'aggressore di acquisire slancio o conquistare l'iniziativa.

L'impiego sincronizzato di effetti multidominio fino al livello tattico sopraffarà le formazioni nemiche impegnate nel combattimento e la loro avanzata, ammesso che a quel punto sia ancora in corso, perderà ulteriormente slancio.

Se l'avversario decidesse di insistere nell'attacco o di impegnare le proprie riserve, spezzeremo il sistema di combattimento schierato contro di noi.

Questo comprende non soltanto le forze attaccanti in sé, ma anche tutto ciò che le sostiene, le rifornisce o le controlla.

Per farlo, combineremo munizioni di precisione altamente avanzate ed estremamente efficaci con una massa schiacciante di sistemi economici e producibili su larga scala.

Eserciteremo una pressione costante e incessante, sia cinetica sia non cinetica.

Lo faremo in tutti i domini e attraverso tutti i domini: terra, aria, mare, spazio e cyberspazio.

In questo modo spezzeremo il sistema nemico e ne sconfiggeremo le singole componenti.

Le formazioni nemiche saranno private dei rifornimenti, i comandanti nemici non saranno più in grado di controllare le proprie forze e le unità nemiche, insieme alle loro capacità di supporto, saranno ridotte e distrutte.

Nell'eseguire quanto ho appena descritto, non cerchiamo di infliggere una sconfitta strategica al nostro avversario, né abbiamo bisogno di farlo.

Il nostro unico obiettivo è fermare qualsiasi attacco sul nascere, impedendo al nemico di conquistare e mantenere il controllo del nostro territorio. Per riuscirci, è necessario infliggere una sconfitta tattica e operativa alle forze impiegate contro di noi, ma nulla di più.

Spezziamo il sistema di combattimento che ci attacca per renderlo incapace di proseguire l'offensiva o, come direbbe Clausewitz, per costringerlo a raggiungere il proprio punto culminante, vale a dire degradarlo fino al punto in cui non sia più in grado di assolvere le proprie funzioni belliche.

È proprio questo aspetto della nostra teoria della vittoria, una teoria fondata su un'azione decisiva, ma sempre finalizzata a una difesa basata sulla negazione degli obiettivi nemici, conformemente alla DDA, che ci consente di mantenere una posizione favorevole rispetto all'escalation.

Poiché dobbiamo attaccare soltanto il sistema che ci sta attaccando, e poiché lo facciamo esclusivamente per impedirgli di raggiungere i propri obiettivi, non abbiamo alcuna necessità né alcun incentivo a provocare un'escalation.

Ciò significa che la responsabilità dell'escalation ricadrebbe interamente sull'aggressore. Sarebbe lui, e soltanto lui, a dover sopportare tutto il peso morale, politico e strategico della decisione di procedere in quella direzione.

E su questo punto dobbiamo assicurarci che anche l'avversario sappia che siamo noi ad avere il vantaggio, che un'escalation non farebbe altro che peggiorare la sua posizione, tanto sul piano militare quanto su quello politico.

E se un avversario dovesse minacciare un'escalation attraverso dichiarazioni bellicose, o decidesse effettivamente di intensificare il conflitto durante le ostilità, questo non provocherebbe una frattura nella nostra Alleanza. Al contrario, non farebbe altro che unirci ancora più strettamente.

Dovremmo trarre rassicurazione dalla nostra capacità di produrre effetti su vasta scala e dall'avvertimento implicito che siamo in grado di rispondere a qualsiasi mossa del nemico lungo la scala dell'escalation.

Questi stessi fattori dovrebbero anche indurre qualsiasi avversario a riflettere attentamente.

Di fronte a un'Alleanza unita, forte e pronta, dovrebbe rendersi rapidamente conto che il costo militare di un'escalation sarebbe troppo elevato.

Dunque, alla luce di questa teoria della vittoria, di questa visione di come possiamo vincere, quali sono i prossimi passi?

In tutta l'Alleanza stiamo adottando misure per tradurre questa teoria in capacità operative e massimizzare la prontezza delle nostre forze.

Se venissimo attaccati, saremmo pronti a combattere già questa notte. Ma non ci adagiamo sugli allori.

Continueremo a prepararci e ad addestrarci ogni giorno, e domani saremo ancora più pronti, e dopodomani lo saremo ancora di più.

Prepararci a combattere secondo questa teoria della vittoria significa, naturalmente, prima di tutto essere capaci di vincere in difesa. Ma dimostrare la nostra prontezza è anche fondamentale per prevenire i conflitti. Dimostrare di essere pronti ad applicare la nostra teoria della vittoria è quindi essenziale anche per vincere attraverso la deterrenza.

E, in quanto alleanza difensiva, dovrebbe essere chiaro a tutti che mantenere una deterrenza efficace e credibile è esattamente la condizione nella quale vogliamo trovarci.

Ogni attività, ogni esercitazione e ogni zloty, euro, dollaro, euro, sterlina o corona che investiamo contribuisce a questo obiettivo.

La nostra teoria della vittoria ci consente di concentrare questi sforzi per dimostrare di essere pronti a bloccare, smorzare e spezzare.

Pertanto, le nostre forze terrestri avanzate sul fianco orientale si eserciteranno e dimostreranno la propria capacità di bloccare qualsiasi attacco.

Le nostre forze aeree e navali si eserciteranno e dimostreranno la nostra capacità di conquistare e mantenere la libertà di manovra e di produrre effetti multidominio, così da smorzare ulteriormente qualsiasi attacco.

Investiremo sia in capacità di attacco di precisione a lungo raggio altamente avanzate, sia in sistemi più economici, oltre che in reti di sensori e in un'infrastruttura cloud dedicata alle operazioni belliche, per rafforzare la nostra capacità di spezzare qualsiasi sistema di combattimento avversario, rendendolo impotente e incapace di proseguire l'attacco.

I nostri investimenti congiunti nella prontezza operativa e nelle capacità militari contribuiscono a prepararci alla difesa, ma, cosa ancora più importante, rappresentano anche il nostro strumento migliore per evitare di dover combattere.

Il nostro primo obiettivo è la deterrenza, evitare il conflitto. Ma questa deterrenza si ottiene dimostrando la nostra forza e comunicando la nostra determinazione, senza provocazioni.

La NATO non cerca la guerra con nessuno.

Anzi, in qualità di comandante supremo delle forze operative della NATO, attuare la teoria della vittoria che vi ho illustrato oggi mi imporrebbe di impartire ordini che spero di non dover mai dare.

La nostra Alleanza esiste per preservare la pace.

Ma non ci siano dubbi: se dovesse arrivare la guerra, bloccheremo e indeboliremo qualsiasi attacco e, se questo non dovesse cessare, spezzeremo le forze che conducono l'aggressione contro di noi.

Ci siamo addestrati e siamo pronti. E saremo sempre più pronti: oggi, domani e ogni giorno successivo.

Siamo qui insieme, oggi, in Polonia, più forti che mai, uniti dalla nostra visione comune di un'Alleanza più equilibrata, più pronta e più letale.

Sappiamo come combatteremo, se la guerra dovesse arrivare fino a noi, e sappiamo che vinceremo.

E insieme faremo in modo che qualsiasi avversario che prenda in considerazione l'idea di attaccare la nostra Alleanza giunga all'unica conclusione che conta: «Oggi non è il giorno»".

Grazie a Dario D'Angelo per la traduzione

Mandatelo sui tg, mandatelo nelle scuole, mandatelo fino a Mosca. A Varsavia, il generale americano Grynkewich, Comandante supremo alleato della NATO in Europa, ha pronunciato uno dei discorsi più importanti dell'anno. È la sua - la nostra - "teoria della vittoria", resa finalmente pubblica, per le opinioni pubbliche occidentali e per i nostri avversari. Mandatela a memoria: è il copione che i nostri eserciti stanno imparando a padroneggiare per difendere i nostri territori. Non è un caso che questa strategia sia stata resa pubblica proprio ora. Ci ricorda che viviamo tempi straordinari, pericolosi, ma serve anche a rassicurarci, a dirci che i nostri nemici - dovessero essere così avventati da sfidare la sorte - si troveranno ad affrontare una forza temibile, professionale, pronta. Non cercheremo mai l'escalation, non ne abbiamo bisogno. Ma saremo in grado di farne pagare il conto a chiunque dovesse metterci alla prova. Il generale Grynkewich ha spiegato esattamente come.

domenica 25 gennaio 2026

I confini dell'Europa

 Luca Lovisolo, chiaro come sempre, chiarisce i confini dell'Europa 


da Facebook



venerdì 11 marzo 2022

Nazisti ucraini... io li odio come odio quelli dell'Illinois.


Di Marco Di Liddo

Questa storia dei nazisti ucraini mi ha stufato. Facciamo chiarezza una volta per tutte numeri e dati alla mano. #RussiaUkraineWar

Il problema dell'estrema destra nazionalista esiste in #Ucraina e in TUTTO lo spazio post-sovietico dallo scioglimento dell'URSS nel 1991. Movimenti neo-fascisti e neo-nazisti esistono anche in #Russia e combattono in Donbas, esattamente come il reggimento #Azov, dal 2014

Nel complesso, il reggimento #Azov conta circa 3000 persone mentre il partito #Svoboda (piattaforma che riunisce lo spettro dell'estrema destra ucraina) conta 15000 iscritti. #Ucraina ha circa 44 milioni di abitanti

Nelle ultime elezioni parlamentari #Svoboda ha preso il 2,15% dei voti su base nazionale. L'unico candidato entrato in parlamento è Oksana Savchuk, eletta al collegio 83 di Ivano-Frankivsk. Il partito dell'ebreo #Zelensky ha preso il 43% dei voti ed ha 241 seggi alla Rada

Il momento di massimo appeal della destra estrema ucraina è stato nel 2014, durante la Rivoluzione della Dignità e sull'onda emotiva popolare della Crimea e del Donbas. Gli estremisti hanno giocato un ruolo chiave negli scontri a #Kiev contro la polizia di Yanucovich.

I battaglioni di estrema destra hanno combattuto al fronte, macchiandosi di crimini IDENTICI a quelli delle unità paramilitari delle Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk. La guerra è atrocità sempre e comunque.

Le accuse di crimini di guerra sono legittime contro il reggimento #Azov come lo sono contro le milizie di neo-fasciste russe attive in Donbas. Il fascismo è uguale da tutti e due i lati del fronte.

Nelle elezioni del 2014, la destra estrema ucraina si prese

ntò divisa e, cumulativamente, prese circa il 10% (volendo includere anche il Partito Radicale che però, su molte questioni, è più moderato degli ultranazionalisti). Quindi, in 5 anni, i nazisti ucraini hanno perso l'8%

Sono stato in #Ucraina più volte, a cominciare dalla settimana dopo la rivoluzione del 2014. Ho parlato con ogni tipo di persone e sono stato ospite anche di Pravyj Sektor a Kiev, nella villa confiscata a #Yanucovich.

Salvo rarissime eccezioni, dall'operaio al tassista, dall'accademico al soldato, nessuno simpatizzava con la causa e le idee dell'estrema destra.

La vera colpa di #Poroshenko e #Zelensky è stata quella di non essersi liberati del reggimento #Azov e di non aver bandito del tutto le formazioni neo-fasciste e neo-naziste, probabilmente per usare la loro cieca esaltazione ideologica sul fonte.

Altro errore di #Kiev è stato quello di armare con le armi occidentali anche il reggimento Azov, fattore che espone #Zelensky a pesanti vulnerabilità d'immagine. Però loro sono in guerra e noi no, contro un Paese molto più grande, ricco e militarmente potente. La guerra è guerra.

Detto questo, continuare a confondere nazionalismo con estremismo di destra puro e semplice è sbagliato e fuorviante e non tiene conto del processo di costruzione dell'identità nazionale ucraina dopo 70 anni di sovietizzazione #RussianUkrainianWar

Inoltre, continuare a parlare della questione russofona è snervante. In Ucraina si parla russo da #Leopoli a #Kharkiv senza problemi. La questione è sull'identità e sul senso di appartenenza nazionale, non sulla lingua. #Shevchenko parla più russo che ucraino e si sente ucraino

In alcune aree di #Ucraina tale sentimento è chiaramente filo-russo, sarebbe ipocrita e falso dire il contrario. Ma si tratta di una MINORANZA geograficamente ben collocabile e che non deve essere zittita né ignorata in nome proprio dei valori per cui #Kiev combatte oggi

In sintesi, accettare la tesi russa della denazificazione di #Ucraina equivarrebbe ad accettare una invasione dell'Italia sulla base dei numeri, del supporto e del peso politico-istituzionale di movimenti come Casa Pound e Forza Nuova






Federico Ferrazza su Putin...


 

giovedì 10 marzo 2022

LA STRANA GUERRA DELLA RUSSIA VERSUS UCRAINA & CO.

Dal blog di Franco Cardini


LA STRANA GUERRA DELLA RUSSIA VERSUS UCRAINA & CO.

L’unanimismo, accompagnato dallo smercio generosissimo di Verità Sacrosante da parte dei media (le fake news sono roba da russi…) ha creato un buon terreno per la semina di Sicure Convinzioni e la raccolta d’Incrollabili Certezze. Solo che ogni tanto qualcosa non va. Per esempio…

MARINELLA MONDAINI
CENTRALE NUCLEARE DI ZAPOROZIJE, LA VERSIONE DEI FATTI CHE IN ITALIA NON PUÒ NEANCHE ESSERE DETTA

Il presidente ucraino Zelenskij stamattina alle 5 ha pubblicato la notizia falsa dell’attacco “russo” alla centrale nucleare di Zaporozije e ha telefonato ai capi occidentali per metterli al corrente di questa “mostruoso atto” e sollevare altra isteria. Quello che è accaduto nella realtà invece è ben diverso: si tratta di una mostruosa provocazione, compiuta alle 2 di stanotte da un gruppo di sabotatori nazionalisti ucraini contro i militari della Guardia azionale russa in pattugliamento del territorio protetto adiacente la centrale nucleare di Zaporozije, non lontano da uno dei reattori.
La propaganda ucraina ha raccontato che è stata bombardata dai russi e la notizia è stata subito raccolta dai media statunitensi ed europei. I militari ucraini hanno deciso di giocare alla guerra lungo le mura della più grossa centrale nucleare d’Europa che ha ben 6 reattori. Hanno portato i carri armati e i complessi missilistici Grad e dall’edificio del Centro di Addestramento (che ha diversi piani) situato al di fuori del perimetro della centrale nucleare, hanno aperto il fuoco contro i militari russi. In conseguenza a ciò si è scatenata una battaglia e gli ucraini, prima di scappare dall’edificio gli hanno dato fuoco. Solo grazie al comportamento eroico dei militari russi e anche al buon senso delle autorità della città, è stato scacciato il gruppo dei sabotatori ucraini e sono stati fatti passare i camion dei vigili del fuoco per spegnere l’incendio.
Il comunicato di stamattina dell’amministrazione locale dice che non è stato sparato sulla popolazione, verso la quale non c’è nessuna minaccia, non sono state bombardate le case d’abitazione, non ci sono né morti né feriti di civili.
La centrale nucleare lavora normalmente, viene monitorato costantemente il livello radioattivo che è nella norma. L’esercito russo ha preso sotto il proprio controllo la città di Energodar dov’è situata la centrale e il territorio circostante.
I soldati russi stanotte hanno evitato a tutto il mondo una catastrofe mondiale. Alla tv russa stamattina i giornalisti si chiedevano se Zelenskij e i suoi consiglieri europei e curatori statunitensi, non sono usciti di senno dando il comando o il consiglio di sparare con i missili Grad lungo le mura della più grossa centrale nucleare d’Europa solo per il successo nella guerra contro Mosca, scopo per il quale si può sacrificare l’ecologia di tutto il pianeta. A giudicare dall’aspetto di Zelenskij ieri alla conferenza stampa che ha dato dal suo bunker, salta all’occhio il suo comportamento inadeguato, confermato dalle sue parole sconclusionate e sconnesse dalla realtà.
I giornali italiani scrivono che “l’offensiva militare russa prosegue senza sosta, con bombardamenti e città sotto assedio”. (FAKE)
Al centro della battaglia anche la centrale nucleare di Zaporizhzhia, la più grande d’Europa: per qualche ora si teme un disastro molto più grave di quello di Chernobyl, poi le autorità di Kiev fanno sapere che l’impianto è in sicurezza.” Anche questo è un fake, si contraddice da solo il giornale: posto che la centrale nucleare è nelle mani dei russi, perché adesso dovrebbero mettere “sotto battaglia questa centrale e poi le autorità di Kiev fanno sapere che l’impianto è in sicurezza”?
Ma da chi sarebbe stato “messo in sicurezza” se non dai russi che ne detengono il controllo dal 28 di febbraio??
Che motivo avrebbero dopo 8 giorni in cui la centrale funziona normalmente, provocare una catastrofe adesso?
Questa provocazione dimostra che il regime ucraino costituisce un pericolo per il mondo intero.
Cerca con ogni mezzo di tirare dentro in questo conflitto la Nato e gli Stati Uniti, di ottenere la zona no fly, ma gli Stati Uniti sanno bene che ciò significherebbe scontrarsi direttamente con la Russia.
L’Occidente vuole la fine della guerra ma continua a portare in questa guerra munizioni e armi. Cosa serve ancora per dimostrare che questo governo ucraino non vuole la pace ma cerca solo la guerra per convenienza personale e mantenersi a galla grazie all’odio generale pompato verso la Russia? Se Zelenskij si assumesse la responsabilità della catastrofe nel Donbass, la guerra sarebbe già finita da un pezzo e invece va avanti da 8 anni. Gli ucraini, prima di abbandonare il territorio ne vogliono fare terra bruciata, bombardano tuttora le case, le infrastrutture civili, fanno saltare in aria tutti i ponti, lasciando agli abitanti solo distruzione e morte.
Stamattina continua a stringersi l’anello attorno a Mariupol’, mentre la Milizia popolare di Donetsk comunica che i soldati ucraini hanno sparato con i missili Punto U contro lo stato maggiore del battaglione “Azov”, situati a sud ovest di Mariupol’ a causa del fatto che si sono rifiutati di sottomettersi agli ordini dell’esercito ucraino. Sarebbero stati liquidati oltre 20 militanti nazionalisti, 10 blindati. Ciò conferma che Zelenskij ha perso ogni controllo su diversi battaglioni radicali nazionalisti e neonazisti.
Ma tutto ciò in Italia viene censurato o dichiarato “fake”.
(l’AntiDiplomatico, 4 marzo 2022)
Marinella Mondaini è scrittrice, giornalista, traduttrice. Vive e lavora a Mosca.

ROBERTO VIVALDELLI
IL COLONNELLO MACGREGOR: “PUTIN HA AVVISATO PER 15 ANNI LA NATO”
L’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha sempre apprezzato e tenuto in grande considerazione le opinioni fuori dal coro del colonnello Douglas Macgregor, tanto da essere stato vicinissimo a indicarlo come consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca dopo l’addio di John Bolton, nel 2019. Veterano della guerra del Golfo, Macgregor è autore di Breaking the Phalanx, testo che proponeva di riformare l’esercito americano e che interessò, nell’autunno del 2001, l’allora Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld. Dopo aver lasciato l’esercito nel 2004, Macgregor è stato spesso invitato a commentare in tv – su Fox news, in particolare – la politica estera americana, spesso da una posizione tutt’altro che convenzionale, criticando con parole molto dure l’immigrazione illegale e il magnate liberal, George Soros.
Il 27 luglio 2020, la Casa Bianca annunciò l’intenzione di Donald Trump di nominare Macgregor ambasciatore degli Stati Uniti in Germania ma i media liberal americani lanciarono una dura offensiva contro il veterano dell’esercito americano proprio per via delle sue posizioni, che portò la sua nomina a impantanarsi nella commissione per le relazioni estere del Senato. Tramontata così l’ipotesi di trasferirsi a Berlino, l’11 novembre 2020 venne nominato consulente senior del Segretario alla Difesa ad interim, Christopher Miller. Oggi il colonnello Macgregor torna a fare notizia, ancora una volta per via delle sue posizioni decisamente “controcorrente” sull’invasione russa dell’Ucraina espresse su Fox News. Lo abbiamo raggiunto per porgli qualche domanda in merito.

Macgregor: “Putin ha avvisato per anni l’occidente”
Secondo il veterano dell’esercito americano, l’invasione russa dell’Ucraina era pianificata da mesi. L’obiettivo di Vladimir Putin, spiega, “è garantire che gli Usa e i loro alleati non possano stazionare missili e forze da combattimento al confine” con la Federazione russa. Nel suo discorso del 24 febbraio, il presidente russo sottolineava che “quello che sta succedendo è una misura necessaria. Non ci è stata lasciata alcuna possibilità di fare diversamente”. Una lettura corretta, secondo il Colonnello Macgregor. “Sì. Putin ha cercato ripetutamente, per almeno 15 anni, di segnalare l’opposizione della Russia all’avanzata della Nato verso i confini della Russia”.
Il Colonnello spiega quali sono gli obiettivi del Cremlino in Ucraina: “Mosca vuole un’Ucraina neutrale, non allineata, che non sia ostile alla Russia. Il modello è l’Austria e il suo Trattato di Stato del 1955. Non è propensa ad attraversare il Dnepr e dirigersi a ovest. Ha già circondato e tagliato fuori le forze ucraine a est del fiume Dnepr. Vorrebbe una risoluzione come descritto. Se ciò fallisce, schiaccerà le forze ucraine, avanzerà oltre il Dnepr e annetterà o dichiarerà l’Ucraina orientale una Repubblica russa indipendente. Questo gli darebbe il ‘cuscinetto’ che vuole” spiega Macgregor. “Vista la conformazione dell’Ucraina occidentale, può tenere al di là del Dnepr qualsiasi forza occidentale che tenti di attraversarlo, che andrebbe incontro a una distruzione certa con mezzi convenzionali”. Ma quanto potrà resistere l’esercito ucraino all’avanzata russa? L’esperto non ha dubbi: “Al massimo 30 giorni”. E le sanzioni economiche non fermeranno Mosca: “Le sanzioni hanno costretto Mosca a lasciare la Crimea? Le sanzioni hanno indotto l’Iran a sottomettersi alle richieste degli Stati Uniti e di Israele. No. Le sanzioni non cambiano i governi”.

“Biden ha provocato la Russia”
L’ex consulente senior del Pentagono durante l’amministrazione Trump spiega quali sono stati gli errori dell’attuale inquilino della Casa Bianca, Joe Biden. Che tutto avrebbe cercato di fare fuorché di instaurare un dialogo diplomatico con la Federazione russa: “Biden ha iniziato il suo mandato condannando Putin e il suo governo. Ha minacciato senza sosta Putin e spinto i governi europei ad unirsi a lui”. Cosa ancor più grave, osserva Macgregor, “le forze statunitensi hanno condotto esercitazioni e operazioni militari entro 50 miglia nautiche da San Pietroburgo”. Al contrario, l’ex Presidente Donald Trump “ha ascoltato il presidente Putin, cercando di avere migliori relazioni con la Russia”. Tuttavia, osserva, “Putin ha capito che il presidente Trump era stato sovvertito dal suo stesso governo e ha concluso che avrebbe dovuto prepararsi per una nuova amministrazione americana ostile. Anche in questo caso, il risultato è l’azione in corso nell’Ucraina orientale”.
Altro tema fondamentale riguarda l’ordine mondiale che nascerà dopo la fine del conflitto. L’isolamento dall’occidente e le dure sanzioni economiche spingeranno la Russia sempre più verso la Cina, ma attenzione: non si tratta, al momento, di una vera e propria “alleanza”. “Mosca e Pechino non sono alleate” spiega il Colonnello Macgregor. “Sono partner strategici con una relazione economica reciprocamente vantaggiosa. Entrambi sono minacciati dagli Stati Uniti e, naturalmente, collaborano per motivi di sicurezza”.
(InsideOver, 1° marzo 2022)



mercoledì 9 marzo 2022

Sull'orlo dell'abisso

Condivido questa lucida analisi di Franco Cardini da un post su FB di Giorgio Bianchi.

SULL'ORLO DELL'ABISSO.
di Franco Cardini.
Nel Donbass non ci sono bambini che abbracciano piangendo le bamboline, e nemmeno vecchiette che attraversano penosamente la strada...
… così come non ce n’erano né la traccia né l’ombra, una manciata di anni o di mesi fa e anche adesso, né a Gaza, né a Beirut, né a Belgrado, né a Kabul, né a Baghdad, né a Tripoli, né a Damasco.
Cari miei, parliamoci chiaro. Sono ormai tre notti che quasi non dormo per seguire quel che avviene tra Russia e Ucraina, due paesi che mi sono carissimi e dove ho tanti amici; da tre giorni sto attaccato al telefono e al computer. Anch’io combatto, anch’io fo la mia guerra, come canticchiavano un’ottantina di anni fa bambini poco più grandi di me (io ero troppo piccolo per cantare). Questa guerra me la sento addosso, me la sento dentro: e mi fa male. Al tempo stesso, è chiaro che sono indignato e inferocito come forse non mai.
Fermare la guerra. Era già in atto da tempo, ma “l’Occidente” – questa parola infame e ambigua, che oggi sembra tornare di gran moda – non faceva nulla per ridurre il governo ucraino a più moderati consigli. Al contrario. L’aggressività di Zelensky nei confronti del Donbass si fondava sulla ferma convinzione che la NATO fosse disposta a tutto pur di metter a punto il suo disegno di avvicinarsi varie centinaia di chilometri alla frontiera russa e installarvi i suoi missili a testata nucleari puntati su Mosca, quelli in grado di colpire a oltre 3000 chilometri. Il governo russo ammoniva severamente, poi minacciava: ma si era sicuri che non avrebbe osato. Invece alla fine ha osato eccome. Non come aggressore, ma come a sua volta minacciato di aggressione.
Fermare la guerra. È questa la priorità. Forse si sarebbe dovuto agire prima: da parecchi giorni ormai la stretta ucraina sulle città del Donbass si era fatta più pesante, mentre Zelensky insisteva per essere ammesso nella NATO in extremis. Era una speranza disperata, una follia: ma era non meno chiaro che Putin prendeva in considerazione tale possibilità estrema, che se si fosse verificata gli avrebbe definitivamente legato le mani oppure costretto a considerarla come una dichiarazione di guerra de facto. Ma il presidente ucraino andava irresponsabilmente per la sua strada, certo di avere il gigante americano alle sue spalle. È incomprensibile, ma non si era reso conto che Putin a quel punto poteva fare solo quello che ha fatto: e farlo subito.
Fermare la guerra. Era la priorità fin dall’inizio. A livello diplomatico, quando una guerra incombe, si ricorre a trattative magari affrettate, magari “in perdita”, perfino col rischio di apparire deboli. Si fanno proposte, e quindi bisogna anche offrire qualcosa di appetibile. Ad esempio esporre in che misura e fino a che punto si è disposti ad alleviare un sistema sanzionario in atto a fronte di un arresto o di una ritirata del nemico ch’è ancora potenziale. Da quando in qua si risponde a una minaccia di guerra aggravando le ragioni che l’hanno provocata, a meno che quella guerra non la si voglia sul serio e a tutti i costi?
Ora, ecco qua. Un’aggressione degli ucraini contro il Donbass è irrilevante: non la si vede da lontano, ha modestissime dimensioni e può essere “dimenticata” tanto più che i russofoni della foce del Don non interessano a nessuno in Occidente. Ma quando si muove l’Orso di Mosca, tutto cambia aspetto: e giù col mostro aggressore, col tiranno assassino. Giù con i media asserviti quasi tutti alla politica (quindi al parlamento italiano eletto con un numero di votanti così basso come prima non si era mai visto), la quale con i suoi partiti esangui, sempre meno autorevoli presso la pubblica opinione e sempre più omologati – fra il “patriottismo sovranista” della Meloni, l’euratlantismo blindato di Renzi e l’euratlantismo solo apparentemente più articolato di Letta non c’è pratica differenza – è a sua volta asservita agli alti comandi della NATO e al presidente degli USA, a sua volta asservito alla logica del potere, del profitto e della produzione dettatagli dai Signori di Davos. Che poi questi ultimi comincino a loro volta a preoccuparsi per le ripercussioni delle sanzioni alla Russia, è un altro discorso: e ne vedremo in atto le conseguenze fra qualche giorno.
Attenti quindi al pacifismo peloso di chi si preoccupa per i suoi interessi e i suoi profitti: se Mosca piangerà, non rideranno né Wall Street, né la City, né Francoforte. Questo è quanto preoccupa ora lorsignori, non certo i disagi e le sofferenze della gente. Mentre si continuano a ignorare o a fraintendere i segnali. Ad esempio, i russi indugiano a sottoporre Kiev alla stretta finale. Davvero si crede che siano stati impressionati dal fatto che il governo ucraino ha fatto girare qualche fucile tra gli adolescenti e i vecchietti? Davvero non ci sfiora il sospetto che stiano fermi in quanto sono in corso trattative e Putin intende dare agli ucraini il tempo d’una pausa di riflessione che, se volesse, potrebbe tranquillamente negare?
Ma intanto sono senza dubbio le vittime del momento a salire al proscenio e ad essere sistemati nelle lucenti vetrine massmediali. Che c’inondano di bambini e di bambine che piangono abbracciando orsacchiotti e bambolette e gattini, di vecchiette che penosamente attraversano le strade sotto i bombardamenti, magari perfino con quel Grandguignol di volti insanguinati e di cadaveri dilaniati che specie in TV è oggetto da sempre di un trattamento bipolare: vi sono cadaveri di serie A che si debbono mostrare per trasformarli nella moneta sonante del consenso e cadaveri di serie B che è meglio nascondere per non “turbare” chi li vede. Ed è evidente che i morti di Kiev ucraini sono di serie A: come le bambine che piangono avvinghiate agli orsacchiotti e le vecchiette che penano ad attraversare la strada per porsi al riparo.
Ma di grazia, razza di vipere e sepolcri imbiancati che non siate altro; ci voleva Kiev per svegliarvi all’umana compassione suscitata per ricavarne risultati politici antirussi? È vero che, in un passato anche recente, le città di Gaza, di Beirut, di Belgrado, di Kabul, di Baghdad, di Damasco, erano piene di cadaveri di serie B dei quali non si doveva parlare per non “turbare” le nostre coscienze, ma davvero non vi eravate accorti della massa di sofferenza che i nostri bombardamenti “chirurgici” e le nostre bombe “intelligenti” stavano provocando? Anzi, mi ricordo i gridolini di gioia che si alzavano dai salotti delle buone famiglie italiane, in quelle notti del 2003 in cui la TV ci mostrava il bombardamento di Baghdad, con il fantastico sfrecciare di quei raggi verdi sugli edifici presi di mira. Che spettacolo! Ci pensavate alla pena e al terrore là sotto? Bene: ora è il turno degli ucraini per soffrire e per aver paura. Domani potrebbe arrivare anche il nostro turno, e pensare che ci preoccupiamo già del gas per il riscaldamento. Se comincia così, la nostra volontà di resistenza…
Lavoriamo per la pace, dunque. Ma facciamolo con realismo, senza piagnistei e senza isterismi manichei. Manifestare per la pace ma al tempo stesso “schierarsi con l’Occidente”, “senza se e senza ma”, significa solo contribuire a correre a passo di carica verso una prosecuzione e un allargamento del conflitto che non può giovare a nessuno.
Le guerre, le perdono tutti.