domenica 31 maggio 2020

La Regina della Costa Nera - 2


2


In quella morta rocca di pietre cadenti
I suoi occhi furon preda di quell'empio splendore:
E una strana pazzia mi prese alla gola
Come se fra noi ci fosse un rivale d'amore.
Il canto di Bêlit


La Tigre percorreva il mare e i villaggi negri rabbrividivano. I tam-tam battevano nella notte, narrando la storia che la furia del mare aveva trovato un compagno, un uomo di ferro la cui collera era pari a quella di un leone ferito. E i sopravvissuti delle navi stygiane massacrate maledicevano Bêlit e l'uomo bianco dai feroci occhi azzurri; così i principi stygiani ricordarono a lungo quell'uomo, e il ricordo divenne un albero d'amarezza che produsse frutti sanguinosi negli anni a venire.

Ma senza meta senza meta come un vento vagabondo, la Tigre incrociò le coste meridionali fin quando non si ancorò alla foce di un largo fiume cupo, le cui rive erano muraglie di mistero ammassate di giungla.
«Questo è il fiume Zarkheba, e vuol dire Morte», disse Bêlit. «Le sue acque sono veleno. Vedi come scorrono scure e fangose? Solo rettili pericolosi ci vivono. Il popolo negro le sfugge. Una volta, una galea stygiana che cercava di sottrarsi a me fuggi per il fiume e svanì. Io gettai l'ancora in questo stesso posto,e qualche giorno dopo la galea venne fluttuando lungo le acque scure, e il suo ponte era macchiato di sangue, e spoglio. Un unico uomo si trovava a bordo, ma era impazzito e morì vaneggiando. Il carico era intatto, ma l'equipaggio era svanito nel silenzio e nel mistero.
Amore mio, io penso che ci sia una città da qualche parte lungo il fiume. Ho ascoltato storie di torri gigantesche e mura intraviste da lontano, da marinai che osarono risalire per un tratto il fiume. Noi non temiamo nulla: Conan, andiamo a saccheggiare quella città! »
Conan si disse d'accordo. In genere condivideva sempre i piani di lei. Era di Bêlit la mente che studiava le incursioni, e di Conan il braccio che metteva in atto le sue idee. Al cimmero importava poco dove si dirigevano e chi combattevano. almeno finché di dirigevano da qualche parte a combattere qualcuno. Quella vita gli piaceva.
Battaglie e scorrerie avevano ridotto il numero dell'equipaggio; rimaneva solo circa ottanta lancieri, appena sufficienti a manovrare la lunga galea. Ma Bêlit non voleva perdere tempo nella lunga crociera verso il regni insulari del Meridione, dove reclutava i suoi bucanieri. Era infiammata dalla bramosia dell'avventura: così la Tigre scivolò nella foce del fiume prendendo di petto l'ampia corrente, mentre i marinai spingevano forte sui remi.
Superarono la curva misteriosa che toglieva la visuale del mare, e il tramonto li colse mentre avanzavano con difficoltà contro la lenta corrente, evitando banchi di sabbia sui quali strani rettili si muovevano sinuosamente. Non videro nemmeno un coccodrillo, e neanche animali a quattro zampe o uccelli che scendessero alla riva a dissetarsi. Avanzarono nell'oscurità che precede il sorgere della luna, fra le rive che erano solide palizzate di tenebra, dalle quali provenivano rumori misteriosi, passi furtivi e il bagliore di occhi sinistri.
E una volta una voce inumana si alzò in un'orribile parodia... il verso di una scimmia, disse Bêlit, aggiungendo che le anime di uomini malvagi erano imprigionate in quegli animali dalla forma umana, come punizione per i crimini commessi. Ma Conan era dubbioso, perché una volta, in una gabbia dalle sbarre dorate, in una città dell'Hyrkania, aveva visto un insondabile animale dagli occhi tristi, che, a quanto la gente gli aveva detto, era una scimmia, e in esso non c'era nulla della malvagità demoniaca che aveva vibrato nella risata urlante, echeggiata nella giungla tenebrosa.
Poi sorse la luna, una macchia di sangue venata di ebano, e la giungla si svegliò in un orribile cacofonia a darle il benvenuto. Ruggiti, ululati e grida che misero il tremito addosso ai guerrieri negri: ma tutti quei rumori, notò Conan, provenivano dall'interno della giungla, come se gli animali sfuggissero, non meno che gli uomini, le acque dello Zarkheba.
Sopra i tenebrosi viluppi degli alberi e le fronde ondeggianti, la luna inargentò il fiume e la scia della nave divenne un'increspatura scintillante di bollicine fosforescenti che si allargava come un'ampia strada di gemme splendide. I remi si immergevano nell'acqua luminosa e ne uscivano coperti di gelido argento. Le piume delle acconciature dei guerrieri si agitavano al vento, e le gemme sull'elsa delle spade e sulle armature risplendevano gelide.
La fredda luce traeva fuochi glaciali dalle gemme che Bêlit portava nei capelli a crocchia, mentre lei si stirava su una pelle di leopardo gettata sulla tolda. Poggiata su un gomito, con il mento sorretto dalla mano sottile, alzò lo sguardo fissando in volto Conan, che le riposava accanto, con la chioma nera ondeggiante nella debole brezza. Gli occhi di Bêlit era gemme scure ardenti alla luce lunare.


«Mistero e terrore ci circondano, Conan, e noi scivoliamo nel reame dell'orrore e della morte», disse. «Hai paura?»

Una scrollata delle spalle rivestite di maglia fu l'unica risposta.
«Nemmeno io ho paura», continuò lei pensierosa. «Non ho mai avuto paura. Ho guardato le zanne snudate della Morte troppo spesso. Conan tu hai paura degli Dèi?»
«Non vorrei camminare nella loro ombra», rispose il cimmero lentamente. «Alcuni Dèi sono forti nell'offendere, altri nell'aiutare; almeno così dicono i loro sacerdoti. Mitra degli Hyboriani dev'essere un Dio potente, perché la sua gente ha costruito città per tutto il mondo. Ma anche gli Hyboriani temono Set. E Bel, Dio dei ladri, è un buon Dio. Quando facevo il ladro nella Zamora ho avuto modo di saperlo.»
«E i tuoi Dèi? Non ti ho mai sentito invocarli.»
«Il loro capo è Crom. Abita in una grande montagna. Ma perché invocarlo? Ben poco gli importa se gli uomini vivono o muoiono. Meglio starsene zitti, che richiamare la sua attenzione; manderà sciagure, non fortuna! E' spietato e senza amore, ma alla nascita soffia nell'anima del uomo il potere di lottare e uccidere. Cos'altro dovrebbero chiedere gli uomini agli Dèi?»
«Ma i mondi oltre il Fiume della Morte?», insistete lei.
«Non c'è speranza né qui né dopo, nel culto del mio popolo», rispose Conan. «In questo mondo gli uomini lottano e soffrono invano, trovando piacere silo nella lucente follia della battaglia; morendo le loro anime entrano in un reame grigio e nebbioso di nuvole e venti gelidi, per vagare tristemente nell'eternità»
Bêlit rabbrividì. «La vita, per quanto brutta sia, è sempre meglio di un simile destino. Non credi, Conan?»
Il barbaro si strinse nelle spalle. «Ho conosciuto molti Dèi. Colui che li nega è cieco come colui che se ne fida troppo. Io non cerco oltre la morte. Può esserci la tenebra, come affermano gli scettici nemediani, o il reame di Crom, fatto di ghiaccio e nubi, o le pianure innevate e le sale a cupola del Valhalla dei nordici. Non lo so, e non me ne importa. Io voglio vivere appieno, finché vivo. Mi basta conoscere il ricco sapore della carne rossa e del vino che mi punge il palato, il caldo abbraccio di braccia bianche, la folle esultanza della battaglia, quando le spade azzurrine guizzano e s'arrossano, e io sono contento. Che sacerdoti, maestri e filosofi meditino pure sulla realtà e sull'illusione. Io so questo: se la vita è illusione, allora anch'io sono illusione, ed essendolo, l'illusione per me è reale. Io vivo, brucio di vita, amo, uccido e sono contento»
«Ma gli Dèi sono reali», disse lei, seguendo la propria corrente di pensieri. «E su tutti ci sono gli Dèi degli Shemiti... Ishtar, Ashtoreth, Derketo e Adonis. Bel anche lui è shemita, perché nacque nell'antica Shumir, tanto tempo fa, e venne al mondo ridendo, con la barba riccia e saggi occhi da spiritello, per rubare le gemme dei re dei tempi andati.
C'è vita oltre la morte, lo so, e so anche questo, Conan di Cimmeria.» Si alzò flessuosa sui ginocchi cingendolo in un abbraccio felino. «So che il mio amore è più forte di ogni morte! Sono stata nelle tue braccia, ansimando per la violenza del nostro amore; tu mi hai stretto con la ferocia dei tuoi baci ardenti. Il mio cuore è saldato al tuo, la mia anima è parte della tua! Se io fossi nell'immobilità della morte, e tu stessi lottando per la vita, tornerei indietro dall'abisso per aiutarti, sì, sia che il mio spirito navigasse sotto vele purpuree nel mare cristallino del paradiso, sia che la mia anima si contorcesse nelle fiamme fuse dell'inferno! Sono tua, e tutti gli Dèi e tutte le loro eternità non ci separeranno!»


La vedetta di prua mandò un grido. Conan spinse Bêlit di lato e balzò in piedi, con la spada che mandava un lungo scintillio argenteo alla luce lunare e i capelli che gli si rizzavano sulla nuca per quel che vedeva. Il guerriero negro penzolava al di sopra della tolda, sostenuto da quello che pareva uno scuro tronco flessuoso che si inarcava sopra la murata. Conan si rese conto che era un serpente gigantesco, che era strisciato sulla fiancata della prua e aveva afferrato lo sventurato guerriero nelle fauci. Le scaglie gocciolanti brillavano infette alla luna, mentre si inarcava alto al di sopra della tolda, e l'uomo gridava e si contorceva come un topo tra le zanne di un pitone. Conan si precipitò a prua, e con un fendente della grande spada troncò quasi in due il corpo gigantesco, più basso di quello d'un uomo. Il sangue inzuppò le vele mentre il mostro morente ondeggiava allontanandosi, sempre tenendo stretta la vittima e sprofondava nel fiume, spira dopo spira, frustando l'acqua fino a farla diventare schiuma insanguinata, nella quale rettile e uomo svanirono insieme.

Da quel momento Conan si mise di vedetta di persona, ma nessun altro orrore venne strisciando dagli abissi tenebrosi; e quando l'alba imbiancò la giungla, vide le nere zanne di torri che emergevano fra gli alberi. Chiamò Bêlit, che aveva dormito sulla tolda, avvolta nel suo mantello scarlatto: e lei balzò al suo fianco, con gli occhi che mandavano fiamme. Aveva le labbra dischiuse per ordinare ai guerrieri di prendere archi e lance; poi i suoi incantevoli occhi si spalancarono.
Era solo lo spettro di una città, quella che videro quando oltrepassarono un promontorio coperto di giungla e si avvicinarono alla curva della spiaggia. Erbacce putride crescevano fra pietre di moli in disfacimento e fra pavimentazioni sconnesse che un tempo erano state strade, ampie piazze e corti spaziose. Da tutti i lati, eccettuato quello del fiume, la giungla si era intrufolata, mascherando con un verde malsano colonne cadute e tumuli in rovina. Qua è la torri pendenti si alzavano ubriache contro il cielo mattutino e colonne spezzate spuntavano fra mura in rovina. Nello spazio centrale, una piramide di marmo sorreggeva una sottile colonna, in cima alla quale sedeva, o era acquattata, una cosa che il cimmero ritenne essere una statua finché i suoi occhi acuti non vi scorsero la vita. 




«E' un uccello gigantesco», disse uno dei guerrieri, fermo a prua.

«E' un pipistrello mostruoso», insistette un altro.
«E' una scimmia», disse Bêlit.
Proprio in quel momento l'essere spalancò due ali enormi e s'alzò in volo sulla giungla.
«Una scimmia alata», disse il vecchio N'Yaga, a disagio. «Avremmo fatto meglio a tagliarci la gola da soli, anziché venire in questo posto.»
Bêlit lo dileggiò per la sua superstizione, e ordinò che la galea accostasse a riva e fosse legata la molo in rovina. Fu la prima a balzare a terra, seguita da presso da Conan, poi da tutti i pirati dalla pelle d'ebano, con le piume delle acconciature ondeggianti al vento, le lance pronte, gli occhi dubbiosamente attenti alla giungla circostante.
Su tutto regnava un silenzio sinistro come un serpe addormentato. Bêlit si fermò tra le rovine e la vibrante vitalità della sua snella figura contrastò stranamente con la desolazione e il disfacimento che la circondavano. Il sole fiammeggiò in alto lentamente, sinistramente, al d sopra della giungla, inondando le torri di un oro spento che lasciò ombre in agguato fra i muri pericolanti. Bêlit indicò una sottile torre rotonda barcollante sulla base malferma. Un'ampia pavimentazione di lastre inclinate e inframmezzate di erbacce, fiancheggiata da colonne cadute, conduceva alla torre, e di fronte ad essa c'era un massiccio altare di pietra. Bêlit percorse rapidamente l'antica rampa e si fermò davanti all'altare.
«Questo era il tempio degli antichi», disse. «Guarda, si vedono ancora i canaletti per il sangue ai lati dell'altare, e le piogge di diecimila anni non hanno ancora cancellato le macchie scure. Le pareti sono crollate, ma questo blocco di pietra sfida il tempo e gli elementi.»
«Ma chi erano questi antichi?», chiese Conan.
Bêlit allargò le mani sottili.«Nemmeno nelle leggende questa città è menzionata. Ma osserva le tacche a maniglia, alle due estremità dell'altare! I sacerdoti spesso nascondono i loro tesori sotto gli altari. Voi quattro cercate di sollevarlo.»
Fece un passo indietro per fare spazio agli uomini, e diede un'occhiata alla torre che incombeva sghemba su di loro. Tre fra i negri più robusti avevano afferrato le tacche intagliate nella roccia, curiosamente inadatte a mani umane, quando Bêlit balzò indietro con un grido acuto. Gli uomini si immobilizzarono, e Conan, che si era curvato per aiutarli, roteò su se stesso con un'imprecazione stupita.
«Un serpente, nell'erba», disse Bêlit, indietreggiando. «Uccidetelo, e datevi da fare con il blocco di pietra.»


Conan si avvicinò rapidamente a lei mentre un altro prendeva il suo posto. Scrutò impaziente l'erba, cercando il rettile, mentre i negri giganteschi allargavano le gambe e grugnivano, facendo forza con i muscoli enormi tesi per lo sforzo sotto la pelle d'ebano. L'altare non si alzò dal terreno, ma all'improvviso rotolò su un fianco. E nello stesso tempo ci fu un rombo in alto, e la torre crollò con uno schianto, ricoprendo di pietre rotolanti i quattro negri.

Un grido di orrore si alzò dagli astanti. Le sottili dita di Bêlit si conficcarono nel braccio muscoloso di Conan. «Non c'era nessun serpente», sussurrò. «Era solo un'astuzia per farti venire via da lì. Avevo paura: gli antichi custodivano bene i loro tesori. Togliamo le pietre.»
Con grande fatica eseguirono il compito ed estrassero i corpi maciullati delle quattro vittime. E sotto di esse, macchiata del loro sangue, i pirati trovarono una cripta intagliata nella roccia viva. L'altare, incernierato stranamente con pioli di pietra e alloggiamenti, ne era stato il coperchio. E alla prima occhiata la cripta parve brillare di fuoco liquido, afferrando la luce del mattino in una miriade di sfaccettature rilucenti. Una ricchezza superiore ad ogni sogno giaceva davanti agli occhi dei pirati sbigottiti: diamanti, rubini, granati, zaffiri, turchesi, seleniti, opali, smeraldi, ametiste, gemme sconosciute che brillavano come occhi di donne malvagie. La cripta era piena fino all'orlo di gemme luccicanti che il sole del mattino trasformava in fuoco vivo.
Con un'esclamazione, Bêlit cadde in ginocchio fra i calcinacci macchiati di sangue, ai bordi della cripta, e tuffò le braccia eburnee, fino alle spalle, in quel lago di splendore. Le ritrasse stringendo qualcosa che che le strappò un altro grido: una lunga collana di pietre scarlatte che parevano grumi di sangue rappreso, fissati su uno spesso filo d'oro. Nel loro riflesso, la luce dorata del sole si trasformò in una nebbia sanguigna.
Gli occhi di Bêlit erano quelli di una donna ipnotizzata. L'anima shemita prova una gioiosa ubriachezza nelle ricchezze e nello splendore materiale, e la vista di quel tesoro avrebbe scosso l'anima anche ad un imperatore dello Shushan.
«Raccogliete le gemme, cani!», gridò con voce resa acuta dall'emozione.
«Guardate!» Un muscolo braccio nero si puntò verso la Tigre e Bêlit si girò di scatto, snudando i denti, come se si aspettasse di vedere un corsaro rivale precipitarsi a privarla del bottino. Ma dai boccaporti della nave emerse solo una sagoma scura, che si innalzò nella giungla.
«La scimmia demoniaca ha ispezionato la nave», mormorarono i negri a disagio.
«Che importa?», esclamò Bêlit con un'imprecazione, rimettendo a posto un ricciolo ribelle con un gesto impaziente. «Fate una portantina con lance e mantelli per trasportare le gemme...dove diavolo vai?»
«A dare un'occhiata alla galea», brontolò Conan. «Quella specie di pipistrello potrebbe aver aperto uno squarcio nel fondo, per quanto ne sappiamo.»
Percorse velocemente il molo in rovina e balzò a bordo. Un rapido esame sotto la tolda e lanciò una violenta imprecazione, con un'occhiata rannuvolata nella direzione in cui era svanito l'essere a forma di pipistrello. Tornò in fretta da Bêlit che sovrintendeva al saccheggio della cripta. La donna si era messa al collo la collana, e sul suo petto nudo i grumi rossastri scintillavano sinistramente. Un gigantesco negro era immerso fino alla cintola nella cripta traboccante di gemme e raccoglieva grandi manate di pietre preziose da passare ad altre mani ansiose, in attesa più in alto. Fili di iridescenza gli pendevano dalle dita brune; goce di fuoco rosso cadevano dalle sue mani e si ammucchiavano con lo splendore argenteo e i colori dell'arcobaleno. Era come se un titano negro stesse a gambe spalancate nei lucenti abissi dell'inferno, con le mani alzate piene di stelle.
«Il Demone volante ha squarciato i barili d'acqua», disse Conan. «Se no fossimo stati tanto abbagliati da queste pietre, avremmo sentito il fracasso. Siamo stati pazzi a non lasciare un uomo di guardia. Non possiamo bere l'acqua di questo fiume. Prenderò venti uomini e andrò a cercare acqua fresca nella giungla.»
Bêlit lo fissò disattente, e nei suoi occhi c'era lo sguardo vuoto della sua strana passione, mentre le sue dita giocherellavano con le gemme che le poggiavano sul seno.
«Benissimo», disse in tono assente, quasi senza badargli. «Io porterò il bottino a bordo.»


La giungla si richiuse rapida su di loro, cambiando la luce da dorata a grigia. Dai rami verdi arcuati, i rampicanti pendevano come pitoni. I guerrieri si disposero in fila indiana strisciando attraverso il crepuscolo primordiale come fantasmi neri dietro uno spettro bianco.

Il sottobosco non era così denso come Conan si era aspettato. Il suolo era spugnoso, ma non melmoso. Lontano dal fiume, saliva gradualmente. Si tuffarono sempre di più nelle verdi profondità ondeggianti, e non c'era ancora segno d'acqua, né corrente né stagnante. Conan si fermò all'improvviso e i suoi guerrieri si immobilizzarono come statue di basalto. Nel silenzio teso che seguì, il cimmero scosse il capo irritato.
«Andate avanti», disse al suo sottocapo N'Gora. «Andate dritto finché non mi vedrete più, poi fermatevi ed aspettatemi. Credo che siamo inseguiti. Ho sentito qualcosa.»
I negri mossero i piedi a disagio, ma fecero come era stato loro ordinato. Mentre continuavano la marcia, Conan si nascose rapido dietro un grande albero, sorvegliando il sentiero che avevano percorso. Non successe nulla; il debole suono dei guerrieri in marcia svanì in lontananza. Conan si accorse all'improvviso che l'aria era impregnata di un profumo esotico e alieno. Qualcosa gli sfiorò gentilmente la tempia. Si girò di scatto. Da un cespuglio di arbusti dalle foglie di forma curiosa, grandi fiori neri annuivano verso di lui. Uno di essi l'aveva toccato. Sembravano invitarlo, inarcare i loro steli pieghevoli nella sua direzione. Si muovevano e stormivano, anche se non soffiava un alito di vento.
Indietreggiò, riconoscendo il Loto Nero, il cui succo era morte e il cui profumo provocava una sonnolenza infestata da sogni. Ma già sentiva una sottile letargia impadronirsi di lui. Cercò di sollevare la spada per troncare quegli steli serpentini, ma il braccio gli pendeva inerte al fianco. Aprì la bocca per chiamare i guerrieri, ma ne uscì solo un debole mormorio. E subito dopo, con paurosa sveltezza, la giungla ondeggiò e si sfocò davanti ai suoi occhi; non udì le grida che scoppiarono terrificanti, poco lontano, mentre i ginocchi gli mancavano e cadeva al suolo. Suol suo corpo inerte i grandi fiori neri annuivano nell'aria immota.






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