Visualizzazione post con etichetta Bail in. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Bail in. Mostra tutti i post

lunedì 15 febbraio 2016

Ecco perché conti correnti e bond senior delle banche italiane non verrebbero toccati in caso di bail-in e maxi-svalutazioni

Che cosa succederebbe alle banche italiane se, per ipotesi, dovessero svalutare di colpo tutte le loro sofferenze al livello delle quattro banche regionali appena salvate? E quale sarebbe l’impatto potenziale per risparmiatori e obbligazionisti? A fornire le risposte a questo scenario estremo - e di fatto poco realistico - ci ha pensato Prometeia.
La società di consulenza ha sviluppato una simulazione completa sui bilanci di tutte le banche italiane, Bcc comprese. Ebbene: l’esito di questa proiezione è più che confortante. Il primo dato che emerge dalle simulazioni di una maxi-svalutazione (e del conseguente potenziale bail-in) è che nessun conto corrente, in nessun caso, anche sopra i 100mila euro, verrebbe toccato. Il secondo punto è che anche le obbligazioni bancarie senior, che in buona parte sono nelle tasche di molte famiglie italiane, non rischiano sostanzialmente nulla. La terza conseguenza è che l’impatto sul capitale degli istituti sarebbe sì rilevante, visto che la svalutazione lorda dei crediti ammonterebbe a poco più di 35 miliardi per l’intero sistema. Ma il fabbisogno di capitale che si verrebbe a creare (14 miliardi di euro) sarebbe gestibile con perdite per azionisti e una conversione parziale (ma non una svalutazione) solo delle obbligazioni più rischiose, ovvero gli Additional tier 1 e i bond subordinati.

Lo scenario di partenza
Per capire la ratio di questo studio dobbiamo fare un piccolo passo indietro. Lo scorso novembre l’Ue ha imposto alle quattro banche regionali (Banca Marche, Etruria, CaRiFe e CariChieti) di abbattere il valore dei loro crediti non performing dagli 8,5 miliardi, a cui erano inseriti a bilancio, a 1,5 miliardi, con una maxi-svalutazione dell’82,5%.

In teoria la mossa serviva a garantire che i crediti fossero riportati al loro valore di liquidazione, così da essere più facilmente venduti ai fondi specializzati. Da quel momento, però, è nato il problema sui mercati. Perchè gli investitori hanno iniziato a scontare che quel livello di accantonamenti diventasse uno standard per tutto il sistema bancario italiano, su cui pesano circa 200 miliardi di sofferenze, oggi coperte per quasi il 59%.
Aumentare le rettifiche in misura così massiccia, e di colpo, significherebbe erodere la redditività degli istituti, che sarebbero costretti a varare nuovi aumenti di capitale, è stato il ragionamento degli investitori. Poco conta che l’ipotesi sia estrema e che nessuno, Mario Draghi in primis, voglia chiedere qualcosa di simile. La Borsa ha comunque anticipato lo scenario estremo, ipotizzando nuove ricapitalizzazioni e bail-in a raffica, come dimostra il calo di tutte le banche italiane – ma anche europee – arretrate del 30% da fine novembre.
Lo “stress test” estremo
Prometeia ha dunque voluto mettere alla prova questa tesi con uno “stress test”. Difficile dire se il mercato oggi stia incorporando nei prezzi qualcosa che va oltre anche l’ipotesi più drammatica ipotizzabile. Ma guardiamo ai numeri degli esperti: qualora tutte le banche dovessero portare gli accantonamenti allo stesso livello applicato alle quattro banche “salvate”, queste dovrebbero svalutare in termini lordi per 35,4 miliardi, di cui 31,2 a carico delle prime 13 banche, 1,5 per le prime 10 banche “less significant” e 2,7 miliardi per le 301 Bcc considerate da Prometeia. La perdita netta sul totale degli attivi si aggirerebbe tra l’1 e l’1,2%, «una perdita molto contenuta se confrontata con circa il 3%, che è il valore medio di perdita delle banche in Europa durante la crisi finanziaria - spiega Giuseppe Lusignani, vice presidente di Prometeia - senza contare che il comparto ha già subìto perdite per circa 55 miliardi nel corso degli ultimi 4 anni, riuscendo tuttavia a sopportarne gli impatti negativi».

La perdita, che andrebbe a erodere il capitale di vigilanza, brucerebbe il capitale degli azionisti per circa 26 miliardi, al netto degli effetti fiscali (pari a quasi 10 miliardi). A quel punto ci sarebbe da ricostituire il capitale di vigilanza per riportarlo alle soglie minime Srep per le prime 13 banche e all’8 per cento per tutte le altre. Prometeia calcola che il fabbisogno di capitale ammonterebbe a circa 14 miliardi di euro.
Come ricostituire questo gap? In prima battuta, le banche potrebbero andare sul mercato, cercare capitali freschi e varare nuove ricapitalizzazioni. È un’ipotesi più che realistica, anche nel worst-case, perchè è difficile che la Vigilanza e gli istituti preferiscano creare scompiglio sul mercato scegliendo la strada della risoluzione. Se però così non fosse, e si optasse per il bail-in, con il conseguente coinvolgimento anche degli obbligazionisti, l’impatto sarebbe comunque gestibile: nessuna banca italiana, Bcc incluse, dovrebbe infatti prevedere un taglio di valore per gli obbligazionisti. I 14 miliardi di euro mancanti verrebbero infatti recuperati in parte (circa 4,3 miliardi) attraverso una conversione in azioni del 72% circa degli strumenti ibridi (Additional Tier 1) presenti sul mercato; la parte restante – altri 9,6 miliardi di euro - arriverebbero invece dalla conversione in azioni di parte (circa il 17%) dei subordinati in circolazione. Praticamente nessuna conseguenza ci sarebbe invece sulle obbligazioni senior (solo lo 0,02% dei bond in circolazione e dei depositi maggiori di 100mila euro delle large corporate). A maggior ragione, nessun impatto ci sarebbe per gli altri depositi superiori a 100mila euro, che sono ancor più tutelati (mentre per legge fuori da ogni ipotesi di bail-in rimangono i depositi sotto i 100mila euro).

L’ipotesi “Armageddon”
Ma non basta. Prometeia è andata anche oltre, ipotizzando un secondo scenario, da vero Armageddon finanziario. E ha ipotizzato una perdita degli attivi al 3%, in contemporanea, per tutte le 324 banche analizzate. La perdita netta in questo caso sarebbe di 77,3 miliardi, mentre il fabbisogno sarebbe di circa 45. Anche in questo scenario non ci sarebbe alcuna svalutazione, con il buco che sarebbe colmabile con la conversione di tutti gli At1 (6 miliardi) e del 67% dei subordinati (38,4 miliardi). Analogamente, anche in questa ipotesi conti correnti e bond senior sarebbero di fatto al sicuro.

 
L’altro scenario
Questo, come detto, negli scenari estremi. E che sono persino costruiti all’insegna dell’eccesso di cautela: le simulazioni precedenti prevedono infatti che le banche italiane riportino i ratio patrimoniali ai livelli attuali imposti dalla Bce, i cosiddetti indici definiti nell’ambito dello Srep, che sono in media - secondo stime - di 100-200 punti base più alti in Italia rispetto a Francia o Germania. Tuttavia, qualora «le sofferenze venissero svalutate, le asticelle Srep dovrebbero scendere di conseguenza, perchè minore sarebbe la rischiosità implicita nei bilanci», aggiunge Lusignani. E con criteri meno stringenti di capitale, minore sarebbe il fabbisogno. Prometeia stessa calcola quindi che, per i primi 13 gruppi, con 100 punti base di Cet1 ratio richiesto in meno, il deficit di si ridurrebbe da 13,5 a 7 miliardi; con un taglio di 200 punti base, il gap si assottiglierebbe a 3,5 miliardi. Numeri ben lontani dalle decine di miliardi ipotizzati oggi dai mercati.

@lucaaldodavi
luca.davi@ilsole24ore.com

 

venerdì 8 gennaio 2016

IL GOVERNO HA CAPITO LE CONSEGUENZE DEL BAIL-IN ?


di Paolo Savona

Errare è umano, perseverare è diabolico.
Ho pensato a questo vecchio detto quando ho letto la definizione che la Banca d’Italia ha dato del BRRD, la nuova direttiva per la “soluzione” delle crisi bancarie (Dio ci protegga dagli acronimi e dai termini inglesi che ne celano il significato): «Le nuove norme consentiranno di gestire le crisi in modo ordinato attraverso strumenti più efficaci e l’utilizzo di risorse del settore privato, riducendo gli effetti negativi sul sistema economico ed evitando che il costo dei salvataggi gravi sui contribuenti».

Questa definizione implica che:
1. le gestioni delle crisi precedenti fossero meno ordinate, in sostanza una critica che la Banca d’Italia rivolge a se stessa;
2. i nuovi strumenti saranno più efficaci di quelli usati in passato; 3. le risorse proverranno dal settore privato;
4. gli effetti negativi delle crisi sul sistema economico verranno ridotti;
5. i contribuenti non subiranno più il costo dei salvataggi bancari.

Questa elencazione dei molti vantaggi ricorda un episodio accaduto all’Assemblea francese: un ministro esordì affermando che aveva molti buoni motivi per avanzare la sua proposta; lo interruppe un deputato logicamente agguerrito che obiettò «se dispone di una buona ragione basta e avanza; ci risparmi dal sentire gli altri».

Nessuno degli effetti indicati dalla Banca d’Italia ha solidi fondamenti. In passato la soluzione delle crisi ha funzionato bene, ne consegue che gli strumenti usati erano efficaci; le risorse provenivano anche dal settore privato e affluivano mosse dalla convenienza, non dall’obbligo di legge come sarà da questo momento in poi; l’economia reale ha sempre beneficiato del precedente regime, mentre non accadrà lo stesso in futuro; l’onere sulla collettività era spalmato in modo più equo di quanto non avverrà con la nuova legge che penalizza il risparmio.

La logica economica prescrive che per raggiungere ciascun obiettivo si deve applicare almeno uno strumento, mentre la nuova legge prevede un solo strumento per raggiungere i cinque obiettivi indicati dalla Banca d’Italia; la realtà è che il vero scopo del provvedimento è unico: trasferire la responsabilità delle crisi, prodotte dalle autorità italiane ed europee, ai risparmiatori anche piccoli, quelli che avrebbero dovuto tutelare.

La decisione è frutto della grave malattia che ha colpito l’Europa, quella di voler isolare i bilanci pubblici dalle vicende dell’economia e della società che le autorità dovrebbero governare, ma non riescono a farlo, come dimostra la grave crisi finanziaria diffusasi a seguito delle insolvenze dei crediti subprime e dei loro derivati.

Per proteggere i conti pubblici si penalizzano quelli delle famiglie, già messe a dura prova dall’incapacità mostrata dalle autorità di saper governare la crisi e la sua diffusione.

La legittimazione dell’irresponsabilità delle autorità e della responsabilità dei risparmiatori è priva di basi pratiche; infatti il nuovo regime di risoluzione delle crisi porta sulle spalle delle banche un onere solo inizialmente prevedibile, quello di costituire un fondo presso l’organismo di tutela dei depositi, e un onere imprevedibile se lo devono ricostituire se utilizzato. Le banche trasferiranno l’onere in forme più subdole alla clientela per ricostituire il rendimento del loro capitale al fine di evitare i riflessi negativi sulla loro capacità di concedere credito alle imprese produttive e, di conseguenza, all’intero sistema economico; ma non basta, perché ridurranno la remunerazione del risparmio a esse affidato e aumenteranno il costo dei servizi prestati. In conclusione la collettività pagherà comunque l’onere degli interventi in forme più difficili da valutare.

Chi trae un vantaggio dalla nuova regolamentazione sono quindi solo le autorità responsabili delle crisi per non aver saputo governare il mercato. 

Ma anch’esse si illudono, perché se vogliono avere un sistema del credito e del risparmio all’altezza dei compiti che attendono l’economia fuori dalle speranze e dalle chiacchiere in corso dovranno darsi carico di studiare un meccanismo meno pericoloso di quello approvato che protegga l’offerta di credito e il risparmio che la sostiene.

Ciò che sconcerta in questo provvedimento, come nella spiegazione datane dalla Banca d’Italia che lo ha propiziato, è che non si parla del problema di fondo, quello di chi fornisce le informazioni ai clienti della banche; danno invece la colpa alla loro ignoranza, che è anche frutto delle omissioni pubbliche in materia. Ammesso che l’ignoranza possa essere attenuata o, al limite, anche sconfitta, su quali basi statistiche deve poggiare l’uso del sapere finanziario conquistato dai risparmiatori e chi è tenuto a fornirle? In passato, la tutela del risparmio era stata affidata alle società di rating, istituzioni private che ne hanno combinato più di Bertoldo di Francia. Non si può delegare a esse o altre simili istituzioni private il compito di attuare l’art. 47 della nostra Costituzione.

Devono provvedere le autorità. Ciò sarà possibile solo dividendo nettamente il sistema dei pagamenti, le cui prestazioni vanno totalmente garantite dallo Stato, dal sistema del credito, che si svolgerà sotto il controllo del Governo, la vigilanza di enti delegati e, in caso di crisi, risolto con norme meno rigide di quelle erroneamente introdotte con il bail-in. Si può sperare in una maggiore attenzione al problema da parte degli organi democratici rispetto a quella finora prestata? Le informazioni raccolte sul trattamento discriminante seguito dai paesi membri dell’UE testimonia il modo affrettato e superficiale con cui la direttiva è stata varata e da noi approvata.

Porvi rimedio è tanto più urgente e importante quanto più si intendono ridurre i livelli di protezione sociale per necessità legate alla competizione globale con paesi che non hanno gli stessi livelli. Da decenni si va operando sul sistema pensionistico senza sviluppare in parallelo regimi di tutela del risparmio volontariamente accumulato; anzi le due responsabilità, quella di formarsi una previdenza integrativa continuando a contribuire a quella pubblica vengono accompagnate da un aumento dei rischi finanziari corsi dal cittadino, ormai ritornato allo stato di suddito di leggi improvvide approvate dal suo decisore collettivo, il Parlamento.

La protezione della collettività dagli oneri delle crisi non può avvenire infliggendo ai risparmiatori una perdita, con le conseguenze indicate, ma migliorando i meccanismi pubblici di informazione e di vigilanza, come pure i meccanismi di soluzione delle crisi; per questi ultimi insisto sul fatto che vanno eliminati i conflitti di interesse esistenti che hanno generato ritardi nel salvataggio e oneri più elevati per la collettività, ponendo le funzioni di vigilanza e di soluzione in posizione di autonomia e reciproca indipendenza. Come consuetudine, lo si capirà solo dopo che i buoi sono scappati dalle stalle, ossia a crisi scoppiata.

Paolo Savona (pubblicato il 5.1.16 su MF)

LINK

domenica 20 dicembre 2015

Vogliamo Indagare, Caso per Caso, sui Prestiti Concessi dalle 4 Banche Fallite? Per Favore? - [Funnyking su Rischio Calcolato]





  • Aggiornamento, per Funny.
    Saranno Banchette piccole, am i clienti sono circa un milione.
    Quindi, mica tutti avranno preso prestiti, ma in dieci anni di bilanci, sai quante scritture da verificare?
    Ai voglia te : i Big Data non servono (lascialo a noi del settore) quindi vorrebbe un esercito di finanzieri, e preparati.
    Invece basta tirare su un centinaio, di nomi fra i più chiacchierati senza troppa fatica sono sicuro che si fa centro.
    I soldi, ovvio, non torneranno indietro, ma almeno si ride un po.

  • Immagino che il 17% e rotti di non-performing sul totale di prestiti e mutui siano stati tutti erogati al clan Boschi.




  • AH FUNNY FUNNY...
    Deh dimmi perchè ancor t'ostini a cercar ovunque affari loschi,
    mamma non t'insegnò quanto a volte orrendi son i sentieri pe' li Boschi?



  • Dimenticavo. Ho dato un'occhiata e v'è chi si emesso in casa " roba varia" di Banca 3
    Etruria con rendimenti vicini all 8% da ben oltre dieci anni.
    Le prime emissione "per pochi" datano fine 2001.
    Quattordici anni se li sono tenuti.
    E per quattordici anni andava bene riscuotere, eh?
    E reinvestire.
    Sempre lì.
    É così che i risparmi, ora scomparsi, si sono formati. Con portafogli gonfiati in pretto schema Ponzi.
    Chi ha perso 100mila in realtà non li aveva. Di suo ce n'erano forse 30. Il resto pura illusione ottica.
    Tranne quelli che hanno fatto presa di beneficio prima di settembre.
    Ecco, quei nomi li si che mi piacerebbe saperli.
  • Mah, basta farsi un giro per Roma.
    Chi credere che abbia finanziato tanti, troppi appartamenti, palazzoni e ristrutturazioni?
    Grandi banche? Noooo.
    Le Banchette (sapete pronunciare Banca Marche, per esempio, senza ridere?) che ora si trovano in mano un pugno di crediti inesigibili, con gli amici degli amici a cui sono stati prestati soldi (gruppi immobiliari non proprio in mano ai comunisti e alle coop rosse) che se gli venisse chiesto di rientrare fallirebbero all'istante.
    I nomi? Ma che problema c'è?
    Basta leggersi i numeri passati di Cronache Maceratesi, o le denunce dei 5 stelle marchigiani. Non si fa neppure tanta fatica.
    Sai te quante notizie son dal cor fuggite (cioè dagli stessi dirigenti della banca, in barba agli obblighi contrattuali di riservatezza, pardon, di omertà)?
    Qualcuno ha ascoltato mai?
    Che cazzo volete adesso?
    Sono tre anni che sapevamo tutto tutti (noi clienti) e siamomrimasti lo stesso, perché come in borsa illusi di poter saltare dal treno un minuto, anche meno, prima di Cassandra Crossing.
    Io e molti altri abbiamo fatto in tempo, quelli che credevano che invece il ponte, come al solito, reggesse non hanno voluto mollare i loro 6'7-5,2% e hanno fatto il bagno.
    Sono una merda?
    Si.Lo sono.



  • Possibile che in nessuna trasmissione televisiva ci sia stato qualcuno che abbia posto queste ovvie domande? Tutti che commentano sulle truffe ai danni dei clienti delle banche ma nessuno che si chieda come mai falliscono le banche?
    Che schifo di informazione!
    • Eh, già.
      Ma quale sarebbe lo scandalo?
      Aver voluto salvare gli immobiliaristi della valdichiana,gli investitori de il porto di Cecina, alcuni palazzinari della costa e compagnia danzante?
      A spese dei soliti fessi?
      E che c'è di nuovo.
      Aspettate che tocchi a voi.
      Come i veneti.
      Terun, terun, a tutti.Poi vanno sott'acqua ed é tutto un "fratelli italiani"!
      Ma andate dove meritate, miserabili.
      Che ora tocca alle banchette (mica tanto Banchette) venete. E poi a quelle liguri e Senesi.
      E allora, i soliti, qui, invocheranno la difesa dei propri interessi, conflitto o non conflitto.
      Scene già viste.
      Basta aspettare, non ci vorrà molto.
      Ė cinque anni che aspetto questo momento. Sono cinque anni che lo dico.
      Se non é successo niente, in apparenza, é perché é tutto stato infilato sotto il tappeto.
      Solo che alla fine, anche sotto il tappeto, un cadavere comincia a puzzare.
  • Ripeto fino alla noia. ....Agenzia delle Entrate ha da febbraio 3 banche dati (Big Data) sulle banche con dati fin dal 2010....vogliamo "uscirli" sti cazzo di numeri Signora Orlandi...vogliamo iniziare per davvero a lavorare e finirla di cagare il cazzo a quelle partite iva che vi pagano mensilmente lo stipendio...andiamo a prendere i ladri VERI signora Orlandi?
    • la prescrizione è di sei anni ciccio, aspetta ancora un pochettino, ok?
      vedi che è tutto chiaro?
      • Errore.
        É interrompibile. Bastano un po di astuzie.
        Neanche dopo dieci sei al sicuro.
        Parola del mio tributarista.
        • vero, ma processi del genere si prolungano nel tempo, dato che ci sono letteralmente milioni di fogli e di firma da controllare.
          Il tempo è passato e in cassazione non ci arrivano sicuro, gli imputati.

          Sacrosanto, chi ha sbagliato non solo non ha pagato ma ha fatto una gran carriera...
          Una parola da dire però ce l'ho per i risparmaitori.
          Non funziona che quando si
          incassano le cedole il mondo è bello e quando non tornano indietro i capitali,
          il mondo diventa brutto e tutti sono cattivi.
          Voi direte, ma come ti
          permetti di fare affermazioni di questo tipo ?
          Perché lo vedo in ogni
          istante di tempo. E’ un mondo che è basato sull’avere. Da ogni dove arrivano
          pressioni per cercare un rendimento (avidità). Ogni giorno mi arrivano molteplici email di chi riceve proposte le più disparate dai vari promotori finanziari, funzionari di banche e venditori assortiti. E’ pieno zeppo di persone che fanno il giro dei quattro cantoni,andando a cercare le meraviglie assortite costruite dagli uffici marketing che
          creano prodotti per segmenti di mercato con deficit cognitivi e che si
          nascondono, quando gli viene spiegata in modo chiara la situazione, dietro un “ma io non capisco di finanza”(ahhhssi?).
          La maggioranza delle persone non ha ancora compreso che qui non si tratterà di fare il +2% o il -3% in un anno, ma che ci sarà un bagno di sangue della ricchezza delle famiglie che sarà di qualche migliaio di miliardi di € (l’antipasto c’è già stato in questi anni). Qui non si tratta di trovare la soluzione, perché non esiste, ma di fare tante cose meno peggio che messe insieme consentano di avere più probabilità di tutelare (perdere meno e
          possibilmente guadagnare) i propri risparmi ed il patrimonio complessivo
          famigliare ed aziendale. Qui non si tratta di vincere le battaglie, ma di non
          perdere la guerra-












          Altro che sistemi software...io userei il vecchio metodo del nome, cognome e spunta a penna. Consegnerei il tutto a svariate coppie di persone specializzate, quelli che vanno a suonare il campanello alle 4 e dicono "Ao, ce li hai i soldi?" e se non li hai via un ditino. Poi, finite le dita...



  • Non si faranno mai questi controlli selettivi, troppo da perdere nella ramificata sala controllo, oltretutto lo stesso Renzi ha appena finito (dopo una esilarante tessitura di lodi all'economia statunitense quale modello da seguire), di esclamare in diretta che le banche italiane sono solidissime e chi dice il contrario è un dispensatore di negatività.
    Ecco a chi si è in mano.
  • Ma neanche un dipendente che in qualche modo faccia uscire la lista di questi prestiti "non convenzionali"? Nessuno in queste banche che faccia emergere al pubblico i dati?


    Ma se sono tre anni che si sa tutto!
    Solo che senti dire le cose, non succede niente, ti danno il 7%, ovvio che poi tutti viaggiano con lo "staremo a vedere".
    C'è con chi "staremo a vedere" ha incassato ormai il 25-35% del capitalemsotto forma di interessi. Reinvestiti li, ovviamente.
    Giocare al raddoppio eh?
    Banca Etruria sono sette anni che offre rendimenti fuori dal mondo.
    E dove sono finiti i soldi degli investitori?
    Basta farsi un giro. La gran parte sul territorio stesso, cioè ai soci stessi.
    Che con grande spirito di innovazione li hanno investiti, quelli che avanzavano dopo essersi fatti i loro comodi ma comunque la gran parte, in simpatici edifici in zone prive di ogni prospettiva futura perché sovrasature di tutto e sovrasfruttate in tutti i sensi.
    Soldi in mattoni, porti, aereoporti, resort, tenute e infrastrutture che nessuno vuole, almeno non a quei prezzi.
    E ovviamente a ingegneri, geologi, commercialisti, sindaci revisori, amministratori, consiglieri, avvocati, consulenti di ogni genere che pesano in un investimento immobiliare per ormai il 20-25%.
    Per non parlare dei facilitatori, portaborse e sherpa vari, con le loro sponsorizzazioni a società sportive, eventi culturali, patrocinio e finanziamenti alla fondazione di turno.
    Ah,già.
    Poi, da qualche parte, ci stanno i ladri.
    Vabbe, cerchiamo quelli, eh?
    Magari coi Big Data.
    Perche siamo tutti nati ieri pomeriggio sul tardi, vero?
    • Oppure basterebbe che qualche hacker di casa nostra, qualche Anonimus che invece di dedicarsi ai siti jihadisti, ci facesse un piacere che sicuramente è nelle sue corde........



      Lo scrivevo già ieri. Appendere per i talloni i responsabili delle banche che hanno elargito soldi agli amici degli amici mandando in bancarotta le loro banche e rovinando gli obbligazionisti delle stesse è l'unico atto che possa riportare la giustizia e dare un esempio a tutti banchieri e loro finti controllori.
      Meriterebbero nel minimo un 41bis perché hanno fatto danni quanto la mafia e probabilmente anche più.
      Questa gente, sono pronto a scommetere, non farà un solo giorno di carcere, perché se fossero messi alle strette potrebbero parlare inguaiando alti livelli politici.
      Come già successo per MPS potrebbe accadere che qualcuno venga "suicidato". Di sicuro quello che si è visto con le 4 banchette rosse di provincia è la punta dell'iceberg e le sante norme europee da gennaio toglieranno ogni alibi ai rocciosi finanzieri de' noantri. Il rafforzamento della vigilanza bancaria della BCE sarà elemento di maggiori garanzie ed è un tantino più difficile da addomesticare.
      Prevedo uno spumeggiante 2016 per banchieri e loro protettori/beneficiari.


  • ricordo che verso la fine degli anni '80 mi diedero da analizzare i bilanci della "Banca Popolare dell'Etruria e del Lazio" per questioni di relazioni interbancarie
    il bilancio riportava masse in crescita anno su anno del 15% ed un margine d'interesse siderale, con utili significativi: un bilancio apparentemente eccellente
    peccato che, leggendo meglio, si capiva che il margine d'interesse derivava dall'addebito di interessi di mora (all'epoca i tassi erano oltre il 10%), e le masse crescevano di conseguenza perchè la banca non riusciva a farsi rimborsare i prestiti
    ricordo anche lo stupore dei miei capi quando consegnai una relazione negativa
    da allora sono rimasto a domandarmi quanto tempo sarebbe servito per arrivare all'inevitabile: devo dire che non avrei mai e poi mai pensato che la situazione potesse rimanere "congelata" per 25 anni, anche perchè ritenevo (e tuttora ritengo) impossibile che gli ispettori di Bankitalia non vedessero quello che un neolaureato alle prime armi era in grado di vedere

    • Esatto se i controllori sono complici dei controllati, il sistema è marcio dalle fondamenta. E le 4 banchette sono state solo le prime cartine di Tornasole del marciume acido del sistema.

venerdì 18 dicembre 2015

La farsa smascherata della banca del territorio e dei debitori di riferimento



scritto da il 15 Dicembre 2015
 
In Italia improvvisamente la gente scopre che le banche possono fallire. Come tutte le società di capitali, anche gli istituti di credito possono, se gestiti male, chiudere baracca e burattini. Nel nostro codice il fallimento vero e proprio non c’è ma tocchiamo con mano in questi giorni che il commissariamento e il bail-in – ossia il coinvolgimento dei creditori non garantiti – sono questioni di primaria rilevanza, sulle quali i nostri rappresentanti al Parlamento Europeo hanno omesso colpevolmente di informare l’opinione pubblica.
Andare a rileggersi le dichiarazioni dei banchieri delle banche coinvolte – responsabili del dissesto – mette una gran tristezza. Tra i tanti, l’ex presidente di Banca Etruria Giuseppe Fornasari che, a seguito dell’avvenuto aumento di capitale (chiamato per coprire le perdite incessanti) disse, memorabilmente : «Un’ulteriore conferma del fatto che rappresentiamo a pieno titolo il ruolo di Popolare di riferimento del Centro Italia e di banca solida, dal corpo sociale coeso».
Ecco. Ci siamo. Siamo arrivati alla parola chiave, “territorio”. Per anni i peggiori banchieri italiani si sono trincerati dietro questa espressione per coprire le loro malefatte, i finanziamenti ad “amici degli amici”, senza uno straccio di garanzia, una seria analisi del merito di credito. Mentre in pubblico, ai dibattiti, i banchieri locali diffondevano il verbo del sostegno all’economia del “territorio”, in realtà venivano finanziate operazioni immobiliari di dubbia qualità che spesso raggiungevano fino al 40% degli impieghi totali della banca. Su 6,77 miliardi di impieghi, Banca Etruria ha il 32% di crediti deteriorati (2,88 miliardi), un record poco invidiabile.
Il sociologo Ilvo Diamanti ha spiegato molto bene come il concetto di territorio non deve essere visto come puro dato geografico, ma come ambiente antropologico: “Lo spazio sociale è fatto di relazioni, vincolate al territorio. Relazioni che vanno anche oltre il territorio, hai comunità il cui spazio non è territoriale; sono comunità professionali, religiose, culturali”.
Il nostro territorio è bellissimo, il FAI è lì per ricordarcelo, ma diversi banchieri locali hanno trovato dentro questa parola la strada per delinquere. Tali banchieri avrebbero dovuto prendere esempio da Piero Melazzini – scomparso poche settimane fa – per lungo tempo alla guida della Banca Popolare di Sondrio. Come ha scritto Marco Vitale, “Melazzini guidò, con mano ferma e sicura, la sua banca verso una crescita importante ma coerente con le sue radici, con la sua storia, con la sua personalità, con la sua valle, senza farsi ingannare dagli idoli della corsa alle fusioni, alle acquisizioni e alla crescita dimensionale fine a se stessa”.
Se andiamo a vedere le banche commissariate dalla Banca d’Italia, leggiamo tutti nomi di luoghi non riconducibili alle grandi città: a, Bcc di Terra d’Otranto, Istituto per il Credito Sportivo, Cassa di risparmio di Ferrara, Cassa di risparmio di Loreto, Cassa di risparmio di Chieti, Popolare dell’Etna, Popolare delle Province Calabre, Banca Romagna Cooperativa, Bcc Irpina, Banca Padovana, Banca Marche, Cassa Rurale di Folgaria, Credito Trevigiano, Banca di Cascina, Banca Brutia.
Non solo gli istituti di credito prestavano a capocchia, ma lo facevano a favore delle parti correlate, ossia dei consiglieri di amministrazioni e dei sindaci (pagati oltretutto profumatamente mentre le perdite di gestione si accumulavano).
Nelle Considerazioni finali del 31 maggio 2014 il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco scrisse: “Bisogna operare per rafforzare la separazione tra fondazione e banca, non consentendo il passaggio dai vertici dell’una agli organi dell’altra ed estendendo il divieto di controllo ai casi in cui esso è esercitato di fatto, anche congiuntamente con altri azionisti. Rapporti stretti con il territorio di riferimento sono, per molte banche medie e piccole, una fonte di stabilità, che si riverbera a beneficio dell’economia locale. Tuttavia, un’interpretazione fuorviante di questi rapporti può distorcere l’erogazione del credito, mettendo a rischio la solidità dei bilanci bancari e l’allocazione efficiente delle risorse. Casi di questo genere divengono più probabili in presenza di una recessione prolungata come quella che abbiamo attraversato. Operiamo per indurre le banche a rafforzare i presidi aziendali, organizzativi e di governo societario al fine di prevenire degenerazioni nei rapporti di credito con la clientela, a correre ai ripari quando queste si siano manifestate” (a voce Visco li ha definì “comportamenti inaccettabili”).
Allora, eravamo a poca distanza temporale dall’arresto di Berneschi, dominus incontrastato di Banca Carige. Il riferimento di Visco non era casuale. Il governatore toccò un tasto dolente: i “debitori di riferimento”, coloro i quali siedono nel consiglio di amministrazione e, approfittando della posizione influente, si fanno finanziare dalla banca stessa. Invece di essere azionisti di riferimento (mettendoci soldi veri), diventano – disgraziatamente per obbligazionisti e contribuenti – debitori di riferimento. Alcune banche hanno trasformato la bandiera della vocazione trerritoriale nella coperta del peggior capitalismo di relazione.
Subito dopo aver letto le Considerazioni finali di Visco, mi arrampicai in alto nella mia biblioteca per recuperare un testo di vent’anni fa, Una privatizzazione molto privata (Mondadori, 1996), dove il capace banchiere Sergio Siglienti inventò l’espressione debitori di riferimento: “Quando una decisione è affidata (anche a livello di comitato esecutivo) a esponenti di imprese clienti della banca, essa può trovarsi a essere di fatto controllata dai suoi debitori” (pag. 95). Ecco il busillis. Per anni in Italia abbiamo avuto “debitori di riferimento”, invece che seri “azionisti di riferimento”.
Schermata 2015-12-15 alle 09.09.41
Torniamo all’oggi. La distruzione patrimoniale di una delle banche commissariate, Banca Etruria, è solo l’epilogo drammatico di una gestione non certo assennata e densa di conflitti d’interesse. Proprio su questo punto, Bankitalia ha smascherato in un’ispezione l’azione nefasta dei “debitori di riferimento”. Tredici ex amministratori e 5 ex sindaci hanno cumulato 198 posizioni di fido a loro concessi per ben 185 milioni di euro. Ne vengono utilizzati 142, con perdite per la banca di 18 milioni. Sarebbe bello sapere i ruoli giocati nella vicenda dalla famiglia del ministro Maria Elena Boschi: il fratello Emanuele era il numero due del settore “crediti deteriorati” e il padre Pier Luigi era vicepresidente del consiglio di amministrazione (sebbene per soli 8 mesi dal maggio 2014 al febbraio 2015), e al contempo era consigliere in una miriade di società immobiliari e cooperative, nonché uomo di punta della Coldiretti locale.
Se è lecito pensare che il direttorio della Banca d’Italia nel corso degli ultimi anni sia stato troppo timido (anche Guido Carli aspettò troppo a commissariare le banche di Sindona , poi suggerì al Tesoro di nominare commissario liquidatore Giorgio Ambrosoli nel settembre 1974) – mentre avrebbe dovuto essere più incisivo con amministratori delegati e presidenti inadeguati al ruolo di banchiere nell’accezione di Raffaele Mattioli – la responsabilità maggiore va agli azionisti che avrebbero dovuto per tempo intervenire e sostituire il management.
Invece abbiamo assistito ad assemblee di approvazione del bilancio con voto bulgaro e per acclamazione. Non di meno, deve essere posto al vaglio di un attento discernimento l’operato della magistratura, la quale riceve puntualmente dalla Banca d’Italia le relazioni ispettive dove sono evidenziate le ipotesi di reato. Così si è espresso il direttore generale di Bankitalia Salvatore Rossi: “Non possiamo fare interrogatori, perquisizioni. Possiamo chiedere, fare ispezioni e dire alla magistratura quello che non va”. Quanto tempo ci hanno impiegato i magistrati di Genova e Vicenza per intervenire con decisione? Quanti giudici hanno nicchiato e coltivato relazioni con i “debitori di riferimento”?
FONTE
Twitter @beniapiccone

sabato 12 dicembre 2015

Le piccole banche erano marce e abbiamo fatto finta di niente

 
Dietro il crac e il salvataggio di Banca Marche e delle altre popolari c’è un sistema che non funziona più, ma ce ne accorgiamo solo ora. Troppo tardi

La storia delle piccole banche italiane parte da molto lontano. Da un mondo ottocentesco di piccoli agricoltori, artigiani e commercianti che per i grandi istituti di credito di allora non erano, tecnicamente, “bancabili”. Dalla nascita del banchiere di provincia, sovente uno di quegli stessi piccoli imprenditori, talvolta addirittura il parroco di Paese, che instaurava con ogni piccolo imprenditore locale un rapporto personale e fiduciario, che spesso prescindeva dal merito di credito. Dalle piccole casse di risparmio che nascono, crescono e proliferano ovunque, sotto ogni campanile. Dalla pratica dei castelletti bancari e del multiaffidamento che diventa la prassi per quel 90 e rotti percento di piccole e piccolissime imprese che diventano la spina dorsale dell'economia italiana. Dai consigli di amministrazione che diventano lo specchio della piccola società economica dei piccoli territori italiani.
Poi cade il muro di Berlino, la storia si rimette in moto e arrivano la globalizzazione e l'Unione Europea, ognuno con le sue regole del gioco, siano esse la concorrenza senza più barriere e protezioni (la globalizzazione) o parametri più stringenti relativi alla disponibilità di concedere credito da parte di tali, piccoli istituti (l'Europa). Una spirale che seleziona sia le imprese, sia le banche. Il sistema - come in un gioco di specchi - si polarizza tra chi, banche e imprese, ce la fa a competere e chi no.
Alcune banche, grandi o piccole che siano, si fondono in gruppi più ampi, parecchie imprese spariscono. Ma nei territori, sotto i campanili, resistono alcune ridotte che di entrare nel nuovo millennio non ne vogliono sapere. Piccole imprese che non vogliono sparire e piccole banche che continuano a prestare loro i soldi, in spregio a ogni rating e a ogni direttiva comunitaria, in un legame che taluni, allora come oggi, definiscono come perverso e malato e altri, oggi come allora, glorificano come impavida resistenza del nostro capitalismo - di territorio e di relazione - contro la dittatura dell'algoritmo e delle tecnocrazie, che sono distanti e che non capiscono. Ma le cose vanno avanti, in qualche modo. Che sono anni di vacche grasse, di liquidità che scorre a fiumi, di mutui e finanziamenti - anche solo per andare in vacanza - concessi a chiunque li chieda, di furbetti del quartierino con manie di grandezza.
Nei territori, sotto i campanili, resistono banche e imprese che di entrare nel nuovo millennio non ne vogliono sapere
Questo fino al 2007. Poi arriva la crisi, le banche si trovano in pancia un oceano di titoli spazzatura, smettono di prestarsi i soldi tra loro e di prestarli a imprese e cittadini, che nessuno si fida più di nessuno. Ricevono un oceano di soldi dai governi e dalle banche centrali, che usano per salvare quegli stessi stati che glieli hanno dati, comprando titoli di Stato, o per salvare se stesse, creando riserve su riserve che coprano le perdite che hanno in pancia. Per le grandi banche, la spazzatura si chiamano derivati. Per le piccole, soprattutto per le piccole, un mare di sofferenze, di crediti non più esigibili e di immobili che, complice la bolla dell'edilizia, si svaluta di minuto in minuto.
Le grandi banche, però, sono grandi e reggono il colpo, a prezzo di tagli drastici agli attivi patrimoniali, al personale e al credito concesso. Loro sono i bankster - crasi tra banker e gangster - i cattivi, quelli che tolgono ossigeno al sistema produttivo, che valutano il merito di credito con dei semaforini e che fanno suicidare i piccoli imprenditori che non hanno i soldi per pagare gli stipendi.
Le medie e le piccole, invece, non sanno più che pesci pigliare e vanno avanti per inerzia. Tra il 2008 e il 2011 continuano a prestare soldi a chi glieli chiede - magari un po' meno, certo -, soprattutto se questo qualcuno è amico, o amico di amici (a volte lo fanno pure i grandi, sia chiaro, qualcuno ci rimette la poltrona e qualche volta, come a Siena, succede il finimondo) soprattutto se la proprietà della banca è in mano a fondazioni espressioni a loro volta del notabilato locale. E, se non sono quotate, aumentano il loro capitale facendo comprare agli sportelli - in palese conflitto d'interesse - azioni e obbligazioni ai loro correntisti, magari promettendo loro mutui a tassi agevolati.
In qualche modo, sperano che passi la nottata e decidono consapevolmente di non accantonare in modo proporzionale all'aumento delle sofferenze per non deprimere utili e dividendi - in particolare le popolari venete - e avere soci plaudenti. Non sanno - o forse fanno finta di non sapere - che dietro la curva c'è il progetto dell'Unione Bancaria Europea, con il suo portato di regole e rigidità del tutto aliene al nostro piccolo mondo antico, che fa della ricerca di espedienti ed eccezioni per sopravvivere la propria regola di vita. Non sanno - o fanno finta di non sapere - che dietro quella curva c'è pure il bail in, la regola - sacrosanta, in linea teorica - secondo cui a pagare per un fallimento bancario sono in prima istanza gli stakeholder di quell'istituto, siano essi azionisti, obbligazionisti o grandi correntisti.
Il velo, insomma, cade quando la Bce comincia ad assumere un ruolo di vigilanza e mette a nudo tutte le sottovalutazioni nascoste nei bilanci e costringe le piccole banche ad aumenti di capitale, con soci - le fondazioni - che non hanno più soldi. Nel frattempo le sofferenze montano e gli incagli pure, qualche banca comincia a chiedere una bad bank di sistema sul modello spagnolo che se le prenda tutte con se, liberandole dal male, mentre qualcun'altra - le più grandi, al solito - comincia a pensare di farsela da sola, la sua bad bank e qualcun altro, generalmente i grandi fondi e le società di gestione del risparmio, comincia a pensare di fare incetta di quelle sofferenze, comprandole a zero, per guadagnarci, complessivamente, parecchio. Aspettano, però: che il pettine raggiunga il nodo, che la bolla esploda davvero.
Luigino D'Angelo, il pensionato di Civitavecchia che si suicida dopo aver visto svanire 170mila euro di obbligazioni, è la vittima, immolata sull'altare dell’inerzia e dell'incapacità del sistema
E le piccole banche continuano a prestare soldi a chi gli pare, e le sofferenze montano, i bilanci piangono, i titoli crollano e i piccoli azionisti e obbligazionisti si ritrovano con un pugno di mosche in mano e i fondi aspettano sulla riva del fiume che passino i cadaveri. E i cadaveri arrivano, eccome se arrivano. Qualche settimana fa è stato il turno di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza. A questo giro si chiamano Banca Marche, Banca Etruria, CariFerrara e CariChieti. Il governo le salva, si fa per dire, con un prestito-ponte generosamente elargito dalle grandi banche e con un decreto approvato in tutta fretta che scongiura il rischio bail in e mette al riparo, perlomeno, i correntisti dal prelievo forzoso dai loro conti.
Le cifre, però, fanno comunque spavento. Otto miliardi e mezzo di sofferenze, che vengono conferite a una bad bank con una valore nominale di un miliardo e mezzo, circa il 17% (le grandi banche valutano le loro sofferenze al 40% del loro valore, a proposito di soldi prestati a caso). E a pagare il conto sono i piccoli azionisti e obbligazionisti dei piccoli territori, circa 150mila persone, con una media di 10mila euro di titoli a testa, che vedono i loro risparmi andare in fumo in un battito d'ali.
Luigino D'Angelo, il pensionato di Civitavecchia che si suicida dopo aver visto svanire 170mila euro di obbligazioni, è l'idealtipo della vittima, immolata sull'altare dell’inerzia e dell'incapacità del sistema del credito di territorio e degli azzardi dei suoi manager. Ma qualcuno dovrebbe ricordare che quel sistema e quei manager, che oggi definiamo criminali, li abbiamo creati, coccolati, glorificati, tenuti al riparo dal male affinché ci tenessero al riparo da Francoforte, da Basilea e della globalizzazione.
Anche se le fondamenta erano marce, anche se sapevamo benissimo che la corda attorno al collo era sempre più stretta, che il Re era nudo come un verme. Lo sapevamo, ma abbiamo deciso di far finta di niente e di andare avanti così, col dito puntato contro l'Europa cattiva e con la nostra solita, spocchiosa, autoindulgenza. Quella che ci porta a giustificare chi ha deliberatamente e consapevolmente giocato col fuoco, nel nome del territorio e delle relazioni. Quella che ci porta a chiedere - o promuovere - aiuti umanitari verso chi, giocando deliberatamente e consapevolmente col fuoco, si è scottato. E forse da domani avremo un credito migliore e un capitalismo migliore, chi lo sa. Di sicuro, però, non smetteremo mai di avere alibi.

Da Linkiesta

lunedì 23 novembre 2015

Ed intanto una domenica pomeriggio....





 
DECRETO SALVA BANCHEIl giorno dopo il via libera del governo. Per guidare le nuove 4 banche, Bankitalia sceglie la ex...
Posted by Il Fatto Quotidiano on Lunedì 23 novembre 2015

Il Consiglio dei Ministri si è riunito di domenica per salvare 4 banche... ma il ministro Boschi non c'era...era ad inaugurare la Torre Isozaki a Milano...d'altronde una delle banche salvate è Banca Etruria...

Pare siano state azzerate, oltre alle azioni, anche le obbligazioni subordinate...Il valore dei titoli, detenuti da 15mila risparmiatori, ammonta a circa 788 milioni di Euro...prove di bail in?

  Ed il maggiore sindacato dei bancari approva....

Leggiamo su Repubblica.it

Salva banche, arrivano i nuovi manager. La Cdp garantisce il finanziamento

Cassa di Ferrara, Banca Marche, Banca Etruria e Carichieti riaprono in versione "Nuova" dopo il decreto di salvataggio del Consiglio dei ministri. Nuova linea di comando, Nicastro alla presidenza. L'Abi: "Da noi grandi sforzi". Un ruolo alla Cdp: garantisce il rimborso alle banche. Da Intesa, Ubi e Unicredit finanziamenti da 1,3 miliardi a testa





MILANO - Parte una "nuova" stagione, con un nuovo management, per le quattro banche salvate dal Fondo di risoluzione italiano con un'operazione senza precedenti architettata da Bankitalia e Mef, con il placet della Commissione Ue. Oggi la Cassa di Ferrara, Banca Marche, Banca Etruria e Carichieti hanno riaperto anteponendo al loro vecchio nome l'appellativo di "Nuova", a seguito di un intervento da 3,6 miliardi deliberata dal Cdm di domenica pomeriggio, cui si sommano 400 milioni di ulteriori garanzie. Intesa Sanpaolo, Unicredit e Ubi sono il pool dei tre maggiori istituti che ha garantito la linea di liquidità immediatamente necessaria per avviare il salvataggio (da 1,65 miliardi totali), che viene remunerata "a tassi di mercato" e ha scadenza massima di un anno e mezzo. Su questa linea, emerge dal comunicato di Intesa, c'è un ruolo per Cassa Depositi e Prestiti: ha assunto un impegno di sostegno finanziario in caso di incapienza del Fondo alla data di scadenza del finanziamento. A questa, si somma un altro finanziamento da 2,35 miliardi che verrà rimborsato entro fine anno dal sistema bancario pro quota.

Il comitato di presidenza dell'Abi, al termine di una riunione straordinaria, ha sottolinea "i grandi e assai onerosi sforzi che le banche in Italia assumono ulteriormente per salvare le quattro banche" e sprona le autorità italiane ad andare avanti nel completamento dell'armonizzazione delle norme per la piena concorrenza bancaria in Europa "senza privilegi o discriminazioni per alcune". "Ogni banca farà la sua parte nella misura in cui verrà richiesta dalla legge", ha detto invece il presidente del Consiglio di sorveglianza di Bpm, Piero Giarda. "La solidarietà implica a volte di rinunciare a una parte del proprio potere d'acquisto a favore di iniziative che sono necessarie. Poi se si faccia volentieri o malvolentieri è un'altra cosa".

L'operazione varata ieri dal Cdm, come ha rivendicato Palazzo Chigi, non ricorre "a soldi pubblici o obbligazioni e depositi", che sarebbero coinvolti dal 1° gennaio prossimo con il pieno dispiegamento della direttiva Ue sul 'bail-in', il salvataggio dall'interno delle banche. In questi quattro casi, infatti, a subire le perdite sono gli azionisti e gli obbligazionisti subordinati, con l'azzeramento del capitale eroso dalle perdite di bilancio e dalla svalutazione delle sofferenze (nella bad bank ne confluiranno 8,5 miliardi, ma svalutate fino a 1,5 miliardi): circa 700 milioni. La restante liquidità, come visto, arriva dal sistema bancario e in minima parte in forma di aiuti di Stato prevista una revisione della disciplina fiscale per le "nuove" banche risanate.

L'operazione, in sintesi, prevede la creazione di una banca 'cattiva', una 'bad bank', che ha accolto la parte in difficoltà delle quattro vecchie banche: i crediti in sofferenza hanno subito una massiccia svalutazione da 8,5 a 1,5 miliardi di euro in modo da agevolarne presto la vendita sul mercato, come ha specificato Bankitalia. I crediti "saranno venduti a specialisti nel recupero crediti o gestiti direttamente per recuperarli al meglio". La parte "sana" delle banche è finita invece nelle banche 'ponte', che sfruttano le risorse fornite dal Fondo di risoluzione: 1,7 miliardi per coprire le perdite (recuperabili in piccola parte), 1,8 per la ricapitalizzazione (da recuperare vendendo le nuove banche) e 140 milioni per l'operatività della bad bank, che però non ha la licenza bancaria. I fondi vengono reperiti dal sistema bancario, che in cambio riceve agevolazioni fiscale sulle imposte differite. Le quattro entità rinnovate, senza discontinuità operativa con i vecchi sportelli, hanno tutte alla presidenza l'ex dg di Unicredit, Roberto Nicastro. Dai comunicati di Bankitalia emerge la prima fila di manager: in Banca Etruria con Nicastro c'è Roberto Bertola, a Chieti Salvatore Immordino, a Ferrara Giovanni Capitanio e nelle Marche Luciano Goffi.

Quanto al coinvolgimento delle banche, le tre istituzioni finanzieranno il Fondo di risoluzione con 1,3 miliardi circa a testa. Il primo dettaglio è arrivato da Intesa Sanpaolo, che erogherà a favore del Fondo di risoluzione un finanziamento da circa 780 milioni di euro, corrispondente alla quota di pertinenza di un finanziamento complessivo di 2.350 milioni di euro, che verrà rimborsato a dicembre 2015 con i contributi che saranno stati versati al Fondo dal sistema bancario italiano da tutte le banche (che comprendono i 500 milioni a valere su quest'anno più l'anticipo delle successive quattro annualità). Al Fondo di risoluzione verrà concesso un secondo finanziamento da 550 milioni, pari alla quota di pertinenza di un finanziamento da 1.650 milioni, con scadenza a 18 mesi meno un giorno, sul quale come accennato "la Cassa Depositi e Prestiti ha assunto un impegno di sostegno finanziario in caso di incapienza del Fondo". Anche il numero uno di Ubi, Victor Massiah, ha precisato che l'impegno delle tre in termini di affidamenti al Fondo di risoluzione è il medesimo ed è pari a 1,3 miliardi di euro ciascuna. Quanto agli oneri del salvataggio, per Intesa includono un contributo straordinario al Fondo pari a circa 380 milioni di euro ante imposte, che impatteranno sul conto economico del quarto trimestre, in aggiunta ai circa 95 milioni relativi al contributo ordinario per il 2015 già spesati nel primo semestre dell'anno. A Unicredit, secondo quanto riporta l'Ansa, l'intervento comporterà oneri di poco superiori: al fondo di risoluzione il gruppo ha già versato 90 milioni nel 2015, cui si andranno ad aggiungere 300 milioni pre-tasse come impatto dei versamenti ordinari e straordinari che vengono richiesti dal fondo.


Da Repubblica.it