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sabato 21 novembre 2015

Non vogliamo tornare indietro.


Piccolo estratto del "Buongiorno" di Gramellini, oggi su La Stampa:
 
Il mondo a cui noi occidentali apparteniamo fin dalla nascita è il risultato di un percorso lungo e faticoso.

Ci sono voluti secoli di scontri non solo dialettici per approdare a una società capace di separare la sfera statale da quella religiosa e di mettere la Costituzione davanti alla Bibbia.

Non vogliamo tornare indietro.

Chi viene a vivere qui è bene accetto, ma a sua volta deve accettare le regole di convivenza che ci siamo conquistati e che riguardano il diritto di divertirci come ci pare e di rispettare le donne e gli omosessuali.

Nessuno pretende che i nuovi arrivati brucino le tappe (del resto anche tra i parlamentari indigeni c’è chi non ha ancora assimilato certi principi).

Però sarebbe un primo passo in avanti straordinario se oggi in piazza, oltre a prendere le distanze dall’Isis, i musulmani prendessero esempio dall’elettrotecnico francese di religione islamica Bassem Breiki, che in un video ha detto chiaro e tondo come la Costituzione della Repubblica debba sempre venire prima del Corano, ottenendo quattro milioni di visualizzazioni in poche ore.

mercoledì 4 settembre 2013

Domanda di grazia

E così vorreste condannarlo ai domiciliari.

Costringerlo a trascorrere un anno sul divano della trisnonna, intrappolato fra pareti color salmone, al lume fioco di una lampada a forma di fungo atomico, tra le braccia di una giovane donna che lo soffoca con promesse di amore eterno, quando lui chiede soltanto libertà.

Fanatici senza cuore, ma non vi tormenta il destino di quest’essere incolpevole che una serie inaudita di coincidenze ha trascinato negli abissi domestici documentati dalla foto? Abbiate il coraggio di guardarlo, tremate davanti al suo smarrimento, date sfogo all'imbarazzo e al rimorso che vi suscita il suo atteggiamento di resa. Dove sono l’antica fierezza, la passione per gli ambienti promiscui e la spregiudicatezza che gli consentiva di oltrepassare ogni porta socchiusa, infischiandosene di regole e divieti?
Neanche un mostro merita di finire così. E lui non è un mostro. Chiunque abbia lo sguardo puro di un Bondi lo troverà bellissimo. È solo troppo orgoglioso per chiedere la grazia. E allora la chiediamo noi: libertà per il cagnolino Dudù.


Massimo Gramellini

domenica 14 luglio 2013

La scala dell'amore (senza inciampare)


di MASSIMO GRAMELLINI

Dopo un lungo peregrinare di parole, Socrate e gli altri convitati del Simposio sono finalmente approdati ai piedi della scala dell’amore. Una delle pagine più lette di tutti i tempi, la summa di ogni seria educazione sentimentale. Eccola nella traduzione di Giovanni Reale. 

«La giusta maniera di procedere da sé, o di essere condotto da un altro, nelle cose d’amore è questa: prendendo le mosse dalle cose belle di quaggiù, salire sempre di più, come per gradini, da un solo corpo bello a due, e da due a tutti i corpi belli, e da tutti i corpi belli alle belle attività umane, e da queste alle belle conoscenze, e dalle conoscenze fino a quella conoscenza che è conoscenza di null’altro se non del Bello stesso. E così, giungendo al termine, conoscere ciò che è il Bello in sé».

Questa contemplazione spirituale è stata chiamata amore platonico e viene contrapposta, spesso ironicamente, all'amore fisico e sensuale. In realtà la scala di Platone non ignora affatto il desiderio dei corpi. Ma ciò che per i materialisti è un punto di arrivo, per i ricercatori del potere profondo di Eros rappresenta soltanto l’abbrivio verso forme di piacere più elevate, durature e complete.

I gradini della scala non sono un’astrazione filosofica, ma un’esperienza spirituale. E possono essere percorsi con la persona amata, di cui si coglierà prima il corpo, poi l’anima, poi la grazia che emana dai suoi gesti e dai suoi pensieri. Infine, andando oltre la sua immagine materiale, si contemplerà in lei l’archetipo del Bello, la forma suprema di Bene. E’ quello, scrive Platone, «il momento della vita che più di ogni altro è degno di essere vissuto».
Come potrà mai attrezzarsi un povero diavolo per salire la scala dell’amore senza inciampare già sul primo gradino? Qui ci si inoltra nelle «dottrine non scritte» che Platone affidava soltanto agli allievi, affinché non venissero travisate da ascoltatori prevenuti o impreparati. Eppure qualche indizio è stato disseminato tra le righe: per affrontare l’ascesa e giungere al vertice della scala, la condizione indispensabile è comprendere che i cinque sensi colgono soltanto una porzione minima della realtà. Chi vuole abbracciarla interamente dovrà usare qualcos'altro: l’intuizione. Un messaggio importato dall'Oriente, che ha attraversato i millenni e da Platone è giunto sano e salvo fino a Jung. 

Simposio di Platone
(IV sec. A.C.)
La scala dell’amore

domenica 28 aprile 2013

Si può vincere senza competere



 di MASSIMO GRAMELLINI
Non perdere tempo a fare meglio degli altri quello che fanno già tutti. Prova a fare meglio che puoi qualcosa che non ha fatto ancora nessuno. La prima volta in cui mi sono imbattuto in questo mantra dell’innovazione non stavo leggendo un manuale di spiritualità (genere di cui vado assai ghiotto) ma un volume di marketing regalatomi da un amico entusiasta. Roba da manager unghiuti. Eppure quel libro trovò una strada per arrivarmi al cuore. Fin dal titolo, «Oceano blu», e soprattutto dal sottotitolo: vincere senza competere. 

Mai avuto un buon rapporto con la competizione. Da ragazzo non contendevo le ragazze agli amici, né da adulto i servizi ai colleghi. L’idea di perdere la sfida, ma anche che il mio piacere dovesse passare per la sofferenza o comunque la delusione di qualcun altro, mi sgomentava. Così, non volendo fare un passo avanti e neppure uno indietro, provavo a farne uno di lato. Ogni tanto cadevo in un crepaccio, ma altre volte scoprivo territori vergini. Potete immaginare il mio stupore quando ho ritrovato questa filosofia di vita in un libro per squali della finanza. Gli autori spiegano che per procacciarsi il cibo quotidiano lo squalo non dovrebbe nuotare in un lembo d’oceano sanguinante. Il rosso dell’acqua sta certamente a testimoniare la presenza del cibo, ma anche che è in corso una lotta spietata per accaparrarselo. Meglio spostarsi dove l’oceano è blu e la concorrenza ancora assente.

Con una metafora meno cruenta, parlerei di mossa del cavallo. In una scacchiera di pedoni e alfieri che si muovono diritti o obliqui, ma senza mai cambiare direzione, il cavallo è l’unico che scarta e sorprende. Per trovare lavoro senza raccomandazioni serve ancora spedire un curriculum vitae che andrà ad ammonticchiarsi sopra altri diecimila? Per fare carriera senza essere servili, come per conquistare o trattenere un amore senza essere ossessivi, basta applicare le regole (della professione e della seduzione)? John McEnroe aveva imparato a giocare a tennis come tutti, colpendo la palla con il corpo in posizione laterale. Ma, per diventare McEnroe, a un certo punto si è messo in faccia alla rete come nel ping pong. Non tutti hanno il talento di McEnroe, ma esiste una scintilla di creatività e di follia in ciascuno di noi. Ed è da un’innovazione continua, da una ricerca della propria identità più originale e profonda, che un individuo e una società fanno sgorgare il proprio futuro.
O almeno ci provano.




Oceano blu
di Chan W. Kim e Renée Mauborgne (2005)

sabato 16 febbraio 2013

Elogio della genericità

"Oggi la mia parte seria aveva voglia di un Buongiorno serio, ma essendo estremamente minoritaria (circa il quattro per cento di me, secondo i sondaggi) non aveva molte probabilità di ottenerlo. Per fortuna sono arrivate in soccorso le parole di una blogger che sta per diventare mamma e si firma Animabella. Il Buongiorno serio è tutto suo. Mi limito a sottoscriverlo. Al cento per cento."
M.G.


«C’è in giro a pochi giorni dal voto un’ansia di precisione, di dettagli, di promesse circostanziate davvero incomprensibile.
Se si votasse per un dittatore dai pieni poteri di un pianeta privo di relazioni con chicchessia forse avrebbe senso chiedere ai candidati degli impegni precisi.
Qui invece le condizioni reali in cui chiunque vinca si troverà a operare sono talmente tante e intrecciate tra loro - da quelle strettamente politiche a quelle economiche ed europee - che anche solo chiedere “cosa farai una volta eletto?” ha il sapore di una domanda retorica, alla quale necessariamente si deve rispondere sapendo di mentire.
Io non voglio promesse, voglio prospettive.
Non mi interessa sapere cosa esattamente tu vincitore farai all’indomani delle elezioni, perché non puoi saperlo neanche tu.
Mi interessa conoscere i tuoi valori di riferimento, la tua idea di società, di Italia, di Europa.
Cosa intendi per libertà, responsabilità, famiglia, educazione.
Mi interessa conoscere l’orizzonte che ti guida, la tua utopia. Non perché ho voglia di ascoltare favole, ma per sapere quale sarà la stella polare nel corso del tuo impegno politico. E capire se sei in grado di muovere almeno qualche timido passo in quella direzione. 
Sarebbe già tanto. Buon voto a tutti».


giovedì 14 febbraio 2013

L’amante immortale

Vorrei farmi largo fra la rabbia e lo sgomento dei nostri giorni per concentrarmi su qualcosa di serio e di bello, ma anche di terribile e impronunciabile, tale è la sua forza misteriosa.
Per alcuni studiosi l’amore deriverebbe dal sanscrito mar, morte, di cui rappresenta l’esatto contrario: Amar, non-morte, ovvero immortale.

Come chiunque abbia subito un torto precoce, sono cresciuto con la pretesa di essere in credito con Amar.
Una sensazione che ho ritrovato nel corso della vita in tutte le persone che avevano perduto ingiustamente un affetto, un sogno, un lavoro.
Nella loro sofferenza, o insofferenza, ho visto rispecchiarsi la mia. Quel desiderio inestinguibile di essere risarciti, ricompensati.
Una molla forsennata, ma alla lunga frustrante: chi pensa che la felicità consista nell’essere amati cerca negli altri qualcosa che, una volta trovato, lo rende stranamente infelice.
Finché l’altalena della vita gli dischiuderà le porte di una scoperta, che come tante altre stava già scritta in un libro.
Il «Simposio» di Platone.
Tutti i personaggi concordano su un punto: Eros, il demone dell’amore, coincide con la persona amata.
Tutti tranne Socrate, che nelle ultime pagine ribalta la prospettiva: Eros non visita l’amato, ma l’amante.
E’ l’amante a essere posseduto dall’energia che trasforma le larve in uomini e gli uomini in dei.
E’ l’amante che desidera, soffre, sublima.
In una parola: ama. Ah, se avessi letto il Simposio con più attenzione al ginnasio.
Ma forse non lo avrei capito.
Ora invece so.
So che la felicità non consiste nell’essere amati.
Consiste nell’amare.
Senza condizioni, nemmeno quella di essere ricambiati. 
Buon san Valentino.


"...amante è solo chi ama non quello che è amato...per questo sono fortunato...."Lucio Dalla  - Camion - 1983 (1983)

venerdì 10 febbraio 2012

Secondo tempo

Il peccato mortale della politica è l’essersi ridotta a una classe di burocrati che forse cambierà la legge elettorale, ma ha smarrito l’ambizione di cambiare la realtà. Sono i mercati a indicare gli scenari, gli obiettivi e persino le cure. La politica si adegua passivamente, come una locomotiva agganciata in coda al treno.

Ho ancora negli orecchi la voce roca di Clint Eastwood durante l’intervallo del Superbowl: quell’invito molto americano a vivere in rimonta, a non arrendersi alla sconfitta perché c’è sempre un secondo tempo da giocare. Ecco, in Europa i politici si comportano come se il secondo tempo non ci fosse più, come se la partita fosse già finita e perduta. Hanno vinto gli altri e a noi non resta che aggrapparci, rancorosi e nostalgici, agli ultimi privilegi di un mondo in frantumi. Lo chiamano realismo, ma nelle epoche di confine il realismo smette di essere un pregio e diventa un alibi per la rassegnazione lamentosa dei perdenti. Io sento il bisogno di politici rispettabili che sollevino gli occhi dai listini della Borsa e, camminando sull’esile filo che separa la passione dalla retorica, sovrastino la nenia dei depressi per indicare all’Europa e al mio Paese un traguardo, un orizzonte, un destino. Nella vita delle nazioni come in quella degli individui, la paura di perdere porta sempre alla sconfitta e vanifica i sacrifici che vengono fatti in suo nome. Lacrime e sangue, Churchill insegna, hanno un senso solo quando c’è un secondo tempo da giocare.









Massimo Gramellini - La Stampa







....poi quando la partita sarà finita speriamo ci sia un terzo tempo per farci una birra tutti assieme...





venerdì 6 gennaio 2012

Se il cinepanettone diventa realtà

Gli economisti del mondo intero sono già in viaggio con i Re Magi verso Cortina d’Ampezzo per visitare la culla del nuovo miracolo italiano. 
Stavolta la realtà ha superato il cinepanettone.

I dati dell’Agenzia delle Entrate riferiti al prodotto interno lordo del 30 dicembre descrivono una crescita impetuosa.

Farcita di percentuali che si impennano da un anno all’altro e addirittura - ecco la grandezza di questo indomito Paese - da un giorno all’altro. Ristoranti: più 300% rispetto al Capodanno precedente e più 110% rispetto al 29 dicembre. Beni di lusso: più 400 e più 106.

La sera del 29 Cortina languiva ancora, fra strade spoglie e locali deserti. I commercianti erano andati a letto distrutti. L’universo rideva di loro. Li dava per spacciati. Ma nella notte è partita la riscossa e l’alba sulle Dolomiti è stata salutata dal canto dei registratori di cassa che sputavano scontrini come petardi e dondolavano fatture fiscali come palline dell’albero di Natale.

Qualche maligno penserà che il nuovo boom sia rimasto circoscritto ai cortinesi. Niente di più falso. I generosi valligiani lo hanno voluto condividere con centinaia di turisti approdati in città la sera prima, probabilmente su slitte di fortuna. Il mattino del 30 quei derelitti si sono svegliati a bordo di una Porsche. Lavoratori che dichiaravano di guadagnare mille euro netti al mese o, peggio, di appartenere a società sull’orlo del fallimento. E’ giusto che la tanto sospirata crescita abbia premiato anzitutto i più bisognosi.

Come in ogni impresa eroica, anche nel supercinepanettone di Cortina non mancano episodi apparentemente inspiegabili che la mente semplice degli uomini derubrica a miracoli. Un commerciante, per esempio, ha venduto oggetti di lusso per un milione e mezzo senza che ne rimanesse traccia nei documenti fiscali. Ma io diffido delle spiegazioni extrasensoriali. Semplicemente gli si sarà rotta la biro. O la stampante del computer, cribbio.

Gli esperti in arrivo a Cortina dovranno spiegarci le ragioni di questo boom abbastanza inatteso. Cosa potrà mai essere successo, nel breve volgere di una notte, per raddoppiare gli incassi dei ristoranti, i guadagni degli alberghi, le entrate delle gioiellerie? Sono sul tavolo diverse ipotesi. C’è chi attribuisce il merito della svolta a una folata improvvisa di ottimismo, diffusa nell’aria da qualche sciatore berlusconiano in discesa libera. Altri tirano in ballo una profezia finora sconosciuta dei Maya: il 30 dicembre 2011 l’asse della Terra si sarebbe allineato per un attimo con il bancomat della piazza principale di Cortina, producendo una serie di effetti a catena, fra i quali la trasformazione delle utilitarie in bolidi superaccessoriati. Ma esiste anche una teoria più eccentrica. Per tutta la giornata del 30 qualcuno avrebbe visto aggirarsi fra i ristoranti e le gioiellerie un gruppo di alieni in divisa da finanzieri. La semplice presenza di questi simpatici visitatori avrebbe stimolato l’economia, meglio della Fase 2 del governo Monti.

Resta da capire il perché dell’ingratitudine dei cortinesi. I quali, sindaco in testa, invece di ringraziare gli alieni per il supporto morale, li hanno duramente contestati. Un autentico mistero. Chiederò lumi a qualche persona di rinomata sobrietà. Magari a Schifani, Rutelli e Casini, che dopo aver visto in tv il messaggio di Napolitano sulla necessità dei sacrifici sono saltati sul primo aereo per andare a sacrificarsi in un resort delle Maldive.

Massimo Gramellini - La Stampa

mercoledì 4 gennaio 2012

Equitalia, il cane lupo e i cittadini


La guerra di sguardi lividi e carte bollate che gli italiani hanno ingaggiato da anni con Equitalia non ha nulla a che spartire con i gesti criminali di chi in questi giorni, nonostante le smentite della Storia, vuole farci credere che le ingiustizie si guariscano evocandone la madre: la violenza.

La guerra di cui ci occupiamo qui è una guerra fra poveri, anzi, fra impoveriti (le finanze individuali contro quelle pubbliche) ed è il sintomo di un’emergenza nazionale che precede e spiega tutte le altre: il rapporto fra i cittadini e lo Stato.

Secondo il manuale di educazione civica che prende polvere da decenni nelle nostre librerie, i cittadini sono lo Stato. E le tasse, di conseguenza, lo strumento per finanziare se stessi. Non pagarle rappresenta un atto di masochismo. Ma in Italia non è così. Per un italiano lo Stato è altro da sé, è un vampiro arrogante da buggerare più che si può. Di solito viene identificato con la casta costosa, pletorica e inefficiente dei politici, con il treno sporco e perennemente in ritardo dei pendolari, con il funzionario pubblico che digrigna i denti al di là dello sportello, complicandoci le cose facili e non semplificandoci quelle difficili.

D’altro canto, per un funzionario pubblico il cittadino italiano non è il suo datore di lavoro, ma un postulante. Non il comproprietario dello Stato, ma un suddito. L’effetto di questa estraneità reciproca, rimasta grosso modo inalterata dai tempi delle invasioni barbariche, si riverbera sulla relazione cruciale fra chi paga le tasse e chi le riscuote. Il contribuente considera Equitalia un taccheggiatore. Equitalia considera il contribuente un evasore.

Equitalia detesta il contribuente perché sa che egli farà o ha già fatto di tutto per fregarla. Perciò gli starà addosso con i metodi dell’inquisitore, applicando senza un briciolo di buon senso quelle leggi che le consentono di pignorare la casa e l’auto a chi non possiede nient’altro per lavorare e quindi per pagare le tasse. L’agenzia agirà come se avesse sempre ragione e quando la giustizia le darà torto si rifiuterà di riconoscerlo fino all’ultimo grado di giudizio, confidando nella stanchezza del cittadino, che pur di non spendere altri soldi in tribunale accetterà di pagare in forma scontata una somma che non avrebbe dovuto pagare affatto.

A sua volta il contribuente ritiene che Equitalia si accanisca contro di lui perché è piccolo e nero, mentre i grandi patrimoni vengono risparmiati e coloro che portano i soldi all’estero o mettono le proprietà immobiliari all’ombra di società di comodo non correranno mai alcun rischio. E’ portato a considerare veniali le sue colpe, anche quando ci sono, e sproporzionata la reazione della controparte.

Questo stato d’animo è aggravato, o forse addirittura determinato, dalla mancata percezione dell’interesse comune. La maggioranza degli italiani è convinta che le tasse riscosse da Equitalia non serviranno a pagare i servizi essenziali, ma a ingrassare i soliti noti, perciò vive l’evasione come una forma di autodifesa invece che come una diserzione sociale. In realtà i servizi, anche se pessimi, ci sono e ce ne stiamo accorgendo adesso che cominciano a scarseggiare. E ci sono anche gli evasori: quelli grandi, certo, ma pure i piccini, che la latitanza dei grandi non rende meno colpevoli.

Quando si parla di cartelle esattoriali ogni italiano diventa doppio. La sua parte A applaude all’irruzione delle Fiamme gialle negli alberghi di Cortina durante le festività natalizie, a caccia di ricconi esentasse. Ma la parte B solidarizza con gli abitanti di Cortina che dal prossimo Capodanno rischiano di perdere la clientela e quindi il lavoro. In genere questa parte B è particolarmente sviluppata quando l’azione invasiva dello Stato lambisce le nostre tasche. Quando invece tocca quelle degli altri, rifulge al massimo splendore la parte A. Una schizofrenia che raggiunge livelli di autentico interesse scientifico in una certa sinistra radicale a cui ha appena dato voce Beppe Grillo. Quella che invoca uno Stato cane lupo, da aizzare addosso agli evasori, tranne poi lamentarsi se il cane lupo Equitalia sbrana tutto ciò che fiuta.

  Massimo Gramellini - La Stampa