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mercoledì 30 maggio 2018

Berlino, non Salvini, vuole uscire dall'Euro e riavere 923 miliardi dalla Bce di Draghi


28/05/2018 16:47 CEST 



Fuest, Sinn e Schmidt, economisti vicini alla Cancelliera Merkel, pubblicamente ipotizzano un piano B di uscita della Germania dall'Euro. E chiedono un nuovo articolo dei Trattati Ue per escutere il credito da 923 miliardi della Bundesbank verso la Bce in caso uscita tedesca dall'Euro. E nessuno dice nulla. Al contrario, tutti attaccano l'ex capo ufficio studi di Bankitalia Paolo Savona come pericoloso sovversivo quando chiede un piano A di riforma dei Trattati Ue, e, nel contempo ipotizza un piano B di uscita dall'Euro qualora Berlino si opponga a tale riforma. Due pesi e due misure!
Ora, il probabile futuro governo Cottarelli, abbandonerà ogni proposta italiana di piano A e piano B. Rimarrà solo l'ipotesi tedesca di uscita da Euro. Vediamo nel merito. Ad aprile, in un discorso pubblico durante una cena organizzata dal World Gold Council e dalla NYU Stern Business School, l'ex Presidente della FED Alain Greenspan, ha lanciato l'allarme sulla rottura dell'Euro partendo proprio dal credito della Germania verso la BCE cui corrisponde il debito di Spagna e Italia verso la stessa BCE.
Il 19 marzo, Clemens Fuest, presidente dell'IFO, l'istituto per la ricerca economica, in un'intervista al Corriere della Sera, ha ribadito che la "zona Euro ha bisogno di una clausola di uscita, non solo per la Germania ma potenzialmente per ogni paese". E il 13 marzo, Cristoph Schmidt, Hans Werner Sinn e Karl Konrad, hanno ipotizzato pubblicamente un piano per gestire l'uscita dall'Euro in un convegno dal titolo "Is the Euro sustainable – and what if not?"organizzato dall'università privata ESMT e dal Max-Planck-Institut. Holger Zschaepitz, in un articolo su Die Welt, ha riportato l'intenzione di questi economisti di uscire dall'Euro e assicurare alla Bundesbank i suoi 923 miliardi di credito verso la BCE.
I tedeschi, giustamente attenti alle procedure giuridiche, vogliono un nuovo quadro giuridico dei Trattati Ue che consenta ad un paese l'uscita dall'Euro e la sua permanenza nella Ue. Oggi l'articolo 50 del Trattato Ue prevede solamente l'uscita dalla Ue. Le affermazioni di Fuest, Schmidt, Sinn sono importanti perché Schmidt è il presidente del Consiglio Germanico degli Esperti Economici, e, Sinn, dal 1999 al 2016, è stato presidente dell'IFO (ora presieduto da Fuest). Tutti e tre sono molto vicini alla Cancelliera Merkel. Vediamo ora come la politica monetaria della BCE abbia abbassato lo spread BTP-BUND, e nel contempo, creato il credito tedesco verso la BCE di 923 miliardi e indebitato Spagna e Italia.
Dati BCE: Se si rompe Euro Italia deve 442 miliardi a BCE, Spagna deve 381 miliardi, GERMANIA ha un credito di 923 miliardi
Il sistema TARGET2 è la piattaforma gestita dalla BCE che le banche private dell'Eurozona utilizzano per gestire i pagamenti in entrata e in uscita nei confronti di altre banche, delle amministrazioni pubbliche o dell'Eurosistema. Fino all'inizio della crisi del 2008 il sistema Target 2 non aveva forti squilibri. Dopo la crisi del 2008, la BCE, prima presieduta da Trichet e poi da Draghi, vara operazioni di politica monetaria il cui ultimo esempio è il QE (Quantitative Easing): esso abbassa lo spread tra titoli di stato del Nord Ue e titoli di stato del Sud Ue. Formalmente la Germania si è opposta al QE di Draghi. Sostanzialmente Berlino ha accettato tale operazione a patto che aumentasse il credito della Bundesbank verso BCE e indebitasse Spagna e Italia.

ECB

Osserviamo la tabella dei Target 1-2 elaborata con i dati BCE di Spagna, Italia e Germania aggiornati a maggio 2018: il saldo negativo della Spagna (linea azzurra) è decuplicato da -35 miliardi nel 2008 a -381,4 miliardi. E il saldo positivo della Germania (linea blu) è esploso da +115,3 miliardi nel 2008 a +923,5 miliardi. Il saldo dell'Italia (linea verde) è +54,8 miliardi nel 2009, si riduce a +3,4 miliardi nel 2010, e, sprofonda a -191 miliardi nel 2011, e, a -255 miliardi nel 2012. Risale fino ai -208 miliardi del 2014. Da allora aumenta in modo tendenzialmente costante (a eccezione di giugno-luglio 2017) fino al saldo negativo attuale di -442,5 miliardi. Vediamo le ragioni in due passaggi cruciali.
Italia passa da un credito di 54 miliardi nel 2009 a un debito di 255 miliardi nel 2012 verso BCE causa operazioni monetarie di Draghi e Trichet
Dopo il 2008, la BCE ha approvato le seguenti operazioni di rifinanziamento: SMP (Securities Markets Programme), OMT (Outright Monetary Transactions), LTRO (Long Term Refinancing Operations), T-LTRO (Targeted Long Term Refinancing Operations), Quantitative Easing e PSPP (Public Sector Purchase Programme). Le date in cui BCE vara tali misure sono fondamentali per capire: il primo programma, il SMP, viene approvato dalla BCE di Trichet il 14 maggio 2010, anno nel quale esplode il saldo negativo italiano nel Target 2 (passa dal +54,8 miliardi del 2009 al –191 miliardi del 2011). Cosa stava accadendo? Le banche tedesche vendevano BTP e i Bonos, i titoli di debito pubblico italiani e spagnoli. Perché? Ufficialmente non si fidavano del debito degli stati del Sud Ue. Secondo l'on. Renato Brunetta di Forza Italia le banche tedesche vendevano i loro BTP per far salire lo spread BTP-BUND e far dimettere l'allora governo Berlusconi inviso a Merkel. Operativamente, poiché le banche tedesche vendevano i BTP, la BCE era costretta a intervenire tramite le LTRO: le banche del Sud Ue hanno pagato i loro debiti alle banche del Nord Ue e hanno acquistato i titoli dei loro Stati presenti nei bilanci delle stesse banche Nord Europee. Il Sole24Ore titolò "Fate presto" il 10 novembre 2011? La BCE prestò soldi all'1% di interesse alle banche italiane che acquistarono i BTP posseduti dalle banche tedesche che rendevano il 4-5% annuo. I rischi dei debiti pubblici furono nazionalizzati, e i rischi delle banche tedesche, che avevano erogato prestiti alle banche Sud-Europee, furono europeizzati. Tale operazione, formalmente abbassò lo spread, sostanzialmente trasformò il nostro credito di 54 miliardi nel 2009 verso la BCE in un debito di 255 miliardi nel 2012.
Causa QE di Draghi debito dell'Italia verso BCE sale da 208 miliardi nel 2014 a 442 miliardi oggi
Come accennato il debito italiano verso BCE era sceso a 208 miliardi nel 2014. Nel gennaio 2015 inizia il QE e la BCE presta liquidità alle banche centrali nazionali per l'acquisto di titoli pubblici dei rispettivi governi: quando la Banca d'Italia compra i succitati BTP da una banca tedesca le risorse sono state trasferite direttamente in Germania senza passare per l'Italia; quando la Banca d'Italia compra i BTP da banche, imprese e privati italiani, la liquidità immessa è reinvestita dal settore privato non finanziario in fondi ed azioni estere. Che significa?
Prima, con le suddette LTRO, la BCE presta i soldi alle banche italiane affinché acquistino BTP dalle banche tedesche. Poi, tramite il Quantitative Easing, la BCE presta i soldi alla Banca d'Italia affinché compri dalle banche italiane gli stessi BTP prima rastrellati dalla banche tedesche. Qual è l'esito? La negazione della condivisione del rischio, ovvero la sua nazionalizzazione: i titoli di debito sovrano, prima acquistati dalle banche private, ora sono depositati negli attivi delle Banche centrali nazionali. Tutto ciò avvantaggia la Germania, il venditore-finanziatore: negli anni 2000 le banche tedesche (e quelle francesi) prestarono soldi alle banche private sud Europee le quali a loro volta avevano prestato quei soldi ai meridionali europei per i loro acquisti a rate. Così la VolksWagen potè vendere suoi veicoli ai cittadini greci che avevano avuto il prestito (per acquistare a rate il veicolo tedesco) dalle banche greche le quali a loro volta aveva ottenuto prestiti dalle banche tedesche. Quando la crisi del 2008 portò i suoi effetti dagli Usa nella Ue il sistema finanziario tedesco si cautelò tramite le succitate operazioni della BCE. Nel contempo, poiché l'aumento dello spread BTP-BUND ha aumentato il costo del denaro per le imprese italiane rispetto a quelle tedesche, tante aziende italiane sono fallite o hanno tagliato il costo del lavoro. Tardivamente l'intervento della BCE ha abbassato lo spread ma ci ha indebitato di 442 miliardi.
Andrea Del Monaco

venerdì 8 gennaio 2016

IL GOVERNO HA CAPITO LE CONSEGUENZE DEL BAIL-IN ?


di Paolo Savona

Errare è umano, perseverare è diabolico.
Ho pensato a questo vecchio detto quando ho letto la definizione che la Banca d’Italia ha dato del BRRD, la nuova direttiva per la “soluzione” delle crisi bancarie (Dio ci protegga dagli acronimi e dai termini inglesi che ne celano il significato): «Le nuove norme consentiranno di gestire le crisi in modo ordinato attraverso strumenti più efficaci e l’utilizzo di risorse del settore privato, riducendo gli effetti negativi sul sistema economico ed evitando che il costo dei salvataggi gravi sui contribuenti».

Questa definizione implica che:
1. le gestioni delle crisi precedenti fossero meno ordinate, in sostanza una critica che la Banca d’Italia rivolge a se stessa;
2. i nuovi strumenti saranno più efficaci di quelli usati in passato; 3. le risorse proverranno dal settore privato;
4. gli effetti negativi delle crisi sul sistema economico verranno ridotti;
5. i contribuenti non subiranno più il costo dei salvataggi bancari.

Questa elencazione dei molti vantaggi ricorda un episodio accaduto all’Assemblea francese: un ministro esordì affermando che aveva molti buoni motivi per avanzare la sua proposta; lo interruppe un deputato logicamente agguerrito che obiettò «se dispone di una buona ragione basta e avanza; ci risparmi dal sentire gli altri».

Nessuno degli effetti indicati dalla Banca d’Italia ha solidi fondamenti. In passato la soluzione delle crisi ha funzionato bene, ne consegue che gli strumenti usati erano efficaci; le risorse provenivano anche dal settore privato e affluivano mosse dalla convenienza, non dall’obbligo di legge come sarà da questo momento in poi; l’economia reale ha sempre beneficiato del precedente regime, mentre non accadrà lo stesso in futuro; l’onere sulla collettività era spalmato in modo più equo di quanto non avverrà con la nuova legge che penalizza il risparmio.

La logica economica prescrive che per raggiungere ciascun obiettivo si deve applicare almeno uno strumento, mentre la nuova legge prevede un solo strumento per raggiungere i cinque obiettivi indicati dalla Banca d’Italia; la realtà è che il vero scopo del provvedimento è unico: trasferire la responsabilità delle crisi, prodotte dalle autorità italiane ed europee, ai risparmiatori anche piccoli, quelli che avrebbero dovuto tutelare.

La decisione è frutto della grave malattia che ha colpito l’Europa, quella di voler isolare i bilanci pubblici dalle vicende dell’economia e della società che le autorità dovrebbero governare, ma non riescono a farlo, come dimostra la grave crisi finanziaria diffusasi a seguito delle insolvenze dei crediti subprime e dei loro derivati.

Per proteggere i conti pubblici si penalizzano quelli delle famiglie, già messe a dura prova dall’incapacità mostrata dalle autorità di saper governare la crisi e la sua diffusione.

La legittimazione dell’irresponsabilità delle autorità e della responsabilità dei risparmiatori è priva di basi pratiche; infatti il nuovo regime di risoluzione delle crisi porta sulle spalle delle banche un onere solo inizialmente prevedibile, quello di costituire un fondo presso l’organismo di tutela dei depositi, e un onere imprevedibile se lo devono ricostituire se utilizzato. Le banche trasferiranno l’onere in forme più subdole alla clientela per ricostituire il rendimento del loro capitale al fine di evitare i riflessi negativi sulla loro capacità di concedere credito alle imprese produttive e, di conseguenza, all’intero sistema economico; ma non basta, perché ridurranno la remunerazione del risparmio a esse affidato e aumenteranno il costo dei servizi prestati. In conclusione la collettività pagherà comunque l’onere degli interventi in forme più difficili da valutare.

Chi trae un vantaggio dalla nuova regolamentazione sono quindi solo le autorità responsabili delle crisi per non aver saputo governare il mercato. 

Ma anch’esse si illudono, perché se vogliono avere un sistema del credito e del risparmio all’altezza dei compiti che attendono l’economia fuori dalle speranze e dalle chiacchiere in corso dovranno darsi carico di studiare un meccanismo meno pericoloso di quello approvato che protegga l’offerta di credito e il risparmio che la sostiene.

Ciò che sconcerta in questo provvedimento, come nella spiegazione datane dalla Banca d’Italia che lo ha propiziato, è che non si parla del problema di fondo, quello di chi fornisce le informazioni ai clienti della banche; danno invece la colpa alla loro ignoranza, che è anche frutto delle omissioni pubbliche in materia. Ammesso che l’ignoranza possa essere attenuata o, al limite, anche sconfitta, su quali basi statistiche deve poggiare l’uso del sapere finanziario conquistato dai risparmiatori e chi è tenuto a fornirle? In passato, la tutela del risparmio era stata affidata alle società di rating, istituzioni private che ne hanno combinato più di Bertoldo di Francia. Non si può delegare a esse o altre simili istituzioni private il compito di attuare l’art. 47 della nostra Costituzione.

Devono provvedere le autorità. Ciò sarà possibile solo dividendo nettamente il sistema dei pagamenti, le cui prestazioni vanno totalmente garantite dallo Stato, dal sistema del credito, che si svolgerà sotto il controllo del Governo, la vigilanza di enti delegati e, in caso di crisi, risolto con norme meno rigide di quelle erroneamente introdotte con il bail-in. Si può sperare in una maggiore attenzione al problema da parte degli organi democratici rispetto a quella finora prestata? Le informazioni raccolte sul trattamento discriminante seguito dai paesi membri dell’UE testimonia il modo affrettato e superficiale con cui la direttiva è stata varata e da noi approvata.

Porvi rimedio è tanto più urgente e importante quanto più si intendono ridurre i livelli di protezione sociale per necessità legate alla competizione globale con paesi che non hanno gli stessi livelli. Da decenni si va operando sul sistema pensionistico senza sviluppare in parallelo regimi di tutela del risparmio volontariamente accumulato; anzi le due responsabilità, quella di formarsi una previdenza integrativa continuando a contribuire a quella pubblica vengono accompagnate da un aumento dei rischi finanziari corsi dal cittadino, ormai ritornato allo stato di suddito di leggi improvvide approvate dal suo decisore collettivo, il Parlamento.

La protezione della collettività dagli oneri delle crisi non può avvenire infliggendo ai risparmiatori una perdita, con le conseguenze indicate, ma migliorando i meccanismi pubblici di informazione e di vigilanza, come pure i meccanismi di soluzione delle crisi; per questi ultimi insisto sul fatto che vanno eliminati i conflitti di interesse esistenti che hanno generato ritardi nel salvataggio e oneri più elevati per la collettività, ponendo le funzioni di vigilanza e di soluzione in posizione di autonomia e reciproca indipendenza. Come consuetudine, lo si capirà solo dopo che i buoi sono scappati dalle stalle, ossia a crisi scoppiata.

Paolo Savona (pubblicato il 5.1.16 su MF)

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